Trappole dell’acting (VI)

Christian Caliandro fa una lista delle opere da “eliminare”. Nell’ottica di un ritorno, o di un arrivo, al neovernacolare.

Pino Pascali, Pulcinella, 1965
Pino Pascali, Pulcinella, 1965

Il punto di partenza di Agamben è una conferenza del 1987 di Gilles Deleuze, nella quale il gesto creativo è definito come un «atto di resistenza». La formula lo convince proprio perché le sue implicazioni sono rimaste inespresse, e permettono a chi viene dopo di andare più a fondo. Cos’è esattamente che «resiste», nella creazione? Un’inveterata abitudine fa apparire le cose più semplici di quello che sono. Se pensiamo a un’opera, pensiamo automaticamente a una potenza, a un’abilità, a un talento che l’artista trasforma in un atto, in una manifestazione concreta di un’energia interiore che altrimenti rimarrebbe muta e sepolta. Non è un pensiero sbagliato, ma incompleto. Il fatto è che questa forza che conduce dalla potenza all’atto è troppo immensa per posare sulle spalle del singolo individuo, fosse pure Michelangelo o Tolstoj. Simile alle manifestazioni della natura, ha un carattere fondamentalmente impersonale, che ogni singolo artista, con un movimento che ha del paradossale, boicotta a modo suo. È proprio a questo punto che l’idea di «resistenza» appena abbozzata da Deleuze si rivela preziosa, a patto di venire sviluppata. Perché in un delicato e mutevole gioco di equilibri, il singolo è colui che oppone alla possibilità di fare quella di non fare, alla parola trovata tutto l’inespresso che la circonda. Dunque noi ci esprimiamo anche attraverso il nostro tenace resistere all’espressione, ed è questa riserva di libertà a determinare quello che chiamiamo stile. Se non avessimo questa risorsa, e ci limitassimo a considerarci i docili strumenti di una potenzialità che si realizza senza ostacoli, a rigore non potremmo nemmeno parlare di «arte»” (Emanuele Trevi, Giorgio Agamben. Il fuoco e il racconto, “doppiozero”, 20 giugno 2014).
La likeability si oppone strutturalmente allo stare-insieme e al vivere-in-comune, perché la convivenza non funziona affatto sulla base dell’identificazione con le bugie ma su quella fornita dalle crepe, dalle fratture, dagli interstizi che si creano attraverso la pratica della verità e con l’amore profondo per essa.

Rebecca Moccia, Un linguaggio inaudito, 2018. Courtesy Mazzoleni Art. Photo Renato Ghiazza
Rebecca Moccia, Un linguaggio inaudito, 2018. Courtesy Mazzoleni Art. Photo Renato Ghiazza

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Il neovernacolare è triste e fa ridere perché dice la verità” (Camilla).
Il neovernacolare può essere comunicato solo attraverso aforismi” (Alice).
Il neovernacolare non è una traduzione – ma the real thing, il fatto in sé.
Il neovernacolare è antinostalgico.
A cchiù bella cosa è la semplicità” (un vecchio trans che vende le sigarette in piazza a Napoli). Poi: “Com’è bell’ parlare semplice! A’mà parlà a lingua nostra, u’ napulitan bell’, stritt, che faceva incantare il popolo. O’ parlavano pure i signuri.”
Il neovernacolare è antiattesa: è l’hic et nunc – tutto subito.
Il neovernacolare fa senza che glielo chiedi – è spontaneo.
Il neovernacolare prescinde finalmente da “sticazzi”.
Il neovernacolare ha bisogno sempre del vivere quotidiano.
Il neovernacolare è disgraziato – è senza grazia.
Il neovernacolare è irredimibile – è senza salvezza.
Il neovernacolare sta nel fatto che ho fatto una cosa banale – però col cuore” (Valentino al telefono).
Il neovernacolare è un’attitudine, una disposizione d’animo.
Il neovernacolare si sporge.
Il neovernacolare è even better than the real thing (cit.).
Alla fine di ogni ‘neo-’ rimane solo il ‘neo’” (Fabrizio).

Laura Cionci, 101 The Beginning of Infinity, 2019. Installation view at Museum of Innocence, Mildura
Laura Cionci, 101 The Beginning of Infinity, 2019. Installation view at Museum of Innocence, Mildura

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Via le opere fatte di cartacce e legnetti buttati per terra.
Via le opere con i neon.
Via le opere educate, perbene, accondiscendenti.
Via le opere che trattano i problemi del presente come “temi” di “attualità” o di “interesse generale”, da trattare appunto – invece che da vivere in profondità.
Via le opere didascaliche.
Via le opere ossequiose nei confronti di quelle fatte dai trentenni di cinquant’anni fa.
Via le opere ossequiose.
Via le opere che sembrano di cinquant’anni fa.
Via le opere da cui non si capisce nulla dell’esistenza dell’artista.
Via le opere da cui non si capisce nulla dell’esistenza di tutti.
Via le opere di cui non si capisce nulla.
Via le opere che non sono brutali, coraggiose, “crudeli” (nel senso di Artaud, non nel senso che pensate voi ‒ qualunque esso sia).
Via le opere animate da un agghiacciante e insopprimibile conformismo.
Via le opere fighette.
Via le opere nostalgiche.
Via le opere in cui sembra comparire una relazione con la “comunità” – ma in realtà non è vero.
Via le opere finte.
Via le opere ipocrite.
Via le opere classiste.
Via le opere animate da un esotismo d’accatto.
Via le opere insulse camuffate da opere sofisticate.
Via le opere fumose.
Via le opere trombonesche.
Via le opere stupide camuffate da opere intelligenti.
Via le opere inutilmente confuse.
Via le opere piene di citazioni da libri mai letti.
Via le opere curate da curatori che non hanno mai letto i libri che citano.
Via le opere sottese da quella fastidiosa posa finto-ironica, finto-cinica, finto-annoiata.
Via le opere che sono pose, e via le opere fatte da poseurs.
Via le opere vecchie travestite da opere nuove.
Via le opere noiose.
Via le opere che non si aprono costantemente al mondo.
Via le opere che non si tuffano nel mondo.
Via le opere fighette (l’avevo già scritto, ma va bene ripeterlo).
Via le opere che non si pongono, anche, come modello esistenziale.
Via le opere inautentiche.
Via le opere irrilevanti.
Via le opere morte – nate già morte.
Via le opere che sono solo e soltanto “opere”.

Christian Caliandro

Trappole dell’acting (I). May You Live in Interesting Times
Trappole dell’acting (II). Padiglione Italia. Né altra, né questa
Trappole dell’acting (III). Rebecca Moccia, Fireworks
Trappole dell’acting (IV)
Trappole dell’acting (V)

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).