Trappole dell’acting (IV)

Vedere con le mani e andare al cuore delle cose e delle idee. Nuovo capitolo della rubrica di Christian Caliandro dedicata alle “trappole dell’acting”.

Fabrizio Bellomo, La forma delle cose, residenza presso La Chimera scuola d'arte contemporanea per bambini, ExFadda, S. Vito dei Normanni (BR), 10-15 giugno 2019
Fabrizio Bellomo, La forma delle cose, residenza presso La Chimera scuola d'arte contemporanea per bambini, ExFadda, S. Vito dei Normanni (BR), 10-15 giugno 2019

Back when I was young and clever
Traced a pattern in the wood
I thought I’d get my shit together
Now I know I never could

Because it’s a pornographic sunrise
Static curtains that draw on our lives

But we still thrive, through every time
But we still cry, through every dive
But we still try

Too old to apologize
We’re too old to apologize

Sebadoh, Thrive (1999)

10 giugno. Disponete le fragole in maniera regolare sui fogli bianchi; solo quelle “industriali” (del supermercato). Poi Fabrizio dispone quelle brutte / informi / naturali su un altro foglio. I bambini osservano prima le une, poi le altre e cominciano a riconoscere le differenze. Scelgono la fragola naturale che assomiglia di più a quelle industriali (Lucrezia: “Ha la forma più da fragola delle altre”). Le fragole naturali hanno delle strane forme. La fragola più brutta e quella più ‘normale’; la fragola come siamo abituati a conoscerla, vederla, riconoscerla.

***

L’apertura è sempre traumatica; la messa in discussione dell’autorità – del principio di autorità – o è reale o semplicemente non è.
Sconfiggere l’ipocrisia, il più grande male italiano, presente nel Seicento controriformista e clericale così come oggi (in un tempo in cui controriformismo e clericalismo hanno solo cambiato, leggermente, aspetto): ne Il Traditore di Marco Bellocchio, Tommaso Buscetta dice “ipocrita, ipocrita, ipocrita” a Pippo Calò perché non ne può proprio fare a meno, perché viene colto finalmente da un impulso strutturale, che fa parte della sua struttura interna e che lo ha animato forse fin dalla tenera età, un impulso molto poco italiano e anzi francamente antitaliano, il fastidio e l’irritazione per la falsità.

11 giugno. “In tutti i neo- alla fine rimane solo il neo” (Fabrizio).
Quante forme differenti può avere un chicco. Fabrizio: “Hai visto Elisa quante? Sono tantissime! E questa qui, in particolare, emerge perché li abbiamo messi in ordine”.
Le forme dei chicchi sono tante, potenzialmente infinite: che vuol dire infinito? Su internet, i chicchi sono tutti perfetti, tutti uguali.

12 giugno. “Toccare” la forma delle cose: di una melanzana, per esempio, o di un limone – con gli occhi chiusi. Vedere con le mani; il tatto, sviluppare i sensi. Il divertimento, anche, di plasmare la stessa forma (la melanzana “che sembra un cane”: Lucrezia) con la cera pongo. Le tre dimensioni: altezza, base, profondità. La quarta qual è? Melissa: “Il movimento!” (Brava!). Il TEMPO.
L’io tace, ma l’anima si sfrega le mani” (Valentino).

13 giugno. Le nespole sbucciate, selvatiche e industriali, underground e mainstream, come sempre. La qualità visiva e tattile delle bucce. Dopo la vista e il tatto, il gusto: assaggiano prima quella industriale, e poi quella selvatica: ovviamente, quest’ultima è molto più buona! ;)

Alessandro Bulgini, Casetta rossa in Città Vecchia, Taranto Opera Viva, maggio 2019
Alessandro Bulgini, Casetta rossa in Città Vecchia, Taranto Opera Viva, maggio 2019

14 giugno. “Gli inglesi, a parte Londra e Edimburgo, non hanno mai avuto le città: le città industriali della seconda metà del XIX secolo (Liverpool, Manchester) sono roba grave, fatta male, per ospitare coloro che ‘dormivano nelle strade’ (Dickens, Anders). La vita media si era infatti dimezzata, da sessanta a trent’anni. La urban regeneration si misura perciò con la periferia industriale delle coketown: è lì che nasce il community building. Le città memorabili, invece – come Napoli, Palermo, Siviglia, Istanbul – sono state e sono quelle smodate, sfrenate, in cui la creatività è esplosiva. Le città, quelle vere, si sono sempre rigenerate – senza neanche rendersene conto, magari” (Dino Borri).
Il discorso ha a che fare con i modi in cui la cultura viene impiegata per ridefinire luoghi, territori, comunità. Innanzitutto: un’operazione del genere è davvero possibile? Dietro termini come riqualificazione e rigenerazione (attraverso l’arte e la cultura) si cela l’idea di processi imposti, calati dall’alto. Quando invece – come insegna il caso dei Kyuss a Palm Springs, nel bel mezzo del deserto, a inizio Anni Novanta – i processi culturali sono del tutto spontanei, allora le cose funzionano.
Non puoi riqualificare di punto in bianco un posto x dove non c’è assolutamente nulla, neanche in partenza, a livello di fermento artistico e culturale embrionale: deve comunque “accadere qualcosa”, e questo qualcosa non si può far accadere per forza (checché ne dicano gli assessori cittadini). Altrimenti si vede, e il tutto risulta inevitabilmente finto, posticcio. Inutile.
Il neovernacolare è triste e fa ridere perché dice la verità” (Camilla).
Il neovernacolare può essere comunicato solo attraverso aforismi” (Alice).
Il neovernacolare non è una traduzione – ma the real thing, il fatto in sé.

Christian Caliandro

Trappole dell’acting (I). May You Live in Interesting Times
Trappole dell’acting (II). Padiglione Italia. Né altra, né questa
Trappole dell’acting (III). Rebecca Moccia, Fireworks

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).