Il modo di pensare al patrimonio va profondamente reinventato. Ecco come
“Reinventare” è il verbo più impegnativo tra quelli che le Giornate Europee del Patrimonio 2026 si impongono. Ma è proprio l’evento che produce due distorsioni: il lavoratore collocato all’ultimo gradino dell’organigramma e il visitatore considerato un numero in coda
Ad aprile 2026, sotto la Venere di Botticelli, i lavoratori degli Uffizi hanno scioperato con uno slogan semplice: non c’è cultura senza diritti. Si trattava di addetti storici all’accoglienza e alla biglietteria, alcuni nel museo da vent’anni, rimasti senza stipendio dopo un cambio di appalto, mentre la nuova società assumeva altri precari a chiamata, con condizioni peggiori. Per le Giornate Europee del Patrimonio, il 26 e 27 settembre, quei lavoratori saranno gli strumenti atti a rendere l’evento un successo. Le Giornate arrivano con un titolo di grande impatto programmatico: Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare. Proprio “reinventare” è il candidato più probabile a rimanere uno slogan.
Come sono considerati i lavoratori del patrimonio?
Il modo in cui lo Stato considera chi lavora nel patrimonio è infatti notoriamente gerarchico; livelli, mansioni, esclusività. Il modo in cui i cittadini lo fruiscono è occasionale, un passaggio, magari l’unico, in una vita intera. Il patrimonio di prossimità, che dovrebbe offrire occasioni ricorrenti di apprendimento e formazione, vale come quello che si visita in gita. Il Ministero, ottemperando alle linee guida europee, parla di edizione costruita intorno all’accessibilità e alla partecipazione delle comunità. Un fine settimana all’anno, però. Il patrimonio dello Stato è tenuto in piedi da competenze che proprio l’amministrazione non sa leggere. Nemmeno contabilizzare. In L’uomo artigiano, Richard Sennett descrive il mestiere come il desiderio di fare bene una cosa, una conoscenza che passa dalle mani prima che dalle parole. Fanno questo tipo di mestiere il restauratore, il custode che conosce le sale e le sa anche raccontare, il funzionario che ha imparato un territorio percorrendolo a piedi, l’archeologo che scava. L’organigramma burocratico vede queste figure come caselle intercambiabili, una voce di spesa, molto spesso da comprimere. In più separa in modo rigido chi sta dentro l’apparato da chi collabora dall’esterno. Per quale motivo, quando si presentano le attività di scavo archeologico del Ministero, parla il Direttore Generale, il Responsabile del Servizio, il funzionario “direttore scientifico” e non parla mai chi ha scavato, letto i rapporti stratigrafici, trovato reperti, risolto problemi interpretativi?
La gerarchia dei lavoratori del patrimonio
Pierre Bourdieu chiamava questa condizione monopolio dell’imposizione della definizione legittima: in ogni campo qualcuno detiene il potere di stabilire chi è autorizzato a definirsi qualcosa, chi può parlare e chi resta fuori. Nel patrimonio, il diritto di parola cresce con i titoli e con la posizione; si esaurisce molto prima di raggiungere chi lavora sul campo, assumendosi grandi responsabilità operative e scientifiche. A chi sta sul gradino più basso il sistema consolidato nega quella che, sempre Bourdieu, definiva illusio, l’investimento nel gioco, la percezione che la partita sia anche sua. Un custode a cui si nega questa illusio è un custode a cui, il giorno dell’incidente, dell’infortunio, del furto, si chiederà conto di una catena che non ha costruito lui. Lo stesso apparato che nega quell’illusio ne impone un’altra: fa passare per naturale una gerarchia costruita e alimentata dall’apparato stesso, che molti professionisti del patrimonio finiscono per vivere come l’unica possibile. La foto del direttore dei grandi scavi inginocchiato a osservare – con sguardo da cardiologo durante un’operazione a cuore aperto – il reperto scavato da chi rimane anonimo è diventata un obbligo in questi anni.
Il patrimonio non si misura solo con i numeri
Di identico stampo è la riduzione del pubblico a numero di biglietti staccati. Le code per la mostra di Caravaggio, la folla delle Giornate del Patrimonio raccontano una fruizione intensa, memorabile, irripetibile. Chi entra, passa, guarda, esce. L’ISTAT misura da anni la distanza tra chi frequenta i luoghi della cultura e chi non lo fa; una separazione proporzionale ai titoli di studio. Queste occasioni costruite come una puntata unica, quindi, portano al pascolo chi sarebbe comunque arrivato ma non sfiorano nessun altro. Pertanto, una reinvenzione seria deve partire da qui. Alla monocultura della puntata unica va sostituita la stagione seriale: un palinsesto di episodi che tornano, incontri, letture, aperture ricorrenti nello stesso luogo, capaci a ogni ritorno di cambiare lo sguardo. E di includere. Costruire la partecipazione allargandola. Un monumento aperto a un racconto speciale dodici volte in dodici mesi anziché una sera l’anno, ogni volta con una domanda diversa, con chi lo conosce a condurre il discorso e con un pubblico che torna e nel frattempo ha letto, discusso, cambiato idea. Dare tempo, opportunità di ripetere, spunti di formazione personale.
La cultura come coltura, non come consumo
La puntata unica-evento spreca il mestiere definito da Sennett ma rinuncia anche, questo forse è più grave, a costruire la competenza del giudizio. Nella Crisi della cultura, Hannah Arendt distingue la cultura di cui ci si prende cura da quella che si consuma: nel secondo caso l’opera diventa muta, perde la sua funzione politica. Arendt riprende da Kant l’idea del gusto come facoltà politica: giudicare un’opera significa appellarsi agli altri, a un senso comune, a una mentalità capace di pensare dal punto di vista di ciascuno. Il godimento estetico, inteso davvero, diventa un esercizio di giudizio rivolto al mondo che condividiamo. È politico, allora, ciò che indirizza al bene comune, lontano dagli interessi dei partiti. Il turista consuma e passa; il cittadino giudica e resta. La differenza la fa quella mentalità allargata di cui Arendt parla, la capacità di mettersi al posto degli altri che si acquisisce con l’esercizio, un pubblico per volta, un ritorno per volta. Il mondo comune si costruisce così, con il giudizio ripetuto, mentre l’affluenza di un fine settimana lascia le cose esattamente dov’erano.
Per una stagione seriale del patrimonio
Reinventare la fruizione e reinventare il lavoro nel patrimonio dovrebbero essere il punto di partenza. Valorizzazione della competenza: dunque lavoratori riconosciuti e stabili al posto di caselle intercambiabili. Fruizione che fa dei cittadini persone che tornano, discutono, giudicano, che abitano il patrimonio come la propria casa culturale. Il turismo di massa, quello di un solo passaggio che porta ricchezza, è un’altra cosa e, nei limiti di sicurezza, va bene. La stagione seriale è pensata per chi resta. Riconoscere la competenza vuol dire trattare chi lavora nel patrimonio come un interlocutore alla pari invece che come un costo: il custode che conosce cosa è esposto nella sala, il restauratore che decide cosa si tocca e cosa resta, l’archeologo che ogni giorno studia, documenta, scava, ricerca. Sono loro a reggere una stagione fatta di ritorni. Ripetizione, tempo, cura: non basta un fine settimana.
Francesco Moriconi
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati