Cosa succedeva a Pompei dopo l’eruzione del 79 d.C.? Nuove scoperte provano a rispondere

Dalla rifrequentazione della Casa dei Mosaici Geometrici nella tarda antichità ai reperti rinascimentali dell’Insula Meridionalis: nuove evidenze raccontano una Pompei diversa, mai del tutto abbandonata dopo l’eruzione. Le immagini

Pompei non finisce con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È questa una delle prospettive che emergono dalle più recenti indagini archeologiche condotte nell’Insula Meridionalis, dove le attività di scavo, restauro e messa in sicurezza stanno restituendo tracce di una presenza umana protrattasi ben oltre la distruzione della città romana. Se per lungo tempo la storia di Pompei è stata immaginata come una cesura netta tra la città antica e la sua riscoperta, iniziata nel 1748 con gli scavi borbonici, le nuove evidenze contribuiscono a delineare una storia più complessa. Nella Casa dei Mosaici Geometrici sono emersi infatti segni di rifrequentazione già in epoca post-eruzione, con attività che proseguono progressivamente fino alla metà del V Secolo d.C.; nell’area sono inoltre stati individuati reperti ceramici databili tra XV e XVI Secolo, che documentano una nuova frequentazione in pieno Rinascimento.

Insula Meridionalis
Insula Meridionalis

La Casa dei Mosaici Geometrici a Pompei e la vita dopo l’eruzione del 79 d.C.

Le nuove evidenze provengono dal progetto di messa in sicurezza, consolidamento e restauro dell’Insula Meridionalis, avviato nel settembre 2023 e ancora in corso. Nella Casa dei Mosaici Geometrici, le indagini hanno permesso di individuare numerose tracce di riutilizzo degli ambienti dopo il 79 d.C. Le antiche domus, ormai private delle loro funzioni originarie, vengono progressivamente adattate a nuove esigenze domestiche e produttive: le strutture esistenti sono modificate utilizzando anche materiali di spoglio, mentre compaiono piani di cottura, fuochi, forni da pane e macine.
Nel settore occidentale della casa (e pià nell’ambiente 28 dello scavo) alcune buche di palo disposte lungo il lato orientale sembrano indicare la presenza di una struttura lignea, forse una scaffalatura. Una grande buca quadrangolare al centro dell’ambiente potrebbe invece essere stata utilizzata per sostenere un elemento portante della copertura. Dal riempimento delle buche provengono frammenti lignei carbonizzati, ceramica da fuoco e un frammento di sigillata africana: elementi capaci di ricostruire una quotidianità successiva alla catastrofe.

Dal tardoantico al Rinascimento: la lunga “seconda vita” di Pompei

La storia della frequentazione di Pompei non sembra però interrompersi con la tarda antichità. Tra i materiali recuperati nell’ambito delle attività nell’Insula Meridionalis sono emersi anche reperti ceramici databili tra il XV e il XVI Secolo, testimonianza di una presenza nell’area durante il Rinascimento.
Nuove scoperte che suggeriscono una continuità fatta di presenze discontinue, riusi e conoscenze locali, in cui le rovine continuarono a essere parte del paesaggio e della memoria del territorio. In questa prospettiva assume un significato particolare anche la vicenda della Deposizione di Cristoattribuita ad Andrea Mantegna (Padova, 1431 – Mantova, 1506)documentata fino agli Anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli e successivamente arrivata a Pompei. L’opera, a lungo ritenuta dispersa, è stata identificata alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura di Pompei e, dopo un lungo restauro condotto nei laboratori dei Musei Vaticani, è stata esposta dal novembre 2025 nella nuova Pinacoteca del Santuario.

Cosa succedeva a Pompei dopo l'eruzione del 79 d.C.? Nuove scoperte provano a rispondere

Pompei è sempre stata parte della memoria collettiva”

l docu-drama ‘Pompei Fuori dal tempo’ con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck mostrano come il tema dei sopravvissuti sta finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione. Pompei dopo l’eruzione si presentò come un paesaggio post apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui, e una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate”, spiega il direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel. “Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748, bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo ‘Civita’, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente”.

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