Lo spettro del razzismo che aleggia sulla cultura

L’interruzione dei rapporti culturali con le istituzioni russe è rivelatrice di un atteggiamento miope e contraddittorio, che non rispetta l’idea di dialogo alla base della cultura

Due opere esposte al Museo delle icone russe a Palazzo Pitti, Firenze
Due opere esposte al Museo delle icone russe a Palazzo Pitti, Firenze

Al di là delle conseguenze più prevedibili del conflitto in suolo ucraino, in questi giorni, nel cosiddetto occidente, è possibile registrare l’emersione di un comportamento alquanto bizzarro e, va detto, piuttosto contagioso. Da un lato, infatti, tutte le istituzioni politiche, economiche e governative ribadiscono con grande fermezza che l’occidente non è in guerra con la Russia, e soprattutto che l’occidente è vicino al popolo russo. Corretto.
Dall’altro lato, però, sono balzati agli onori della cronaca fenomeni tutt’altro che coerenti con queste affermazioni: dai licenziamenti in settori non strategici fino a tensioni di tipo culturale.
La sensazione di ostilità nei riguardi dell’intera Russia è divenuta così sensibile da indurre il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ad affermare la propria distanza da qualsivoglia azione di chiusura ai musei russi. Ed è chiaro che se un direttore di un’istituzione così importante a livello internazionale sente l’esigenza di distanziarsi da azioni quali, ad esempio, non mandare per punizione opere in Russia per dieci anni, oppure chiudere il museo delle icone russe di Palazzo Pitti, significa che queste proposte sono state effettivamente formulate, sia pure non pubblicamente. Le condizioni sono tali che, d’altro lato, il Cremlino non ha atteso molto per giocare al rialzo, chiedendo il rimpatrio di tutte le opere in suolo estero. Il punto, però, non è cosa faccia o meno il Cremlino. Il punto è che c’è un solo aggettivo per identificare anche soltanto l’immaginare di licenziare una persona perché russa, o di non inviare opere d’arte ai musei per un periodo più o meno lungo. E questo aggettivo è razzista.

IL DIALOGO COME BASE DELLA CULTURA

Tutto l’occidente si è alleato nel condannare quanto sta accadendo in Ucraina, ma certi atteggiamenti è fatale dilaghino. Certo, non bisogna essere buonisti, le condizioni non sono mai così semplici: che una società decida di prendere le distanze da un amministratore delegato russo perché potrebbe esporre la stessa a potenziali danni d’immagine e a cali delle vendite, lo si può anche comprendere, anche se non del tutto condividere. Ma se un organo pubblico e istituzionale decide di interrompere una relazione culturale con un museo russo, allora la questione diviene semplicemente miope, incoerente e inaccettabile. Inaccettabile perché una cultura chiusa è semplicemente una contraddizione in termini. Incoerente perché nel giro di un paio di mesi siamo passati dall’indignazione e le proteste per statue femminili un po’ troppo femminili a boicottare le relazioni culturali con i cittadini di un Paese con 114 milioni di persone. Miope perché l’interruzione dei rapporti culturali non può far altro che inasprire quel sentimento anti-occidentale che è la narrazione di Stato più abusata per veicolare l’opinione pubblica russa dall’Unione Sovietica in poi.

Questa integrità morale, questa libertà, questa capacità di guardare oltre le differenze era semplicemente una narrazione, una trovata di marketing”.

Le riflessioni su questo tipo di atteggiamento, tuttavia, non riguardano soltanto la dimensione etica. Riguardano anche un’assenza di visione di sviluppo, politico ed economico: la narrazione della nostra cultura, vale a dire uno degli aspetti che da decenni si vuole indicare come un elemento fondante del nostro essere europei, è l’apertura al diverso, all’alterità, è la capacità di superare le differenze di vedute per perseguire una convivenza sociale pacifica e duratura. Questa condizione non ha solo una conseguenza sociale: si riflette nei rapporti economici con le nazioni, si riflette nella possibilità di acquistare materie prime in una nazione, spedirle in un’altra per poter ottenere dei semilavorati, che a loro volta potranno essere poi spediti in un’altra nazione ancora per assemblare prodotti e servizi che verranno immessi sul proprio mercato domestico.
Permettere che dilaghi, soprattutto nel settore culturale, un atteggiamento così radicalmente opposto a questa narrazione significa distruggere in pochissimo tempo gli sforzi fatti verso questo idealtipo (e sono sforzi economici, imprenditoriali, culturali, sociali, politici), ma significa anche dover ammettere, a se stessi e al mondo, che questa integrità morale, questa libertà, questa capacità di guardare oltre le differenze era semplicemente una narrazione, una trovata di marketing, che ha funzionato fino a quando è durata l’offerta speciale.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.