Chiusura del Padiglione russo alla Biennale di Venezia: è la scelta migliore?

Una riflessione sulla decisione, da parte degli artisti e del curatore del Padiglione russo, di non partecipare alla prossima Biennale in forma di protesa contro la guerra in Ucraina. Scelta coraggiosa o volontà di non esporsi?

Padiglione Russia. Photo Marco Cappelletti
Padiglione Russia. Photo Marco Cappelletti

Dopo la scelta da parte del Padiglione ucraino di non proseguire l’organizzazione della mostra per la prossima Biennale di Venezia [nel pomeriggio del 2 marzo la Biennale di Venezia ha dichiarato di stare collaborando “in ogni modo con la Partecipazione nazionale dell’Ucraina alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte per favorire la presenza dell’artista e del suo team con la sua opera, alla cui realizzazione è fortemente impegnato nonostante la tragica situazione in Ucraina”, N.d.R.] e il successivo annuncio da parte del team del Padiglione russo di ritirarsi dalla manifestazione internazionale in programma dal 23 aprile al 27 novembre 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina nella notte tra il 23 e il 24 febbraio, proviamo ad ampliare il confronto e a chiedere e a chiederci se la scelta di non presentare il proprio progetto sul palcoscenico dell’arte più prestigioso e, di conseguenza, più divulgato dai mass media internazionali sia davvero la migliore possibile.

Il Padiglione Russia
Il Padiglione Russia

LA POSIZIONE DEL CURATORE LITUANO E DEGLI ARTISTI RUSSI

Domenica 27 febbraio, l’account Instagram del Padiglione russo alla Biennale di Venezia veicola l’annuncio delle dimissioni collettive del curatore Raimundas Malašauskas e degli artisti Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, che hanno scelto di non portare avanti il loro progetto espositivo in risposta all’invasione della Russia in Ucraina: “Il Padiglione russo è una casa per artisti, arte e creativi“, si legge nel post. “Abbiamo lavorato a stretto contatto con gli artisti e il curatore dal primo giorno di questo progetto e abbiamo aspettato le loro decisioni indipendenti, che rispettiamo e sosteniamo sopra ogni cosa. Kirill Savchenkov, Alexandra Sukhareva e Raimundas Malašauskas hanno appena annunciato che non faranno parte del progetto del Padiglione russo alla 59esima Biennale di Venezia e di conseguenza il Padiglione russo rimarrà chiuso”. A breve distanza, sempre via social, si è espresso anche il curatore Raimundas Malašauskas, originario della Lituania e residente a Bruxelles, per ribadire pubblicamente le sue scelte. “Ho presentato le mie dimissioni da curatore del Padiglione Russia. Sono grato e ammiro gli artisti russi Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva, con i quali ho lavorato per portare avanti il progetto per la Biennale. Nonostante questo, non posso portare avanti il lavoro, alla luce dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito della Russia. Questa guerra è insostenibile sia politicamente che emotivamente”. Non è mancato, nel messaggio, un chiaro riferimento alle sue origini che, sottolinea Malašauskas, lo hanno spinto a prendere la sua decisione. “Sono nato e mi sono formato in Lituania durante l’Unione Sovietica e ho vissuto la sua dissoluzione nel 1989 e ho testimoniato e ho partecipato allo sviluppo del mio Paese sin da allora. L’idea di ritornare a vivere sotto la Russia o qualsiasi altro impero è semplicemente intollerabile”.  Anche l’artista Kirill Savchenkov utilizza i propri social per spiegare la sua posizione. “Non c’è nulla da dire, non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto le bombe, quando la popolazione ucraina si nasconde nei rifugi, quando i dissenzienti russi sono ridotti al silenzio. Come russo non presenterò il mio lavoro al Padiglione della Russia alla Biennale di Venezia”.

LA RISPOSTA DEL MONDO DELL’ARTE

Solidarietà a tutto campo espressa dal mondo dell’arte, che si schiera in maniera quasi unanime a sostegno della decisione del team del Padiglione russo di ritirarsi dalla manifestazione. “La Biennale esprime piena solidarietà per questo atto coraggioso e nobile”, si legge nella nota stampa ufficiale, “e condivide le motivazioni che hanno portato a questa scelta, che drammaticamente raffigura la tragedia in cui si trova l’intera popolazione dell’Ucraina. La Biennale resta il luogo di incontro fra i popoli attraverso le arti e la cultura e condanna chi impedisce con la violenza il dialogo nel segno della pace”. Anche il ministro della Cultura, Dario Franceschini, sottolinea su Twitter come la decisione del curatore e degli artisti del Padiglione russo “di non partecipare alla prossima Biennale di Venezia è una scelta coraggiosa che dimostra che l’arte sa sempre da che parte stare“.

Il team del padiglione ucraino per la Biennale Arte 2022: Lizaveta German, Borys Filonenko, Pavlo Makov, Maria Lankro
Il team del padiglione ucraino per la Biennale Arte 2022: Lizaveta German, Borys Filonenko, Pavlo Makov, Maria Lankro

È GIUSTO RITIRARSI?

Ma la chiusura del Padiglione russo è davvero l’unica strada percorribile?
Sia chiaro: quello che sta avvenendo in Ucraina è un orrore da condannare senza indugi, che ci impone di non restare in silenzio di fronte alla tragedia umanitaria e alle violenze che si stanno consumando in questi giorni. Proprio per questo motivo, pur comprendendo le motivazioni ideologiche di Raimundas Malašauskas e le difficoltà umane dei due artisti russi, è lecito chiederci, da operatori del settore, se la scelta così radicale di silenziare la propria presenza in quella che è la manifestazione d’arte più importante al mondo sia la migliore delle scelte possibili. Sono decine i conflitti di varia entità che interessano il pianeta, secondo i dati raccolti da Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), e alcuni di essi coinvolgono direttamente anche Paesi che partecipano alla Biennale. La decisione, nata sull’ondata di emotività generata dalle prime ore dell’invasione, di puntare i riflettori su un conflitto, per quanto ingiusto e sanguinoso, solo perché più vicino all’Occidente, scegliendo di ignorare tutti gli altri scontri, è un’opzione che non ci sentiamo di avallare fino in fondo. Del resto, la stessa Russia è coinvolta da anni in discutibili operazioni militari. Basti pensare all’annessione della Crimea del febbraio 2014 in palese violazione del diritto internazionale. Nessuno ha sentito, in quello né in altri frangenti, l’esigenza di boicottare il padiglione nazionale. Nessuno l’ha, giustamente, richiesto. Se la Biennale “resta il luogo di incontro fra i popoli attraverso le arti e la cultura e condanna chi impedisce con la violenza il dialogo nel segno della pace”, come afferma l’Istituzione, è giusto che gli artisti di ogni nazione siano liberi di far sentire la propria voce.

Ai Weiwei
Ai Weiwei

SOLIDARIETÀ O OPPURTUNISMO POLITICO?

È davvero una scelta coraggiosa quella dell’autocensura da parte di artisti e curatore, vittime, a loro volta, di decisioni scellerate non dipendenti dalla loro volontà, oppure è la voglia di evitare di trovarsi sotto il fuoco incrociato dell’opinione pubblica internazionale, che richiede a gran voce a tutti i personaggi pubblici russi di prendere posizione contro il proprio Paese, e le eventuali ripercussioni politiche in patria? Da qualsiasi punto si guardi la questione, è evidente che la scelta di non partecipare significa non esporsi né da un lato né dall’altro. Se usciamo dalla logica dell’arte come puro oggetto decorativo e ne riconosciamo la capacità di smuovere coscienze e immaginazione anche come azione politica e strumento di indagine sociale, proprio perché in questo momento “muoiono innocenti sotto le bombe”, è quanto mai urgente far sì che l’Arte “parli” e si esprima sempre nella maniera più libera possibile. È vero che è affare estremamente complesso. Sappiamo bene, infatti, che i padiglioni nazionali sono finanziati dai governi e sono spesso espressione della politica dominante, ma, proprio per questo, una macchina mastodontica come quella della Biennale deve trovare un modo per tutelare il punto di vista di tutti. Ad esempio, adottando la soluzione di ospitare gli artisti in un altro padiglione o in un evento collaterale come avvenuto già per l’artista cinese Ai Weiwei durante la 55esima edizione o con The Fear Society ‒ Pabellón de la Urgencia di Tania Bruguera nel 2009, giusto per citare due esempi tra i più noti. Entrambi artisti dissidenti, attivisti della libertà di parola, di pensiero e di espressione, che hanno condiviso a lungo la condizione di prigionieri del loro stesso Paese di cui hanno denunciato a più riprese orrori e atrocità. L’arte e gli artisti non possono tacere, specialmente in un momento come questo. È una sconfitta non solo per la Biennale, ma per l’intero sistema. Del resto si sa: il silenzio è da sempre la scelta più comoda per il potere.

Mariacristina Ferraioli

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Mariacristina Ferraioli
Mariacristina Ferraioli è giornalista, curatrice e critico d’arte. Dopo la laurea in Lettere Moderne con indirizzo Storia dell’Arte, si è trasferita a Parigi per seguire corsi di letteratura, filosofia e storia dell’arte presso la Sorbonne (Paris I e Paris 3). Ha conseguito il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha vinto la Residenza per Curatori della Dena Foundation for Contemporary Art presso il Centre International d’Accueil et d’Echanges des Récollets di Parigi. Ha lavorato al Centre Pompidou collaborando alla realizzazione della mostra “Traces du Sacré” e ha pubblicato un testo critico sul catalogo della mostra. Ha coordinato l’ufficio Master dell’Accademia di Belle Arti di Brera e ha curato mostre sia in Italia che all’estero. Redattrice di Artribune, collabora stabilmente con Cosmopolitan Italia, Marie Claire Maison, Le Quotidien de l'Art. Ha conseguito un dottorato in Comunicazione e mercati: Economia, Marketing e Creatività presso l’Università Iulm di Milano, è docente a contratto presso diverse istituzioni e fa parte del team curatoriale di ArtLine, progetto d’arte pubblica del Comune di Milano nel parco di CityLife.