Fase Tre (V). Ricordi e postapocalisse

Guardare al domani. Ma come? Nuovo capitolo della serie di mini saggi di Christian Caliandro dedicata alla Fase Tre.

Cesare Tacchi, Fidanzati, 1965
Cesare Tacchi, Fidanzati, 1965

Solo nel riflesso e nel ricordo il mondo vive in noi.
What have I become? / My sweetest friend / Everyone I know / Goes away in the end // You could have it all / My empire of dirt / I will let you down / I will make you hurt // I wear this crown of shit / Upon my liar’s chair / Full of broken thoughts / I cannot repair / Beneath the stains of time / The feelings disappear / You are someone else / I am still right here” (Nine Inch Nails, Hurt, in The Downward Spiral, Nothing 1994).

12 novembre 2020. Questo senso postapocalittico (“il mondo è andato avanti”) – non ci vediamo più, non ci incontriamo più, tutti ci ritroviamo scagliati in una versione sconosciuta del presente, e di noi stessi – le strade, la spiaggia, i paesaggi sembrano differenti, anche la luce è strana – (e mi ritrovo qui a pensare a tutto ciò che è stato, a ciò che sarà…) – svolgimento: interlinked : a system of cells interlinked within cells interlinked within cells interlinked within one stem – “You newer models are happy scraping the shit… because you’ve never seen a miracle” (Sapper Morton in Blade Runner 2049, Denis Villeneuve 2017).
“Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore. // Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli. / Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l’Appia come un cane senza padrone. / O guardo i crepuscoli, le mattine / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti della Dopostoria, / cui io assisto, per privilegio d’anagrafe, /dall’orlo estremo di qualche età / sepolta. Mostruoso è chi è nato / dalle viscere di una donna morta. / E io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più” (Pier Paolo Pasolini, da Poesie mondane. 10 giugno 1962, in Poesia in forma di rosa, in Tutte le poesie, a cura di Walter Siti, 2 voll., Mondadori 2003, I, p.1099)
La storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni caso / molti anelli non tengono. / La storia non contiene / il prima e il dopo, / nulla che in lei borbotti / a lento fuoco. (…) La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice. / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C’è chi sopravvive. / (…) La storia gratta il fondo / come una rete a strascico con qualche strappo e più di un pesce sfugge. / Qualche volta s’incontra l’ectoplasma / d’uno scampato e non sembra particolarmente felice. / Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato. / Gli altri, nel sacco, si credono / più liberi di lui” (Eugenio Montale, La Storia, in Satura, Mondadori 1971).

MacGyver
MacGyver

8 novembre 2020, ore 10:06
Valentino Ligorio
a me

Ciao Christian buondì

Sto riflettendo molto in questi giorni: sul futuro del teatro e sulle questioni più radicali che questo pensiero comporta.
Mi ha colpito uno dei tuoi articoli sugli spazi matriarcali. Quello dove si ti interroghi sul “dove” dell’arte contemporanea.
L’opera smette di tendere ad immortalare l’artista o se stessa. Dove “si” colloca la cultura oggi? C’è un passaggio a cui sto pensando: se in Warhol l’opera pop “si” situa nel consumo, nell’acquisto forse, insomma in una riflessione se vuoi sul marketing e che nel marketing si scioglie (intendo il marketing come un livello esistenziale e come pratica ascetica quasi) in Roxy in the Box ad esempio la pop art mira ad essere presente nel quartiere quasi gratuitamente, come presenza, come se dal marketing pubblicitario si fosse passati al mercato rionale (inteso sempre come livello esistenziale). Il tuo passaggio nell’articolo, quando parli dell’opera che mira ad essere presente, che sembra quasi un attrezzo artigianale che serve a fare qualcosa con il nostro immaginario privato e quotidiano, che ci serve per andare a fare la spesa al mercato, non alla mostra per intenderci: uso comune dello straordinario che non è più una roba da comprare ma più una cosa da tipo esperire. Lo statuto esistenziale dell’opera che cambia e diventa tipo quel coltellino svizzero che MacGyver portava sempre in tasca…

10 novembre 2020, ore 06:10

Christian Caliandro
a Valentino

ciao valentino,

in questi giorni sto ristudiando il krautrock, e ho rivisto questo documentario della BBC che è il migliore
in effetti:

sto ripensando al fatto per esempio che Florian dei Kraftwerk ha sempre insistito molto sull’aspetto che i membri del gruppo erano music arbeiter, lavoratori/operai musicali…  soprattutto all’inizio, prima che gli venisse la fissa del man-machine ecc. e anche gli altri gruppi (Neu!, Cluster, Harmonia, Faust, Amon Duul II, ecc.) riuscivano a fare quella musica sia perché faceva parte di un contesto sociale e politico, sia perché vivevano a un certo punto magari in campagna o comunque in posti isolati, a contatto con la natura. e soprattutto, nel documentario emerge continuamente questa esigenza di fare una musica che fosse tedesca, europea, al di fuori dell’influenza del rock e del blues, e quindi elettronica e bucolico-psichedelica-spaziale.
poi arriva Brian Eno nel 1976 e ovviamente gli frega tutte le idee per la trilogia berlinese di David Bowie

un abbraccio e a presto

10 novembre 2020, ore 09:13
Valentino Ligorio
a me

direi che una riunione dovremmo farla al più presto anche su zoom.

La questione è questa. Il coltellino di MacGyver per andare al mercato: che cosa ce ne facciamo se al mercato non possiamo più andarci? se dobbiamo fare la spesa on line?
E la pandemia? Serve ‘sto coltellino per la pandemia? A cosa e a chi?

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Fase Tre (I). L’opera e la realtà
Fase Tre (II). Essere l’altro
Fase Tre (III). La paura e gli interstizi
Fase Tre (IV). Crisi e rinascita

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).