Video intervista a Cecilia Canziani e Chiara Camoni curatrice e artista del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia

Un padiglione bello, nel senso più pieno e quasi scomodo della parola, quello che ti blocca e ti toglie per un attimo il respiro. La video-intervista con la curatrice Cecilia Canziani e l’artista Chiara Camoni

C’è un momento, entrando nel Padiglione Italia della 61ª Biennale di Venezia, in cui il rumore esterno sembra dissolversi, la luce cambia, il passo rallenta. Le grandi figure di Chiara Camoni emergono dalla penombra come presenze antiche e insieme profondamente contemporanee. Madri, sorelle, custodi. Corpi che sembrano appartenere tanto al paesaggio quanto all’essere umano. E diciamolo subito, senza paura: è tremendamente bello, non interessante, non rilevante nel panorama contemporaneo, ma bello, nel senso più pieno e quasi scomodo della parola, quello che ti blocca e ti toglie per un attimo il respiro.

Il Padiglione Italia, un organismo vivente

Con te e con tutto, il progetto curato da Cecilia Canziani, è un ambiente da attraversare lentamente, quasi un organismo vivente. Una cattedrale laica e femminile costruita attraverso materia, relazioni, memoria e tempo condiviso. E proprio il tempo è forse il materiale invisibile che tiene insieme tutto il Padiglione. L’idea, racconta Cecilia Canziani durante la video intervista per Artribune, nasce da una lunghissima consuetudine con Chiara Camoni e con il suo lavoro. Un percorso comune sedimentato negli anni, tra amicizia, scambio intellettuale e vita vissuta, non un’intuizione improvvisa, ma un progetto che aspettava soltanto il momento giusto per diventare reale. Il titolo stesso nasce per accumulo, come alcune sculture di Camoni. Un titolo che contiene persone, legami, ombre, amori, reti di amicizia e storia dell’arte, non spiega, non urla, ma apre e lascia che sia lo spazio a finire la frase.

Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza

La dimensione femminile del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026

La dimensione femminile del progetto non viene mai dichiarata come slogan, eppure attraversa ogni cosa, si percepisce in profondità nella pratica lenta e collettiva dello studio di Fabbiano, sulle Alpi Apuane, dove Chiara Camoni vive e lavora da vent’anni insieme a una comunità fluida e internazionale fatta di giovani studenti Erasmus, tessitrici, ostetriche, artisti, amici. Una famiglia allargata che parla un linguaggio misto, nato dall’intreccio quotidiano di esperienze e provenienze diverse. Si lavora con una cura quasi liturgica del gesto manuale, le opere vengono costruite lentamente dal basso verso l’alto, lasciando che sia la materia stessa a suggerire la forma finale. “La materia risponde”, racconta l’artista. “Non è qualcosa di inerte”.

E si sente, fisicamente, stando davanti alle Sisters, che quella materia ha avuto voce in capitolo su ogni forma. Ed è forse proprio qui che il Padiglione trova la sua voce più precisa e una continuità sottile con le ultime edizioni. Gian Maria Tosatti con Eugenio Viola, lavorava sull’assenza e sulla memoria industriale del Paese. Massimo Bartolini con Luca Cerizza invece sulla dimensione meditativa dell’ascolto. Chiara Camoni porta oggi una presenza corporea, terrestre e collettiva, costruita attorno alla cura e alla materia viva. Progetti profondamente diversi, accomunati dal coraggio di rallentare il ritmo spettacolare della Biennale per trasformare le Tese in uno spazio da attraversare più che da consumare. Le sue grandi Sisters abitano le Tese come corpi monumentali e al tempo stesso vulnerabili, capaci di riempire l’architettura senza mai sovrastarla. Canziani usa un’immagine perfetta: le cattedrali romaniche e gotiche. Non c’è bisogno di saturare lo spazio. Si respira dentro di esso.

Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza

Spazi sacrali e conviviali al Padiglione Italia

Il Padiglione si sviluppa in due tempi. La prima Tesa è verticale, raccolta, quasi sacrale. Un bosco di figure attraversato da ombre e silenzi. La seconda si apre orizzontalmente verso la luce, verso il giardino, verso una dimensione più aperta e conviviale fatta di pavimenti, corpi distesi, dialoghi e performance. Dentro questa struttura si innesta “Dialoghi”, una mostra nella mostra che intreccia la pratica di Camoni con altri artisti e altre presenze, fino alle incursioni di Alice Rohrwacher e Anna Maria Ajmone.

Ospitalità come metodo. Come postura etica

Chiara Camoni raccoglie plastiche restituite dal mare, residui industriali, frammenti dimenticati. Li trasforma senza cancellarne la fragilità. Cecilia Canziani racconta di aver imparato dal suo lavoro “a guardare ciò che sta all’angolo degli occhi, non ciò che è in piena luce”. In un sistema dell’arte sempre più dominato dalla velocità, dall’iperproduzione e dalla necessità continua di imporsi, il Padiglione Italia di Chiara Camoni e Cecilia Canziani sceglie invece la lentezza, la relazione e la fiducia ostinata nei gesti. Un atto controcorrente. Silenzioso. Radicale. Profondamente umano. E alla fine, nelle Tese, parte un lungo applauso, quasi il naturale prolungamento di questo gesto collettivo.

Francesca Francone Maitreya

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Francesca Francone Maitreya

Francesca Francone Maitreya

Francesca Francone Maitreya è architetto dal 2000 e giornalista pubblicista dal 2001. Si è laureata al Politecnico di Milano e ha conseguito nel 2002 un Master in Arte contemporanea, curatela e arti visive all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha…

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