Fase Tre (I). L’opera e la realtà

“L’arte, il sacro, la magia, l’eternità, l’immortalità, Dio risiedono nella realtà e sono la realtà. Dio è il mondo – il mondo è Dio”. Christian Caliandro inaugura una nuova serie di mini saggi, intitolata “Fase Tre”.

Anna Capolupo, Tre tigri contro tre tigri, 2020, olio su tela, 30x50 cm
Anna Capolupo, Tre tigri contro tre tigri, 2020, olio su tela, 30x50 cm

Non sono quello che mi è successo, sono quello che ho scelto di essere” (Carl Gustav Jung).
Questo periodo rappresenta l’occasione – unica – per liberarsi di ogni condizionamento. Per cogliere la palla al balzo. Per non pensare più in maniera verticale, maschile, egocentrica, egoista, solipsistica. Ma per accogliere, in modo aperto e sperimentale, tutte le idee e le sollecitazioni che vengono dal mondo, dal mondo in sommovimento e in trouble.
Tutti i problemi sono interconnessi, collegati tra di loro – così come le soluzioni. Razzismo, patriarcato, paternalismo, sessismo, classismo, elitarismo, disuguaglianza economica: sono tutte anzi declinazioni dello stesso problema, di un unico problema. E non ci può essere un’autentica innovazione politica e sociale, che non sia anche artistica e culturale.
La critica radicale della società, nei suoi fenomeni industriali più avanzati, fece emergere un modello di estremismo operativo, basato principalmente sui valori emarginati e poveri. Questi appartenevano per tradizione alle masse, ancora caratterizzate da un altissimo grado di creatività e di spontaneità. Ed è a queste che molti artisti si rivolsero per attingere ispirazione ed energia, con il risultato di far esplodere la ragione quanto la fantasia correnti; sui loro frammenti si sarebbero rivendicati il rovesciamento e la trasformazione poetica della cultura quanto della società” (Germano Celant, Un’arte critica [1983], in Arte dall’Italia, Feltrinelli, Milano 1988, p. 101).

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Torre di Palme (Fermo), 18 ottobre 2020. La questione della distanza è fondamentale. Io tengo a distanza, per salvarmi e per salvare la mia percezione, la mia osservazione, la mia testimonianza. Altrimenti mi brucio, mi autodistruggo. Per raccontare non devi partecipare – anche se, paradossalmente, il tuo lavoro è basato sulla partecipazione. Si tratta dunque di una strana forma di relazione, che implica empatia & distacco. Ambiguità, ambivalenza, complessità del realismo: altrimenti, il racconto è monodimensionale, troppo semplice, in definitiva falso e finto.
Il “rispecchiamento” non ha proprio nulla di meccanico.
Il realismo consiste nella capacità di comprendere anche gli altri punti di vista, pur non condividendoli, e pur sapendo che la verità è una/unica.

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ICA - Institute of Contemporary Art, University of Philadelphia, inaugurazione della mostra Andy Warhol, 10 settembre 1965
ICA – Institute of Contemporary Art, University of Philadelphia, inaugurazione della mostra Andy Warhol, 10 settembre 1965

… e quindi l’opera può anche non esserci, l’opera come oggetto e/o come prodotto – l’oggetto è un puro pretesto – l’opera è l’evento, come scoprì Andy Warhol la sera dell’inaugurazione della sua mostra personale all’ICA di Philadelphia nel 1965 – i quadri staccati dalle pareti perché rischiavano di essere danneggiati dalla folla – lui si gira stando sulla scala, osserva ciò che accade e capisce che la mostra è quella cosa lì, l’evento, ciò che sta avvenendo. Oggi, cinquantacinque anni dopo quella sera, l’opera non esiste – o meglio, l’opera è la realtà – il migliore Brillo Box è la scatola vera, impilata nel supermarket di fronte alla galleria (e questo Warhol lo sapeva perfettamente) – per cui l’opera, o ciò che chiamiamo “opera”, è solamente un indicatore, un’esca, uno specchietto per le allodole, perché l’opera d’arte vera sta sempre altrove, si trova sempre da un’altra parte.
Inseguiti da questa pandemia, dal lockdown, dalla quarantena – eppure questo virus ti stimola, ti fa evolvere e crescere perché ti mette sotto pressione, ti fa venire nuove idee su te stesso/a e sulla realtà perché c’è sempre un altro mondo che ti spinge avanti, un’altra visione che preme (e mentre tu ti concentri su un determinato aspetto, sai che le dimensioni più significative vengono da un’altra parte).
Stiamo dunque sempre parlando di fuoriuscire dal sistema artistico (inteso principalmente come dispositivo di mostre/esposizioni/esibizioni che inganna la vista e ingabbia la visione, che invece di mostrare e far vedere nasconde la verità), e la verità molto semplicemente sta lì, nel mondo, in bella vista. L’opera è nella realtà; l’opera è la realtà.
Per cui, si tratta di farla emergere, di sottrarla all’oblio e soprattutto di trasformare lo sguardo.

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Anna Capolupo, Snake '97, 2020, olio su tela, 120x100 cm
Anna Capolupo, Snake ’97, 2020, olio su tela, 120×100 cm

Nella teoria e nella pratica della pop art, la natura intima della reflection sta non solo nel rispecchiare noi stessi, la nostra identità (in modo da conoscerla e riconoscerla, in case you don’t know) –, ma nel rispecchiare la realtà in noi stessi, in modo da riconoscere la realtà stessa e la sua verità.
I’ll be your mirror / Reflect what you are, in case you don’t know /  I’ll be the wind, the rain and the sunset / The light on your door to show that you’re home // When you think the night has seen your mind / That inside you’re twisted and unkind / Let me stand to show that you are blind / Please put down your hands / ‘Cause I see you” (Velvet Underground, I’ll Be Your Mirror, 1967).
Cioè il fatto che l’arte, il sacro, la magia, l’eternità, l’immortalità, Dio risiedono nella realtà e sono la realtà. Dio è il mondo – il mondo è Dio.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).