“Non è vero che non si può più dire niente”. Intervista a Beatrice Rigillo, cantante e comica

Tra musica, comicità e social, Beatrice Rigillo porta Guardiamo ma non giudichiamo in tour per l’Italia. L’abbiamo incontrata per parlare di libertà, palco e di una musica che resta al centro del suo percorso

Beatrice Rigillo ha le idee chiare quando si parla di comicità e libertà: “non è vero che non si può più dire niente. Oggi, soprattutto online, c’è spazio per esprimere ciò che si pensa, con la responsabilità che ogni parola comporta”. Romana, cantante, musicista e performer, il 7 ottobre arriva al Teatro Puccini di Firenze con Guardiamo ma non giudichiamo, uno spettacolo che parte dalle piccole ipocrisie quotidiane e intreccia monologhi autobiografici, gag con la regia, pianoforte e canzoni originali. C’è anche un brano fuori dal registro comico, perché, come racconta, “la musica resta una parte centrale, importantissima, del mio lavoro”.

Ritratto di Beatrice Rigillo
Ritratto di Beatrice Rigillo

Chi è Beatrice Rigillo

Prima ci sono stati gli anni da cantante, i concerti nelle piazze e quattro anni in tour con Donatella Rettore. Nel 2023 è arrivata in Rai con Un Giorno da Pecora su Rai Radio 1 e Binario 2 su Rai2, mentre sui social ha costruito un linguaggio riconoscibile osservando abitudini e contraddizioni di ogni giorno. Dopo Firenze, la tournée proseguirà il 26 novembre a Modena, il 4 dicembre a Cesena e il 20 gennaio 2027 al Teatro Elfo Puccini di Milano. L’abbiamo incontrata per parlare del suo percorso, del rapporto tra musica e comicità e di come immagina il futuro.

Intervista a Beatrice Rigillo

Com’è andato il debutto romano?
È stata la data più bella di sempre. Anche “esteticamente”: l’Ambra Jovinelli è un posto meraviglioso e finalmente avevo un pianoforte vero. Di solito in tour mi porto la tastiera, questa volta ho pensato di prendermi un bel pianoforte a coda.

Cosa vedremo?
Ho fatto togliere la dicitura “spettacolo comico”, perché temevo venisse confuso con la stand-up comedy. Fa ridere, certo, però non sono sul palco con un microfono a fare un monologo per un’ora e un quarto. Ci sono parti molto autobiografiche: all’inizio racconto alcune esperienze divertenti che mi sono successe in viaggio quest’anno. Poi arrivano le gag musicali, il pianoforte e le canzoni comiche attraverso cui racconto la mia visione del mondo. C’è anche una regia “parlante”, a cui tengo molto, perché mi piace scrivere gag a due e lavorare sul ritmo, un po’ nello stile della Gialappa’s. È quindi un lavoro eterogeneo, fatto di monologhi, sketch e momenti musicali, senza una vera trama teatrale.

Il palco fa parte della tua vita da molto prima della comicità.
Praticamente da sempre. Lavoravo come cantante e musicista, già prima di accompagnare Rettore. Cantavo agli eventi e nelle piazze di tutta Italia, credo di aver fatto tutte le sagre possibili. Insieme a questo mi capitava di recitare. È un ambiente in cui sono cresciuta.

Eppure ti sei laureata in Lingua e Traduzione Russa: immaginavi un futuro diverso?
Assolutamente no. Dopo la scuola mi sembrava quasi naturale laurearmi e ho pensato a quale fosse la materia che avevo coltivato di più fino a quel momento. Lo studio musicale, paradossalmente, neanche lo consideravo uno “studio vero”, quindi ho scelto le lingue. Ho scoperto che è quasi un grande classico: moltissimi cantanti e attori sono laureati in lingue. Forse c’entra l’orecchio, l’imitazione dei suoni, chissà. Inconsciamente mi sono iscritta alla stessa facoltà in cui sarebbero finiti tanti miei colleghi, che poi avrebbero comunque fatto i cantanti.

Perché proprio il russo?
Non avevo nessuna particolare passione per la Russia. A un certo punto ho pensato che, per sentirmi un po’ meno “inutile”, avrei dovuto scegliere qualcosa di impegnativo. Lo spagnolo ovviamente non è affatto inutile, però nella mia testa avevo bisogno di sentire che stavo facendo qualcosa di più “complicato”. A me piace studiare in generale, da quel punto di vista non sono pigra. Se avessi scelto norvegese, alla fine mi sarebbe piaciuto anche quello: quando approfondisci qualcosa trovi sempre un aspetto interessante. Ho finito l’università abbastanza velocemente, poi ho pensato: bene, fatto, adesso prendo la mia strada. Senza traumi o rigetto, semplicemente la mia vita stava andando altrove.

Ritratto di Beatrice Rigillo
Ritratto di Beatrice Rigillo

Sui social punzecchi spesso influencer e personaggi pubblici. Oggi si parla molto dei limiti della comicità: senti di avere meno libertà?
Proprio ieri ho partecipato a un talk sul tema “non si può più dire niente” ed ero in disaccordo, anche con alcuni colleghi comici. Secondo me non è vero. Anzi, su molte piattaforme la libertà è aumentata parecchio. Instagram e TikTok sono pieni di contenuti in cui ormai si dice praticamente di tutto. Per certi versi questo non sempre fa un favore al comico, perché molte cose sono state completamente sdoganate. La Rai è chiaramente un’altra cosa: è un servizio pubblico e mi sembra giusto che abbia paletti diversi. Però oggi esiste Internet e lì puoi fare praticamente qualunque cosa. Il punto è assumersi la responsabilità di quello che si dice. Conosco bene le possibili conseguenze di ciò che faccio e valuto molto quello che pubblico. È una scelta personale, legata alla mia etica e a ciò che considero giusto o sbagliato. Anche quando sento dire che bisogna autocensurarsi con le parolacce perché altrimenti Instagram penalizza i contenuti, non sono così convinta. Nei miei video dico più “cazzo” che parole normali e, almeno finora, nessuno mi ha mai buttato giù niente.

Come immagini che possa evolversi il tuo lavoro?
Non lo so davvero, probabilmente prenderà strade diverse. In questo momento sto facendo i live, un po’ di televisione e vorrei riprendere maggiormente in mano la musica. Ci sto provando, anche con un po’ di fatica, perché quando lasci un ambito e poi ci torni ti senti inevitabilmente indietro. È difficile portare avanti tutto contemporaneamente. Mi piacerebbe anche fare conduzione, perché lì potrei far convivere comicità, scrittura e una parte di direzione artistica, dentro un programma o un evento. È complicato capire esattamente dove finirò. So fare cose diverse e questo è anche difficile da comunicare: le persone tendono a identificarti con un ambito preciso e poi si aspettano di ritrovarti sempre lì. Uscire da quella percezione richiede tempo, credo valga per tutti.

Hai un ricordo personale o professionale legato a Firenze?
Da giovanissima, avrò avuto diciannove o vent’anni, sono venuta qui per un’audizione legata alla New York Film Academy. Avevo studiato musical e poi ho fatto un workshop a New York. Ricordo che venni con il mio fidanzato dell’epoca, che mi accompagnò. Di per sé magari non era un evento enorme, però per me era una delle prime volte in cui prendevo un treno apposta per fare un’audizione che poteva portarmi fino a New York. È un bel ricordo.

È importante far capire che la musica non è solo uno strumento al servizio della comicità?
Moltissimo. Sto cercando di lavorare di nuovo seriamente in quella direzione. Nel live ci sono parti cantate e ho inserito anche un mio brano originale che non è comico. Ho voluto creare apposta quella parentesi perché non voglio che la musica venga percepita soltanto come una stampella della comicità. Per me è una radice, una parte fondamentale di quello che sono.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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