Entri nel Cimitero di Verona e scopri un capolavoro. La storia dell’urlo di Ruperto Banterle
Il Cimitero Monumentale di Verona conserva una delle più audaci sculture funerarie: l’Anelito fuggente, di Ruperto Banterle. Una vertigine michelangiolesca che cancella il confine tra agonia e amplesso amoroso
Durante i primi anni del Novecento a Verona anche la morte si dava un contegno da borghese e si metteva in posa col vestito buono. Bastava fare due passi sotto i porticati del Cimitero Monumentale per capire l’antifona: marmi puliti, angioletti che non davano fastidio a nessuno, mezzi busti di notabili col colletto rigido e quel decoro Liberty appena accennato e rassicurante che serviva a mettere il cuore in pace alla classe bene della città. Poi Ruperto Banterle ci scaraventò dentro un bronzo rivoluzionario che mandò all’aria tutto quanto. Aveva venticinque anni appena.
La formazione di Ruperto Banterle e la sua amicizia con Lionello Fiumi
A Genova, alla Ligustica, lo scultore Giovanni Scanzi lo teneva curvo a fare il disegnatore tecnico per un ingegnere, tra squadre, righelli e calcoli. Per lui era una gabbia insopportabile. Nel 1911 piantò tutto e se ne andò a Parigi. Lì osservò Rodin, la solidità di Bourdelle, l’inquietudine secca di Georges Minne, la carne sfatta di Medardo Rosso. Si convinse che la scultura non doveva adulare nessuno. Quando tornò a casa trovò un complice nel giovane poeta Lionello Fiumi, di soli diciannove anni. Tra loro si creò un legame fraterno, viscerale e profondo. Ruperto gli faceva da spalla e da guida, tanto da muoversi di persona a Milano per cercargli l’editore del suo primo libro di versi, Polline, stampato dallo Studio Editoriale Lombardo nel luglio del 1914 e dedicato proprio allo scultore. Banterle passava molto tempo a casa Fiumi anche per corteggiare la giovane Manuela Tantini, cugina di primo grado di Lionello, che poi avrebbe sposato qualche anno più tardi, legandosi a doppio filo alla famiglia.
Ruperto Banterle e la commissione della tomba di Cristina Peratoner
In quella casa colta e benestante il 27 febbraio del 1914 arrivarono il dolore e la tragedia. La madre di Lionello, Cristina Peratoner, morì a soli quarantanove anni. Il padre, il cavalier Giovanni, doveva risistemare la tomba di famiglia e Lionello non volle sentire ragioni: niente marmisti di mestiere, il monumento all’adorata madre doveva farlo Ruperto. Banterle si chiuse in studio e ne uscì con un’opera che fu una vera rivoluzione: L’anelito fuggente. Niente croci, niente ali d’angelo, nessuna devota rassegnazione. Quello che Banterle mise in scena fu il nodo più antico e viscerale di sempre: Eros e Thanatos, Amore e Morte, fusi insieme senza vergogna per l’eternità in un simbolismo potente.

L’Anelito fuggente di Ruperto Banterle
In basso c’è un uomo nudo, massiccio e muscoloso, buttato a terra sulle ginocchia. Ha la schiena tesa allo spasmo e stringe a sé la donna con una furia disperata, con tutta la sua forza, piantando le dita nella carne per non farla scivolare via. È la ribellione cieca della Vita all’ordine delle cose, la forza bestiale dei muscoli che rifiuta di arrendersi al vuoto. Lei invece fugge come rapita verso l’alto, la schiena inarcata, la nuca rovesciata nel nulla, la gola tirata e la bocca aperta in un ultimo drammatico respiro. Banterle si ispirò allo Schiavo morente di Michelangelo conservato al Louvre, con quella stoffa che saliva sul petto e lasciava scoperto il torace. Solo che al camposanto scaligero quel richiamo divenne carne viva, e il confine tra lo strazio dell’agonia e l’abbandono dell’amplesso si cancellò del tutto. Quella donna non stava volando in paradiso, si stava piuttosto spegnendo nell’estasi crudele del distacco, mentre chi restava cercava di trattenerla come si trattiene un’amante che scivola via tra le lenzuola.
Una scultura scandalosa
Quando montarono il bronzo sotto le arcate, lo scandalo montò in fretta. La critica e i giornali benpensanti dell’epoca arretrarono allibiti davanti a quel realismo crudo, giudicandolo inopportuno per un luogo di sepoltura e preghiera. Quell’abbraccio non aveva niente del pio addio borghese, somigliava troppo a un possesso carnale, crudo e quasi pagano. Quella bocca dischiusa tradiva un apice di sensualità inaccettabile in un luogo consacrato. Dicevano che andava coperto, o portato via. I Fiumi fecero quadrato, Lionello difese l’amico senza indietreggiare di un millimetro, rivendicando la sacralità di un dolore che non accettava le solite bugie consolatorie. Il bronzo rimase al suo posto.

Amore e morte nella scultura di Ruperto Banterle
Nel marzo del 1915 Banterle regalò a Giovanni Fiumi una foto del monumento con una dedica autografa che spiegava tutto: grazie a chi “con atto gentile volle primo donarmi protezione”. Quello sdegno provinciale finì per fargli da cassa di risonanza. Banterle prese la testa della donna e ne fece un’opera a parte. La calcografia Cavadini stampò le cartoline in inchiostro bruno col volto riverso e gli occhi socchiusi. Girarono tra poeti e collezionisti come una specie di maschera moderna, un simbolo di ribellione, di amore e morte di infinita bellezza. Negli anni a venire Banterle avrebbe cambiato passo, portando la linea verso il rigore del Novecento alla Casa del Mutilato col fratello architetto e nei monumenti ai caduti della provincia. Ma la verità di quel 1914 resta insuperata. Sotto le arcate del Monumentale, Banterle non aveva scolpito la morte borghese, aveva costretto una città intera a guardare in faccia l’amore nel momento esatto in cui perde la sua battaglia contro il nulla.
Armando Bellelli
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