Parola a Jimmie Durham, vincitore del Leone d’Oro alla carriera nell’ambito della 58. Biennale Arte di Venezia.

Insignito del Leone d’Oro alla carriera nell’ambito della Biennale Arte 2019, Jimmie Durham (Washington, Arkansas, 1940) continua a distinguersi grazie a una poetica che unisce una profonda indagine sulla materia a una riflessione sociale e politica condotta con responsabile ironia.

Come hai reagito alla notizia del Leone d’Oro alla carriera?
Ero contento, ma non entusiasta. Mi entusiasma è pescare, ad esempio. Ma dopo i primi giorni ho iniziato a pensare che è una buona responsabilità. Se le persone apprezzano il tuo lavoro, significa che devi lavorare ancora più seriamente. E va bene, non mi preoccupa la responsabilità.

Quando Ralph Rugoff ha chiarito le motivazioni del premio, ha usato la parola “playful”, utilizzata anche per descrivere la sua Biennale. Che cosa pensi di questo aggettivo, in relazione al tuo lavoro e anche alla Biennale?
Questa è la mia sesta Biennale di Venezia. Deve essere “playful”, ma un gioco serio. Non c’è alcuno scrittore più giocoso di Calvino, ma questo non lo rende meno serio e carico di energia. Bisogna aspettarsi la stessa cosa da una Biennale.

Cosa credi possa fare oggi un artista per fronteggiare intolleranza, odio e razzismo sempre più dilaganti?
Abbiamo ancora una possibilità e ogni momento è sempre il migliore per fare arte perché è un privilegio così grande, specialmente oggi che non ci sono limiti al fare arte, se non il fatto che un artista realizzi un buon lavoro.

Pensavo all’idea di responsabilità e a quella di ironia consapevole, due componenti essenziali del tuo lavoro. Questi elementi possono e devono orientare il fare arte oggi?
Credo che dovrebbero, ma parlo per me, non per gli altri artisti. Tuttavia alcuni artisti mi restituiscono sempre qualcosa, da Maria Thereza Alves a David Hammons alla più giovane Elisa Strinna… Non si confrontano direttamente con il nemico. Il nostro nemico è la stupidità, che è parte integrante dell’essere umano, e fronteggiarla significa usare l’intelligenza.

Jimmie Durham. Photo © William Nicholson
Jimmie Durham. Photo © William Nicholson

Pensi che le biennali e le grandi kermesse artistiche in genere possano contribuire a veicolare questo tipo di messaggio?
Maria Thereza ha partecipato a numerose biennali negli ultimi dieci anni, nei Paesi arabi, in Sud America, in Cina, in Corea, ed è sempre ritornata con una serie di racconti legati ad artisti che certamente non sarebbero stati inclusi in biennali europee o americane dieci anni fa. Si tratta di qualcosa di nuovo e, secondo me, di estremamente positivo. Le fiere oggi sono ridicoli supermarket, ma alle fiere si può vedere di tutto, anche se in una forma spettacolarizzata rispetto a una galleria. È un modo diverso di fruire l’arte e corrisponde a tempi altrettanto differenti. Rispetto al passato ci sono molte più persone che vogliono fare arte o apprezzarla, o entrambe le cose, dunque la situazione è totalmente diversa. Oggi le biennali e le fiere sono una sorta di necessità. A me non piace leggere le notizie del giorno su Internet eppure lo faccio perché posso farlo, così come posso uscire e comprare un giornale. Sono i tempi moderni, ecco tutto.

Dunque le biennali sono delle possibilità?
Esattamente, sono delle possibilità. E la stupidità può saltare fuori da ogni angolo, in ogni momento. C’è sempre qualcosa di stupido davanti a te. Ignoralo e vai a cercare qualcosa di intelligente.

Credo che oggi il problema sia il fatto di non saper più riconoscere cosa è stupido e cosa no. Penso ad esempio alla situazione politica italiana.
Una situazione davvero pericolosa per gli italiani. Come il potere per Foucault, la stupidità è ovunque e sopraggiunge da ogni parte. Ogni volta che riusciamo a essere intelligenti, stiamo combattendo la stupidità. Ciò non significa che faremo una rivoluzione domani, perché pure questo rientrerebbe nella stupidità, ma se continuiamo a cambiare le cose, invece di stare davanti al televisore, riusciremo ad avere anche governi migliori.

Jimmie Durham, Black Serpentine, 2019. Photo Nick Ash. Courtesy l’artista & kurimanzutto, Città del Messico New York
Jimmie Durham, Black Serpentine, 2019. Photo Nick Ash. Courtesy l’artista & kurimanzutto, Città del Messico New York

Qual è il tuo rapporto con l’Italia?
Viviamo a Berlino e abbiamo una bella casa a Napoli. Quando esco di casa a Napoli, almeno un paio di persone mi invitano a fare qualcosa con loro, probabilmente qualcosa di interessante. Per quanto riguarda Berlino, invece, dico sempre che, se ti piacciono il cattivo tempo, il cattivo cibo e la gente fredda, è la città perfetta. Credo di avere al massimo tre amici a Berlino, tutti gli altri sono a Napoli, a Roma, a Milano, a Venezia. Nel Novecento i migliori artisti erano tutti italiani. Certo, c’erano anche artisti americani, non ho nulla contro Jackson Pollock, ma molti di loro facevano solo rumore, invece gli artisti italiani hanno sempre fatto arte seriamente.

Oggi molti giovani artisti italiani stanno dimostrando il loro talento. Quello che si nota, nelle nuove generazioni italiane e non, è un ritorno alla materia, nonostante lo scenario in cui sono immerse sia improntato al digitale. La tua arte è fortemente materica. Perché, dal tuo punto di vista, sta avvenendo questo ritorno al tangibile?
Credo dipenda dal fatto che siamo dei primati, delle scimmie, e la nostra conoscenza del mondo avviene attraverso il corpo. Una volta scisso l’intelletto dal corpo, abbiamo iniziato a sentirci strani e ora desideriamo ritornare ai nostri corpi, perché non ci fidiamo dell’intelletto soltanto. In effetti non dovremmo fidarci di nulla, se non del fatto di continuare a porci domande. Se mettiamo insieme il nostro cervello e le nostre mani, non è così semplice mentire. Al contrario, se separiamo mani e cervello, mentire è facile. Non sapremo mai qualcosa sulla verità, ma dal mio punto di vista riusciamo sempre a riconoscere la menzogna. E oggi ci sono un sacco di menzogne nel mondo dell’arte. Al Museo del Prado, ad esempio, ci sono moltissimi dipinti orribili che non hanno nulla a che vedere con l’arte e che sono bugie pittoriche accademiche.

E si ritorna al discorso della responsabilità. Se non menti, sei responsabile di quello che fai.
Esattamente.

Arianna Testino

Versione estesa dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #49

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Nome evento58. Biennale - May You Live In Interesting Times
Vernissage11/05/2019 ore 11 su invito a Ca' Giustinian
Duratadal 11/05/2019 al 24/11/2019
CuratoreRalph Rugoff
Generearte contemporanea
Spazio espositivoPADIGLIONE CENTRALE
IndirizzoFondamenta dell'Arsenale - Venezia - Veneto
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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.

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