Teodora Axente e Siena. L’artista che ha dipinto quattro volte una città
L'artista rumena Teodora Axente ha dedicato due anni e decine di dipinti a Siena. Quattro incarichi istituzionali finiscono per comporre un esperimento di politica culturale cittadina
Quattro progetti istituzionali, decine di dipinti realizzati site specific per luoghi precisi, mesi trascorsi approfondendo archivi, musei (anche gli impenetrabili musei delle contrade), affreschi, reliquiari e rituali cittadini. Il rapporto tra Teodora Axente e Siena è qualcosa di piuttosto inconsueto e inedito rispetto al canonico invito che viene fatto ad artisti internazionali per venire ad esporre o a presentare una mostra; qualcosa di più anche di una residenza. A partire da un invito di Cristiano Leone, presidente del Santa Maria della Scala, la ricerca di Axente su Siena è diventata un lavoro lungo due anni, insistente e caparbio, durante il quale l’artista ha studiato una città fino a farla percolare stabilmente nel proprio linguaggio. Proponendo così la sua prima e unica uscita istituzionale in Italia: “praticamente è dalla fine del 2024 che lavoro in maniera piuttosto ossessiva solo su questi progetti istituzionali a Siena“.
Nata a Sibiu nel 1984 e residente a Cluj-Napoca, dove si è formata all’Università di Arte e Design, Axente appartiene con un suo profilo molto originale (che la fa misurare anche su design, artigianato, moda…) alla generazione più recente della Scuola di Cluj: più che una scuola, un ecosistema cresciuto attorno all’accademia e alla Fabrica de Pensule, dal quale sono emersi artisti come Adrian Ghenie, Victor Man, Ciprian Mureşan e Șerban Savu. In funzione di alcune illusioni ottiche, talvolta le sue tele sembrano ingannevolmente collage o addirittura perfino fotomontaggi per il modo in cui accostano con grane diverse corpi, volte, stoffe, maschere, animali, porcellane e oggetti incongrui. Si tratta invece di pittura a olio, meticolosissima e virtuosa. Originale, identitaria e molto riconoscibile rispetto ai suoi coetanei. “Se devo citare qualche maestro del passato allora ci sono Velazquez, Bosh e Memling“, spiega.
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Teodora Axente al Santa Maria della Scala
Il primo capitolo di questo poker di impegni senesi è stato Metamorfosi del Sacro, la mostra personale inaugurata nel novembre 2025 al Santa Maria della Scala. 25 opere concepite per l’antico Spedale dopo averne studiato gli affreschi del Vecchietta, le reliquie provenienti da Costantinopoli, la Fonte Gaia di Jacopo della Quercia (i cui frammenti originali sono nel Santa Maria della Scala ricostruiti visto che quella presente in Piazza del Campo è una copia) e gli strumenti utilizzati per la cura dei malati.
Ciotole, bende, ampolle, scale, gigli e insetti diventavano reliquie laiche dentro una pittura nella quale il corpo è insieme materia fragile e incubatore dell’anima. La mostra, ideata da Cristiano Leone e curata da Riccardo Freddo e Michelina Eremita, è stata realizzata con la Gallery Rosenfeld di Londra, decisiva nel rendere possibili produzione e continuità di tutta questa operazione. Dopo la chiusura, quattordici opere sono state riallestite in una sala e vi resteranno fino alla fine di agosto 2026.
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Dalla Rosa d’Oro ai polittici per Ambrogio Lorenzetti
Il secondo progetto nasce attorno alla Rosa d’Oro, il preziosissimo manufatto realizzato dall’orafo pontificio Simone di Giovanni Ghini e donato alla città da Pio II Piccolomini (uno dei tanti papi senesi) nel 1459. Axente lo ha riletto attraverso un’opera bifronte: spine dorate e rose della tradizione cattolica da una parte, il giglio dell’iconografia ortodossa dall’altra. Un passaggio apparentemente laterale che ha invece preparato i lavori successivi. Oggi l’opera è visibile a Siena in Palazzo Pubblico a pochi passi dalla Maestà di Simone Martini, nascosta in una vetrina proprio di fronte alla rosa originale che ha recentemente beneficiato di una musealizzazione più adeguata.
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Con Allegoria. Dedica ad Ambrogio Lorenzetti, aperta l’8 agosto 2026 sempre nel Museo Civico di Palazzo Pubblico, lo sguardo si sposta dal patrimonio spirituale dell’ospedale alla dimensione più civicamente politica della città. 22 piccoli ammalianti dipinti inediti su legno, raccolti in due grandi polittici, reinterpretano Giustizia, Pace, Prudenza e Temperanza, ma anche Tirannide, Crudeltà o Frode. Le figure di Axente si misurano così con l’Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo di Lorenzetti, uno dei dipinti seminali della storia dell’arte mondiale. “Ho lavorato su questi personaggi metà umani e metà animali ispirata dagli scritti di uno storico medievale, Georgios Kedrenos, da una parte e guardando, citando, riferendomi sempre a questo incredibile affresco civile di Lorenzetti. Ho operato su legno e non su tela perché è una sfida ulteriore, una tensione al dettaglio e ad indovinare la corretta relazione tra pigmento pittorico e tavoletta di legno” spiega l’artista. E in effetti i due polittici sono esposti proprio nella sala dietro alla parete dove è dipinto il Cattivo Governo, permettendo al pubblico di confrontare nel giro di pochi metri l’opera maestra e la dedica contemporanea.
Il Drappellone e il tribunale permanente di Siena
In simultanea è arrivato il quarto incarico, forse il più delicato: il Drappellone del Palio del 16 agosto, dedicato all’Assunta e al cinquecentenario della Battaglia di Camollia, l’ultimo fronteggiamento vittorioso della Repubblica di Siena con la nemica Firenze che si risolse, in quel 1526, in un’inattesa vittoria nonostante la differenza profonda di forze in campo. La Vergine sovrasta Siena e tiene in braccio la Rosa d’Oro sotto un grande manto azzurro; le Contrade diventano damigelle abbigliate a festa che alludono alla sagoma di Fonte Gaia nella Piazza del Campo (“i volti sono presi da miei amici, parenti, oppure da ricerche online come ad esempio per la madonna, che viene da Pinterest!“), mentre i cherubini con pesci al posto delle piume introducono anche qui quella metamorfosi fra umano e animale. È il compimento del percorso già raccontato da Artribune quando Axente fu scelta come pittrice del Palio. La qualità pittorica è clamorosa a livello di dettaglio, proprio per un’opera che in pochissimi vedranno da vicino.
Poi è iniziato il consueto tribunale cittadino (vi ricorderete che cinema ci fu anche per il Palio di luglio quest’anno, quello dipinto da Ismaele Nones). Le mani giudicate troppo grandi, il volto definito freddo, androgino o poco materno, le letture improvvisate, le bocciature fulminee ovviamente dal pulpito dei social. In tanti hanno dato per scontato addirittura che il dipinto fosse stato realizzato con l’intelligenza artificiale (“invece ci ho impiegato due mesi di lavoro pieni, facendo tutto da sola e tutto a mano“) o che alcuni volti fossero in realtà fotografie applicate sull’opera. Si è parlato perfino di blasfemia o satanismo, non considerando il rapporto stretto dell’artista con il sacro fin dagli anni dell’infanzia per arrivare a questa primavera, con una mostra in un’importante chiesa di Londra. Polemiche becere? Sì, ma attenzione: anche la prova che il Drappellone viene immediatamente preso in carico dalla città e sottoposto a una forma istintiva di partecipazione collettiva che ha davvero pochi eguali al mondo. Tutto questo farà il paio col momento del giubilo, quando i contradaioli vittoriosi immediatamente dopo la fine della corsa andranno ad abbracciarlo, baciarlo, chiederlo in consegna per sempre. Di certo il Cencio con quelle nubi minacciose (o con quello squarcio di speranza?) e quei personaggi che guardano intensamente negli occhi lo spettatore non è rassicurante. E per fortuna.
L’intuizione: usare il Palio per fare politiche culturali a Siena
Per chiudere resta da commentare un dato di fatto politico. Una piccola città orgogliosa e gelosissima della propria storia ha affidato ad una sola artista straniera quattro occasioni istituzionali molto articolate, le ha dato tempo, sostegno, accesso alle fonti e possibilità di sbagliare, l’ha sostenuta davanti alle contestazioni (alcune anche molto dure) e ha costruito una continuità organica nel corso non di mesi ma di anni di relazione. (“Il progetto è stato così profondo che alla fine faremo un libro dedicato al rapporto di Teodora con la città di Siena“, spiegano i suoi galleristi londinesi di Rosenfeld)
Dietro questa scelta emerge soprattutto la visione che Michelina Eremita sta imprimendo ai Musei Civici senesi (supportata dalla sindaca Nicoletta Fabio): una politica culturale fatta di relazioni lunghe, ricerca, committenza e rischio. Tra pochissimo scoppierà il mortaretto, la Carriera di metà agosto terminerà, una contrada gioirà, per altre sedici sarà istantaneamente inverno e verrà d’un colpo il tempo di pensare agli artisti dei Palii del 2027, per continuare a far intrecciare questa Festa ineguagliabile con le politiche culturali della città che la organizza.
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