Il grande artista William Kentridge fa il regista all’Opera di Atene e rilegge un mito classico
Fino al 14 novembre va in scena “Orfeo” di Monteverdi con la regia del grande artista sudafricano. Influenzato dalla poesia di Rainer Maria Rilke, Kentridge apre nuove possibilità di lettura per Euridice e Orfeo
All’Opera Nazionale Greca, William Kentridge (Johannesburg, 1955) incontra l’Orfeo di Monteverdi attraverso il disegno animato, la danza e una nuova orchestrazione di Nico Muhly. La poesia di Rainer Maria Rilke apre una prospettiva diversa sul mito: e se Euridice non volesse più tornare?
“Orfeo” visto da William Kentridge
Una donna disegna, un’altra danza. La prima lavora senza sosta in un atelier aperto sul palcoscenico, dove le immagini nascono, si cancellano, cambiano aspetto. La seconda è Euridice, affidata al corpo della danzatrice Nosiphiwo Samente. La donna al tavolo da disegno è invece la soprano Maria Kostraki, che interpreta la Musica nel prologo e presta la voce a Euridice. Nell’Orfeo di Monteverdi firmato da William Kentridge, all’Opera Nazionale Greca di Atene, il personaggio che Orfeo vuole riportare alla luce esiste così in due luoghi diversi, mentre la scena sembra nascere dal lavoro incessante di chi la disegna.
Le peculiarità della regia di Kentridge
Kentridge ha fatto del carboncino, della cancellazione e delle tracce lasciate sul foglio una lingua riconoscibile. Qui quel procedimento si misura con il tempo del teatro. Una figura diventa un’altra, un’immagine riaffiora sotto quella nuova, ciò che sembrava concluso riprende a muoversi. L’atelier è il centro vivo dello spettacolo, il luogo dal quale prendono forma le immagini proiettate sulla scena. La donna che vi lavora partecipa alla costruzione del mondo in cui si svolge la vicenda. Le metamorfosi si susseguono senza lasciarsi ricondurre a un significato definitivo.

La musica nell’orchestrazione di Nico Muhly
La bellezza visiva dell’allestimento rende coinvolgente anche l’incontro con una musica lontana dalle consuetudini del melodramma. Monteverdi compose L’Orfeo nel 1607, quando il teatro musicale stava ancora definendo le proprie forme e il canto seguiva da vicino la parola. La partitura arriva ad Atene nell’orchestrazione di Nico Muhly: il compositore americano ha conservato le linee vocali originali, ripensando l’accompagnamento per gli strumenti di un’orchestra moderna. Le nuove sonorità si inseriscono con discrezione nella scrittura di Monteverdi, senza snaturarne il carattere. L’incontro con il teatro di Kentridge appare particolarmente felice. Anche le sue immagini nascono da un lavoro di ripresa e trasformazione, nel quale ogni nuovo segno conserva qualcosa del precedente. La musica mantiene la propria identità, mentre il disegno cambia forma sotto i nostri occhi.
L’ispirazione dal poema di Rilke
A suggerire lo spostamento più radicale è Rainer Maria Rilke. Nel poema Orfeo. Euridice. Ermes, la donna che attraversa gli Inferi non è semplicemente in attesa di essere salvata. La morte l’ha trasformata, rendendola estranea al mondo al quale Orfeo vorrebbe ricondurla. Quando Ermes le comunica che il marito si è voltato, Euridice domanda “Chi?”. Quel “Wer?” incrina il racconto che conosciamo. Orfeo affronta la morte per riavere Euridice, ma lei sembra ormai appartenere a una condizione che il suo amore non può raggiungere. Kentridge raccoglie da Rilke la possibilità di guardare il mito dalla parte di Euridice, interrogandosi su una questione che il racconto di Orfeo lascia in ombra. E se la donna che lui vuole riportare alla luce non desiderasse tornare, o non riconoscesse più quella vita come propria?

L’interpretazione dei personaggi di Orfeo e di Euridice
La danzatrice rende Euridice presente senza consegnarla interamente al canto di Orfeo, interpretato ad Atene dal tenore Christos Kechris. Il suo corpo occupa la scena, mentre la voce viene dall’artista che continua a disegnare. La scelta è tanto suggestiva quanto ambigua. Euridice guadagna una libertà di movimento, ma resta immersa in un universo creato da un’altra mano. Il disegno può trasformarsi senza sosta, ma qualcuno continua a decidere che cosa mostrare e che cosa cancellare. Kentridge non nasconde questa contraddizione, la lascia agire dentro lo spettacolo. Orfeo, al contrario, non riesce ad affidarsi a ciò che non può vedere. Con il canto ha persuaso le divinità infernali, ma sulla strada del ritorno il dubbio prende il sopravvento. Vuole essere certo che Euridice lo segua e, voltandosi per cercarne la prova, la perde. Il disegno di Kentridge procede secondo una logica che Orfeo non sa accettare. Si può tornare su un segno, correggerlo, cancellarlo, ma il foglio non torna innocente. Trattiene la storia delle sue trasformazioni.
Il fascino della messinscena di Kentridge
A tratti le proiezioni attraggono lo sguardo al punto da contendere attenzione alla musica. È il rischio di uno spettacolo che offre sempre più di quanto si riesca a seguire, ma anche una parte del suo fascino. Fra il canto, la danza e il lavoro del disegno, qualcosa resta inevitabilmente fuori dalla nostra percezione. Orfeo vorrebbe invece vedere tutto, essere certo di tutto, ritrovare esattamente la donna che ricorda. Quando si volta, Euridice potrebbe essere già altrove. Non soltanto oltre la vita, ma oltre l’immagine che lui ha continuato a custodire di lei.
Tila Lara
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