Solomon e Peggy Guggenheim. Storie incrociate a Firenze

Palazzo Strozzi, Firenze – fino al 24 luglio 2016. Non solo dipinti e sculture, ma il racconto di due vite dedicate all’arte, di un uomo e una donna che contribuirono ad affermare, da New York e da Venezia, le “tendenze d’arte non figurale”, come si diceva allora. Tutti i segreti dei Guggenheim sono ora svelati a Firenze.

Vasily Kandinsky, Courbe dominante, aprile 1936 - New York, Museo Solomon R. Guggenheim - photo Kristopher McKay
Vasily Kandinsky, Courbe dominante, aprile 1936 - New York, Museo Solomon R. Guggenheim - photo Kristopher McKay

MECENATISMO DI FAMIGLIA
È la stanza centrale. Le pareti nere, sulle quali stanno sei tele di Rothko dalle campiture colorate, salvo una, Nero su grigio, del 1969-1970. Pare proprio una piccola, intensa ed emozionante mostra nella mostra, come suggerisce Luca Massimo Barbero.
Ma a Palazzo Strozzi gli artisti sono quasi un “pretesto” per celebrare la storia di due collezionisti: si chiamano Solomon e Peggy Guggenheim, lui zio e lei nipote, e il loro cognome ci riporta a periodi di mecenatismo splendido, a un’enorme ricchezza finanziaria messa a disposizione di pittori e scultori per dare vita a due diverse raccolte di opere che ancora oggi sono capisaldi imprescindibili per ricostruire quello che furono le avanguardie europea e americana. Ed è Cristina Acidini – presidente del Consiglio d’Indirizzo di Palazzo Strozzi – a chiedersi se esiste ancora, nel mondo contemporaneo, un mecenatismo di così alto livello e di qualità pari a quello della Firenze medicea. Il legame con Firenze non si limita però a questo: nel 1949 Peggy Guggenheim, infatti, ancora senza una sede definitiva per la sua collezione, organizzò un’esposizione proprio alla Strozzina, nata in quell’occasione, con l’appoggio di Carlo Ludovico Ragghianti: iniziativa che non piacque a tutti, come rivelano le citazioni dei giornali locali d’epoca riportate nel bel saggio in catalogo di Ludovica Sebregondi e che, lette oggi, stupiscono e quasi scandalizzano.

Vasily Kandinsky, Courbe dominante, aprile 1936 - New York, Museo Solomon R. Guggenheim - photo Kristopher McKay
Vasily Kandinsky, Courbe dominante, aprile 1936 – New York, Museo Solomon R. Guggenheim – photo Kristopher McKay

TRA NEW YORK E VENEZIA
Nelle sale, ovviamente, troviamo le opere selezionate dai musei di New York e di Venezia, oltre a qualcuna ora in collezione privata. Già la sala d’apertura mette ben a fuoco la dichiarazione di intenti di chi ha pensato questa mostra: due gigantografie degli interni dei luoghi da cui tutto è partito, l’edificio di Frank Lloyd Wright e la prima galleria-museo di Peggy, The Art of This Century, entrambi nella Grande Mela. Alle riproduzioni fotografiche sono accostate le opere originali: Max Ernst, Giacometti, Brancusi, van Doesburg e a metà, tra le due pareti, Curva dominante di Kandinsky. Quest’ultimo dipinto ha un valore particolare perché appartenne prima a Peggy e poi a Solomon, un simbolico ponte tra le due collezioni, ma quasi ogni opera esposta si presta al racconto di un’affascinante storia. Come non citare poi i Surrealisti, la Scatola in una valigia di Duchamp, il cui primissimo esemplare fu dedicato proprio a Peggy, o il delicatissimo Busto di uomo in maglia a righe di Picasso, da lei acquisito con grande fatica, e i numerosi Pollock, il quale ottenne dalla collezionista un vero e proprio contratto che gli permise di dedicarsi alla pittura fino al 1947.

L’AVANGUARDIA FA STORIA
Efficaci i due leoni di Basaldella che, come davanti a un portale di una cattedrale medievale, fanno la guardia ai Burri, ai Fontana, ai Vedova, all’arte dell’avanguardia italiana che non sfuggì allo sguardo attento della Signora Guggenheim. E poi lo Studio per scimpanzè di Bacon che lei volle nella camera da letto della dimora veneziana e che era la sua prima “visione” mattutina. Infine, chiudono la mostra gli statunitensi degli Anni Sessanta – confluiti al museo di New York anche grazie all’imponente lascito Shulhof – e il grande Preparativi di Lichtenstein, dipinto nel proverbiale 1968: da allora fu Pop Art, e niente fu più lo stesso. Le avanguardie tanto care ai Guggenheim divennero il passato, un passato a cui ancora oggi dobbiamo molto e che possiamo ora ripercorrere in un viaggio ideale da New York a Venezia allestito nelle sale di un antico palazzo fiorentino.

Marta Santacatterina

Firenze // fino al 24 luglio 2016
Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim
a cura di Luca Massimo Barbero
PALAZZO STROZZI
Piazza degli Strozzi
055 2645155
[email protected]
www.palazzostrozzi.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/51707/da-kandinsky-a-pollock-la-grande-arte-dei-guggenheim/

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Marta Santacatterina
Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte – titolo conseguito all'Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia dell’arte medievale –, svolge da molti anni la professione di editor freelance per conto di varie case editrici ricoprendo anche, dal 2015 all’inizio del 2018, il ruolo di direttore editoriale del marchio Fermoeditore e della rivista collegata “fermomag”, sulla quale si è dedicata alle rubriche di arte, fotografia e mostre. Scrive per “Artribune” fin dalla nascita della rivista nel 2011, mentre più recenti sono le collaborazioni con il sito “Art&Dossier” – sul quale recensisce progetti allestiti in gallerie private –, con “La casa in ordine”, dove si occupa di designer emergenti e autoprodotti, e con la rivista “Dolcesalato”, su cui propone ai pasticceri suggestioni tratte dall'arte contemporanea. Scrive inoltre testi storico-artistici e sul fumetto per case editrici italiane (Giunti editore, Grafiche Step editrice ecc.) e statunitensi (Fantagraphics Books). Ha partecipato come giurata a concorsi di arte o fotografia e raramente cura delle mostre per artisti che riescono a convincerla grazie alla qualità dei lavori e alla solidità della loro poetica. Per la sede di Parma del Boston College, si occupa inoltre di attività di tutoring sull'arte contemporanea per studenti americani.