Ripartire dal basso e fare “mea culpa”. Riflessioni del collezionista Giorgio Valentini

Il collezionista Giorgio Valentini risponde all’articolo di Santa Nastro in merito alla rinascita artistica post-pandemia. L’autore invita a un “mea culpa” generale, a partire dalle responsabilità degli artisti stessi.

Athena Papadopoulos, The Etruscan Clambake (Boogidaggydiggydaggy), Unique, 2016. Courtesy the Artist
Athena Papadopoulos, The Etruscan Clambake (Boogidaggydiggydaggy), Unique, 2016. Courtesy the Artist

In questi giorni si stanno moltiplicando le voci di attori del nostro sistema dell’arte contemporanea che, meritoriamente, hanno sollevato il problema – in costanza di emergenza COVID-19 e della inevitabile indotta crisi economica e sociale – della tutela degli anelli più deboli della filiera dell’arte contemporanea, in particolare gli artisti. Ma nondimeno se i propositi sono meritori la metodologia da adottare imporrebbe forse una preliminare, lucida e onesta indagine delle pregresse concause del “problema”.
In verità, una buona dose di conseguenze pregiudizievoli dovute all’emergenza pandemica sono ahimè non scongiurabili, perché pur anche nella fantasiosa ipotesi che si dovessero seduta stante adottare comportamenti virtuosi (e su quali siano varrà la pena spendere due parole), nondimeno quelli pregressi da emendare continuerebbero a produrre per un certo periodo gli effetti perversi che si vorrebbero sanificare.
Negli interventi succedutisi sul tema, si sostiene pressoché costantemente che la terapia da adottare non può che essere somministrata con energici e mirati interventi dello Stato e del MiBACT. Vanno certo apprezzate le proposte formulate da Sergio Risaliti, il quale individua possibili interventi innovativi: dalla “creazione di fondi regionali d’investimento, conservazione e valorizzazione, sostenuti da finanziamenti pubblici e privati” funzionalizzati all’adozione di “borse di studio, incarichi di ricerca, di insegnamento, di curatela, per la produzione e l’acquisizione di opere di artisti contemporanei”, all’introduzione di agevolazioni e incentivi fiscali che possano sostenere l’arte contemporanea in termini di promozione, investimenti, produzione e acquisizioni.
Tuttavia, se è pur certo che lo Stato e il MiBACT potranno assumere ogni opportuna iniziativa per mitigare le ulteriori difficoltà con le quali dovrà misurarsi l’artista, sarebbe opportuno che gli attori del sistema dell’arte contemporanea – al di là dell’invocato intervento di sostegno pubblico – compiano altresì una rigorosa analisi critica che individui le cause – non riconducibili solo alla pandemia in essere – della situazione di marginalità liminale in cui versa l’artista contemporaneo insediato in Italia.

Charles Avery, Untitled 'Dha', 2006. Courtesy the Artist
Charles Avery, Untitled ‘Dha’, 2006. Courtesy the Artist

UNO STATUTO PER L’ARTISTA

Riterrei opportuno adottare una normativa che regolamenti il professionista dell’arte, e cioè l’artista, prendendo atto che egli è lavoratore autonomo, un vero professionista e in quanto tale legittimamente aspirante a raggiungere una propria dignità categoriale, auspicabilmente da costruire in termini di percorsi formativi, accesso alla professione, istituzione di una propria autonoma cassa previdenziale e quant’altro funzionale alla costruzione di un sistema effettivamente innovativo e moderno. Ovviamente occorrerà tempo, ma perché mai il nostro Paese non può una volta tanto percorrere nuove strade senza dover sempre rincorrere i sistemi adottati e vigenti in altri Paesi?
Nell’articolo del 15 aprile, Santa Nastro afferma che: “L’ultimo ventennio non è stato molto semplice per gli artisti italiani (…). Pompati da giovanissimi, offerti alla curiosità maliziosa come nuova tendenza modaiola agli esordi della carriera (…) per poi essere dopo un primo interesse abbandonati in favore di qualche nuova, più recente attrazione. È successo a tantissimi. I più seri hanno poi lavorato per se stessi, molti sono scappati all’estero”. Penso che una tale situazione non sia altro che il frutto di quel “credo” capitalistico che sta minando la nostra vita e la nostra libertà, dove l’arte e l’artista contemporaneo risultano relegati a meri prodotti, “occasioni” suscettibili di creare reddito, a mo’ di titoli tossici da consumare sull’altare di un mercato tutto volto a creare ricchezza virtuale, con prodotti rapidamente vendibili anche se spesso privi di reale valore intrinseco. Artisti “costruiti” in quanto funzionali a una finanza perversa che, in men che non si dica li porta alle stelle, per poi spesso abbandonarli alle stalle. Considerando il modello economico-finanziario imperante, è ovvio che anche nel sistema dell’arte contemporanea si sia assistito nel corso degli ultimi anni a fenomeni di artisti nostrani prima “pompati”, indi consumati, e infine cancellati dalla scena.
Orbene, come si sono posti gli attori del sistema di fronte a una realtà di questo tipo? Curatori, critici, galleristi, collezionisti e gli stessi artisti? Come si sono mossi, e che posizioni hanno assunto di fronte a un tale stato di fatto in passato, e anche prima della pandemia? Una preliminare considerazione critica si impone nei soggetti interessati.
Ad esempio: siamo certi che i prodotti fieristici moltiplicatisi nel corso degli ultimi anni abbiano costituito degli spazi privilegiati di produzione culturale? Dubito seriamente che sia così, essendo più propenso a ritenere quegli eventi solo lo specchio di un modello in grave crisi di identità. E siamo certi che l’affanno con il quale le giovani gallerie si indebitano per poter disporre di qualche centimetro in quei contesti sia determinato da un nobile afflato culturale? E allora, pur anche indipendentemente dall’impatto determinato della pandemia, ha ancora senso o comunque un futuro un tale modello di galleria? Dubito che ci siano ormai i presupposti – almeno in un Paese quale l’Italia, afflitto da gravi problemi solo aggravati dalla pandemia in essere –, per cui un tale sistema possa sopravvivere.
E i curatori, i critici, i direttori dei musei, i collezionisti, gli operatori culturali, i redattori delle riviste di settore cosa hanno da dire in merito? E gli stessi artisti non hanno nulla da rimproverarsi? Quei pochi established per non aver offerto l’auspicato supporto ai più giovani, quelli più giovani per aver accettato talvolta di “donare” l’opera alla tal grande collezione pur di esserci.

Mariana Castillo Deball, De otro fue la palabra antes que mia, 2010. Courtesy the Artist
Mariana Castillo Deball, De otro fue la palabra antes que mia, 2010. Courtesy the Artist

RIPARTIRE DAL BASSO

Le grandi gallerie di riferimento mondiale – che devono far fronte a costi fissi enormi – hanno da tempo colto la crisi, addirittura offrendosi di farsi carico pro-quota delle spese per i boots fieristici a carico delle “small and medium galleries” in sofferenza, così da consentire a queste ultime di costituire il paesaggio “di contorno” degli eventi fieristici di Basilea, New York e Londra, che non potrebbero certo tenersi e giustificarsi con solo quelle cinque o sei “top galleries”. Ma tutto ciò ha ancora un senso? Perché perdere la speranza di un fruttuoso rinnovamento, di cui proprio la maledetta pandemia potrebbe aver il pregio di accelerarne il corso?
Al di là dell’auspicato innalzamento della qualità degli interventi (sia in termini di riforme che di programmazione e promozione) del settore pubblico, per rimanere al settore privato, penso che possa avere un senso ripartire dal basso, in particolare dai numerosi e troppo spesso dimenticati spazi non profit, che quantunque ignorati e non sostenuti, hanno sempre calcato – pur con enormi difficoltà – la prima linea della scena culturale contemporanea, fornendo quantunque sotto traccia un contributo validissimo al pur sopito dibattito culturale.
Poniamo mente al secolo scorso, quando esistevano rarissime transazioni commerciali, in assenza di fiere, grande pubblico e aste, dove l’operatore dell’arte contemporanea (non solo l’artista) assumeva la veste del deviante sempre in bolletta e comunque pronto a una lucida analisi critica del mondo, delle istituzioni e del sistema stesso dell’arte. Epoca nella quale le distanze tra i vari artisti – tra gli established e gli emergenti – non erano certo abissali come al mondo d’oggi, per l’appunto fondato su distanze abissali tra i pochissimi ricchissimi e i troppi ormai impoveriti. Di certo su quelle distanze il Coronavirus inciderà negli anni a venire.

Giorgio Valentini

LE PUNTATE PRECEDENTI

ARTISTI E CORONAVIRUS – l’intervento di Sergio Risaliti
ARTISTI E CORONAVIRUS – l’intervento di Santa Nastro
ARTISTI E CORONAVIRUS ‒ l’intervento di Ilaria Bernardi
ARTISTI E CORONAVIRUS ‒ l’intervento di Roberto Farneti
ARTISTI E CORONAVIRUS – l’intervento di Mariantonietta Firmani
ARTISTI E CORONAVIRUS – l’intervento di Alessandra Mammì
ARTISTI E CORONAVIRUS – l’intervento di Valentino Catricalà

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Giorgio Valentini
Da ragazzo musicista rock, poi, dopo un triennio da giudice onorario e ammissione al dottorato, si dedica alla professione di avvocato. Sposato con due figli, inizia a collezionare nel corso dell'ultimo decennio del secolo scorso. Collezione che ha il proprio focus nella giovanissima arte emergente, spesso con artisti ancora agli esordi e che in molti casi si sono affermati negli anni successivi: tra gli altri, Paola Angelini, Athena Papadopoulos, Luigi Presicce, Ahmet Ogut e Alessandro Roma. Alla Collezione Valentini è stata recentemente dedicata una mostra presso la Galleria d'Arte Contemporanea "Osvaldo Licini" di Ascoli Piceno.