Trappole dell’acting (III). Rebecca Moccia, Fireworks

Il nuovo episodio della rubrica di Christian Caliandro è dedicato all’opera di Rebecca Moccia, in mostra fino al 27 luglio 2019 presso la galleria Massimodeluca di Mestre.

Rebecca Moccia, Fireworks (2019), installation view at galleria Massimodeluca, Mestre 2019, courtesy l'artista e galleria Massimodeluca
Rebecca Moccia, Fireworks (2019), installation view at galleria Massimodeluca, Mestre 2019, courtesy l'artista e galleria Massimodeluca

Il disegno del fuoco d’artificio simboleggia la portatilità (il piccolo nel grande e il grande nel piccolo), la precarietà, l’intangibilità proprie della poesia. Carta ripiegata segno gesto. Esso sta per un certo modo di essere artista e di intendere l’arte, fuori dalle logiche comunemente accettate e diffuse oggi ‒ legate all’austerità delle forme, alla scarsa generosità, alla distanza, al non esporsi troppo e a una malintesa ‘educazione’ ‒, condizioni così contrarie alla sperimentazione. Questa metafora dell’opera e dell’artista agisce sulla scorta di un brano tratto da Sulla strada (On the Road, Jack Kerouac 1957): Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!»”.  Così, le opere, gli ambienti e le situazioni che ha in mente e che insegue Rebecca Moccia espongono serenamente la loro fragilità, la loro precarietà e anche la loro leggibilità; non hanno paura di errori, scarti, arresti, deviazioni, digressioni, cadute improvvise e apparentemente immotivate (che anzi, costituiscono la sostanza del loro percorso); rifiutano di legarsi e di riferirsi agli obiettivi da raggiungere, ai risultati prestabiliti. La sua è una ricerca aperta e disponibile all’imprevisto, agli incontri inattesi, alla vita – al caso e al caos che la caratterizzano e la nutrono.

Rebecca Moccia <[email protected]>
a me

…le tue parole mi hanno fatto venire in mente un’intervista a Roberto Bolaño in cui si parla di poesia e dei giovani poeti descritti in Detective Selvaggi.

La poesia nei Detective Selvaggi è fondamentalmente la metafora della fragilità e della portatilità della letteratura. Non c’è arte più facile ‒ solo all’inizio, dopo diventa la più difficile di tutte ‒ che scrivere poesia. Ricordo che a quel tempo in qualche ambiente circolava addirittura l’idea che la poesia potevano scriverla anche quelli che non sapevano scrivere, perché bastava mettere giù parole in libertà. Era un’epoca in cui la poesia d’avanguardia era molto di moda e si associava spesso all’idea di cambiare la vita e di cambiare vita, e per me fondamentalmente la poesia ‒ per lo meno come la vedevo quando ho scritto I detective selvaggi, è già passato del tempo ‒ è una metafora della fragilità. Una fragilità assoluta. Gente che non solo dal punto di vista letterario, ma anche da quello economico, non aveva futuro, come lo slogan dei punk, era senza futuro, e si aggrappava alla poesia, e faceva bene a farlo… però aggrapparsi alla poesia durante un naufragio è come aggrapparsi al tappo di una bottiglia di champagne: non ti terrà a galla. La poesia poi è un’arte portatile: per leggere un romanzo servono tempo e una serie di comodità minime, ma pur sempre comodità, mentre una poesia, un sonetto per esempio, puoi leggerla in mezzo minuto. Altra storia è capirla, ovvio. Così per me la poesia quando scrivevo I detective selvaggi era la porta d’ingresso nell’ignoto, e in quella materia sconosciuta probabilmente, stavo aspettando la vera poesia, ma anche la stessa porta d’ingresso era poesia, una poesia bastarda, poco rigorosa, esagerata…

(…)

Un disegno portatile non disilluso ma sognante, che nel suo linguaggio, nella sua tecnica scarna, riflette anche la condizione creativa reale di oggi, la mia, e credo quella di molti miei giovani colleghi, almeno italiani, che vivono in case condivise di progetti irrealizzati; che producono arrangiati nei seminterrati umidi e che, elaborazioni sofisticate, di materiali pregiate, precisi, non possono permettersele.
Gente che tutto quello fa se lo porta dietro (non esiste magazzino), non è (quasi mai) venduto o vendibile, anzi che spesso è solo un’immagine regalata, una sensazione, una temperatura, qualcosa che si esaurisce in maniera semi-istantanea, resta in un Mac, nel telefono, in tasca.

L’imperfezione è il nucleo fondativo e costitutivo dell’opera e dell’esistenza, direttamente opposto alla perfezione come criterio che ammette e distingue l’opera e l’artista beneducati, sempre a posto e mai fuori contesto: “L’imperfezione è insita in tutto ciò che sappiamo della vita” (John Ruskin, Le pietre di Venezia). Questa opera si adatta facilmente alle condizioni che trova attorno a sé e dentro di sé, si trasforma e cambia senza pensarci su, non insegue il ‘come-dovrebbe-essere’ (sinonimo di istituzionalità, ufficialità, noia mortale) ma afferma prontamente il ‘come-è’. Una sorta di zen nostrano ‒ una cosa anche molto jazz: Una struttura labile che compone un’atmosfera, uno stato.

Rebecca Moccia, Fireworks (2019), video still, courtesy l'artista e galleria Massimodeluca
Rebecca Moccia, Fireworks (2019), video still, courtesy l’artista e galleria Massimodeluca

Christian Caliandro <[email protected]>
a Rebecca

ti mando queste due brevi canzoni (Promenade e 4th of July) che stanno al centro di The Unforgettable Fire (1984) degli U2: mi sono sempre piaciute proprio perché non sono neanche canzoni ma solo accenni, ‘schizzi’ di canzoni, abbozzi fatti praticamente con niente (in ciò si sente lo zampino di Brian Eno, in quello che è il primo loro album prodotto da lui). In particolare poi, il testo di Promenade parla proprio di un fuoco d’artificio…

Earth sky sea and rain
Is she coming back again
Men of straw, snooker hall
Words that build or destroy
Dirt dry bone sand and stone
Barbed-wire fence cut me down
I’d like to be around
In a spiral staircase
To the higher ground
And I, like a firework, explode
Roman candle lightning lights up the sky

In the cracked streets trampled under foot
Sidestep, sidewalk
I see you stare into space
Have I got closer now
Behind the face
Oh tell me
Charity dance with me
Turn me around tonight
Up through spiral staircase
To the higher ground
Slide show sea side town
Coca-Cola, football, radio, radio, radio
Radio, radio, radio

Guardate questo ‘fregio’: osservatelo mentre state fermi, e poi percorretene il perimetro. È un’opera mobile, effimera, incantata – possiede questa qualità di immediatezza e spontaneità. Hai la sensazione di poterla piegare in qualsiasi momento, piegarla in qualsiasi modo tu voglia, portartela via. E mentre questi fuochi in bianco e nero esplodono sulla carta e sulla parete, tutto attorno a te, uno dopo l’altro e tutti insieme, ti sorprendi a pensare a quanto questa euforia realizzata quasi con niente sia anche meravigliosamente triste, triste come la vita vera.
L’improvvisazione controllata, la furia volatile, il processo che combina caos e ordine parte e torna all’idea di arte portatile. Rebecca è molto interessata all’umano, al fallimento e ai gesti comuni: “può sembrare una cosa naïf”, mi dice mentre beviamo una birra, ma è proprio in quel “può sembrare” che risiede la singolare inafferrabilità di questo lavoro. Questa capacità di potersi trasformare e adattare, di mutare forma, si estende anche oltre il supporto della carta e il medium del disegno – uscendo dalla galleria, generando l’oggetto che viene donato e che viaggia (il pieghevole: un frammento simile in tutto e per tutto a quelli che compongono il fregio), la piattaforma digitale che mappa il loro tragitto (https://firestory.it/) e il racconto video. Il disegno d’artista in 500 edizioni firmate e numerate diventa dunque un oggetto culturale clandestino, il veicolo di una sorta di samizdat contemporaneo che sovverte provvisoriamente le regole e i codici del mondo dell’arte: l’opera non è più inserita solo in un circuito privilegiato e destinata a una fruizione esclusiva, ma si umanizza, si apre al mondo e all’inatteso, a uno spettatore sconosciuto e anonimo che può accoglierla o rifiutarla. L’opera ricerca cioè un rapporto intimo, affettivo, emotivo e basato sull’esperienza concreta – in grado di superare le diffidenze e i disagi imposti dalle condizioni di relazione divenute ormai abituali.

Rebecca Moccia, Fireworks (2019), video still, courtesy l'artista e galleria Massimodeluca
Rebecca Moccia, Fireworks (2019), video still, courtesy l’artista e galleria Massimodeluca

Rebecca Moccia
a me

Quello che, mi accorgo, è più interessante in queste operazioni è l’idea che si possa attribuire un valore personale, un valore d’intimità, più che culturale a un lavoro, che poi è quello che succede con l’oggetto libro che si carica anche in sé di una storia (l’ho portato in quel posto, me l’ha regalato quella persona) o alle canzoni. Queste cose ci piacciono per quello che raccontano e non perché sono Libri o Canzoni, mentre la maggior parte delle opere come oggi si configurano sembrano estranee a questo processo, (…) e ci si illude che attivino, solo per il fatto di esistere in un contenitore educativo, un’immaginazione di qualche tipo. Proprio come avevamo già detto, non entrano a far parte della vita: è proprio raro che si ami un’opera, che di essa si dica qualcosa tipo il mio libro, la nostra canzone, che la si senta propria che ci si immedesimi nel suo linguaggio…

Questi fireworks sono tutte opere in bilico tra forma definitiva e rappresentazione in diretta del loro farsi; e nutrono un affetto profondo, autentico per i fatti umani: per le cose e le azioni – piccole, incomplete, stupide, ridicole, folli, inadeguate – che fanno la quotidianità.

Christian Caliandro

Questo testo accompagna la mostra personale “Fireworks” di Rebecca Moccia presso la galleria Massimodeluca di Mestre, fino al 27 luglio 2019.

Trappole dell’acting (I). May You Live in Interesting Times
Trappole dell’acting (II). Padiglione Italia. Né altra, né questa

Evento correlato
Nome eventoRebecca Moccia - Fireworks
Vernissage08/06/2019 ore 18,30
Duratadal 08/06/2019 al 27/07/2019
AutoreRebecca Moccia
CuratoreChristian Caliandro
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoGALLERIA MASSIMODELUCA
Indirizzovia Pascoli 11 - Mestre - Veneto
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).