40 anni di arte americana a Firenze. Guida alla mostra

Racchiudere 40 anni di arte americana in una sola mostra: un'operazione che risulta senz'altro ambiziosa ma, se le opere provengono dal Walker Art Center di Minneapolis, il lavoro è già a metà.

Non è semplice raccontare quasi mezzo secolo di arte statunitense in una mostra. È quel che prova a fare Palazzo Strozzi a Firenze, collaborando con il Walker Art Center di Minneapolis diretto da Vincenzo de Bellis. Per raggiungere l’obiettivo bisogna però dare una concretezza, seguire una linea cronologica e tematica che renda leggibile la distribuzione e lo sviluppo temporale, sociale, culturale, territoriale, economico, tecnologico.
Nonostante non sia presente alcuna opera di Duchamp, la sua portata rivoluzionaria si respira al cospetto di ogni opera e il suo Grand Verre è parcellizzato, convogliato e incapsulato nell’immersiva scenografia di Walkaround Time (1968), realizzata da Jasper Johns, che assorbe magneticamente mentre ci si avventura tra i prismi trasparenti in plastica e immagina i ballerini della compagnia di Merce Cunningham.
La mostra, curata da Arturo Galansino con de Bellis, si inserisce nel solco di due mostre precedenti, Americani a Firenze e La grande arte dei Guggenheim, sempre presentate a Palazzo Strozzi, rispettivamente nel 2012 e nel 2016. Ora il focus si dipana dal 1961, anno in cui JFK si insedia come Presidente degli Stati Uniti, al 2001 con l’attacco alle Twin Towers e la successiva dichiarazione di guerra all’Afganistan.
Sotto il segno di un onirismo puro e prolifico si apre il percorso espositivo: Joseph Cornell con le sue germinazioni poetiche, costellazioni di associazioni feconde, inserisce un’immagine dell’Orsa Minore. Non a caso il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin orbita nello spazio per quasi due ore, le mitologie cosmiche attecchiscono, infondendo uno spirito vitale alle due opere che si presentano nella tipica veste cornelliana, in forma di bacheca-scatola.
Vi accompagniamo alla fruizione della mostra, seguendo il percorso di sala in sala.

– Giorgia Basili

NELL’ARTE DEGLI USA È TEMPO DI CAMBIAMENTI

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Si comincia con l’Espressionismo astratto di No.2 di Rothko, un atto d’amore alla spiritualità dell’arte, una linea dorata che sovrasta una marea indaco, notturna, galleggiante in una  coltre vinaccia. La Sky Cathedral Presence di Louise Nevelson, una colossale installazione in legno dipinto di nero che non nega ma “include tutti i colori ed è il colore più aristocratico. Si può stare in silenzio e contiene tutto“. Infine Ellsworth Kelly emancipa il colore da forma e contenuto, riuscendo a “scolpire” con l’ombra in White Curves.

ATTRAVERSARE LE FRONTIERE TRA LE ARTI

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Una prolifica contaminazione di discipline si realizza grazie a Merce Cunningham, John Cage e Robert Rauschenberg con la scenografia per Minutiae, in cui quest’ultimo colleziona stoffe, carte di giornale e inserisce uno specchio circolare sfumando i confini tra pittura e scultura, che perfezionerà nei suoi potentissimi Combines come Canyon.

ARRIVA LA POP ART

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Come raffiche di vento e pugni nello stomaco, i diamanti di Robert Indiana vanno dritti al punto: siamo ciò di cui ci nutriamo, Eat, gli alimenti, la cultura, il tempo libero che consumiamo finiscono per consumarci, Die. Persino la morte diventa pop, viene inglobata, fagocitata, dalla forza prensile di Andy Warhol, nelle sue sedie elettriche, nel fulmineo passaggio dal sorriso al contegno doloroso dell’icona Sixteen Jackies, dalla “strangolata” simulata di Warhol si passa al collo strozzato di Donald Duck “hooked” nella tela di Roy Lichtenstein, sino alle french fries appese al soffitto come corpi inerti di Claes Oldenburg.

LESS IS MORE

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Il principio architettonico di Mies van der Rohe diventa il motto del Minimalismo. Non risulta chiara e condivisibile la scelta di tralasciare le didascalie in questa sala, non agevola potenziali pubblici eterogenei nella comprensione di opere di non facile lettura, delle loro palpabili sfumature: il reticolato di cubi di Sol LeWitt, il focus sullo spazio per Carl Andre, le azioni sulla materia di Richard Serra, le sculture in feltro Anti Form e processuali di Robert Morris, le misurate e cadenzate ripetizioni di Donald Judd che si concede a colori puri di matrice industriale, le sculture a-volumetriche di Fred Sandback. In ultimo le riflessioni più intimiste di Agnes Martin e Anne Truitt.

L’ARTE? NON DEV’ESSERE NOIOSA

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Bruce Nauman si costruisce con il suo Art Make-Up scultura e corpo vivente, Galatea e Pigmalione. John Baldessari eleva ad arte quattro gesti che suppongono un atto trasformativo minimale, come quando inserisce ripetutamente le dita in tubi di pigmento facendo debordare il contenuto in nuvole polverose di colore. Invitato dal Nova Scotia College of Art and Design di Halifax, delega agli studenti il suo ruolo: dovranno scrivere sulle pareti dello spazio espositivo “I will not make any boring art” fino a ricoprirne la superficie, una critica alle accademie d’arte che promuovono l’emulazione di modelli prestabiliti e già navigati invece di incoraggiare l’uscita dalla comfort zone, la sperimentazione e il rischio dell’errore e del rifiuto.

LE IMMAGINI DALL’ARTE ALLA PUBBLICITÀ

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Siamo alla fine degli Anni Settanta, inizio Ottanta: le parole d’ordine sono appropriazione, manipolazione delle immagini mediatiche, gioco seriale, furto del linguaggio pubblicitario e coesione immagine-parola. Barbara Kruger in We Will no Longer be Seen and Not Heard si focalizza sul gesto, enfatizzando il potere comunicativo ed evocativo delle mani, l’espressività loquace dello sguardo e della bocca. Nelle parole della critica Nancy Spector, la serie Girlsfriend di Richard Prince rappresenta la versione femminile della serie Cowboys. Le ragazze in posa prelevate dalle riviste di biker sono come “trofei a corredo di un immaginario di auto-sovranità […] un arredo scenico necessario all’immaginario del biker affinché questo possa vedersi come indipendente, macho, interessante e di tendenza”.

ARTE & VITA

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Félix González-Torres con il suo Untitled (Last Light) riesce a rendere il dramma della perdita della persona amata, portata via dall’AIDS, disponendo in una fila ben cadenzata delle lampadine a bulbo che emanano un fioco tepore: sono uno struggente richiamo al sentimento impossibile da sopire nonostante la morte. La felicità è ormai un ricordo, né disilluso né rassegnato, non c’è resa all’ingiustizia della separazione. Pochi anni dopo l’artista si spegnerà a causa della stessa malattia, ricongiungendosi con la sua lucciola. Insieme a Jenny Holzer, Robert Gober e Robert Mapplethorpe, richiamano l’attenzione su un problema urgente che la burocrazia politica, capitanata da Reagan, si rifiuta di riconoscere e combattere; è lotta contro la mediocrità e il conservatorismo più becero.

DA NEW YORK A LOS ANGELES

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Catherine Opie nella serie Domestic immortala coppie e famiglie lesbiche nelle loro attività quotidiane durante un viaggio di tre mesi che la porta a percorrere 9mila chilometri. Dimostra la forza di un’idea, dell’amore che non si ferma di fronte allo standard, alle avversità e all’opinione pubblica. Non troviamo i profili delle donne stagliati su sfondi monocromi come negli scatti che l’hanno resa nota: le figure sono immerse in un caos vitale fatto di oggetti, focolare e affetti. L’opera di Mike Kelley è corrosiva, si sofferma sulle verità scomode e le ambiguità laceranti, in Four Part Butter-Scene N’Ganga un suono in loop dà il senso all’installazione: Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, la famosa scena del burro di Marlon Brando e Maria Schneider, peccato che la realtà superi la finzione. Lo stupro è stato realmente perpetrato.

VOCI DI ARTISTI FUORI DAGLI SCHEMI

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

American Art 1961 2001. Exhibition view at Palazzo Strozzi, Firenze 2021. Photo © Ela Bialkowska OKNOstudio

Jimmie Durham nella sua scultura totemica I Want 2 Be Mice Elf rivendica il diritto di essere libero da pregiudizi ed etichette di ogni sorta, di autodeterminarsi, rappresentando la comunità indiana alla quale appartiene, i soprusi e l’annichilamento subiti e perpetrati nella corsa americana verso il mito del Far West e della conquista senza limiti e scrupoli. Lorna Simpson in Wigs (portfolio) fotografa parrucche indossate dalle donne di colore che richiamano le treccine e le loro acconciature tradizionali. Quanto un simbolo può sovrapporsi all’identità e diventare un segno di riconoscimento e ghettizzazione, quanto la diversità è esasperata dall’esacerbazione e customizzazione dello stereotipo? La bellezza di questa serie, oltre a essere dovuta al significato che veicola, è enfatizzata dal supporto scelto per la stampa, il feltro, che simula la morbidezza e insieme il crespo del capello.
Matthew Barney con il suo ciclo Cremaster supera i limiti delle definizioni, concepisce ibridi, riesuma mitologie arcaiche per parlare di corpi e identità moderne, di una lotta intestina di forze opposte tramite materiali inconsueti come vaselina e plastiche autolubrificanti. Il titolo stesso si riferisce al muscolo che coordina l’abbassamento e l’innalzamento dei testicoli in reazione a stimoli provenienti dall’ambiente, come un cambio di temperatura o una risposta psichica dovuta alla paura.
Infine Kara Walker con Do you like Creme in your Coffee and Chocolate in your Milk? (1997) realizza una serie di acquerelli che sondano le problematicità e i conflitti insiti nel plasmarsi dell’identità a contatto con il mondo esterno. L’artista si chiede se la sua condizione di agiata, borghese e donna integrata (nel sistema di mercato, nella società occidentale) possa aver o meno compromesso la genuinità della sua riflessione sulla razza, rispondendo a critiche amare e puntigliose mossale da altri artisti afroamericani. I suoi disegni, crudi ed emblematici, colpiscono per il dramma storico che scandagliano, per l’asprezza e la brutalità sessuale, l’oggettivazione del corpo che annichilisce la persona. Da una parte, nel corto Testimony: Narrative of a Negress Burdened by Good Intentions le sue silhouette vittoriane, esasperate nei tratti stereotipati e proprio per questo così efficaci (incoraggiano lo schieramento, la divisione netta tra bianchi e neri), invertono la storia – gli abusi sono perpetrati sui bianchi “che nel loro desiderio di sentirsi appagati, hanno venduto i loro corpi” agli schiavi. Dall’altra, in Cut, la realtà dello sfruttamento e degli stupri costringe una donna di colore a tagliarsi, in un gesto senza ritorno, le vene dei polsi. Quasi una danza tribale, una baccante che soccombe: i rivoli di sangue, librandosi in aria, diventano grottesche per poi, irrimediabilmente, accumularsi a terra in pozzanghere.

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Giorgia Basili

Giorgia Basili

Giorgia Basili (Roma, 1992) è laureata in Scienze dei Beni Culturali con una tesi sulla Satira della Pittura di Salvator Rosa, che si snoda su un triplice interesse: letterario, artistico e iconologico. Si è spe-cializzata in Storia dell'Arte alla Sapienza…

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