Pinocchio come eroe fallace. Lo spettacolo di Daniele Giuliani va in scena a Ferrara (con un cast di detenuti) 

Il 5 novembre i detenuti di Ferrara portano in scena “Pinocchio e il suo doppio”, lo spettacolo firmato da Daniele Giuliani nell’anno del bicentenario della nascita di Carlo Collodi. Ne parliamo con il regista

“Pinocchio è un multiverso. È l’eterno bambino e, in quanto bambino, conserva un’innocenza che continuamente entra in rapporto con l’errore, con la colpa e con il giudizio”. Così Daniele Giuliani, regista e autore della drammaturgia di Pinocchio e il suo doppio, racconta lo spettacolo che Teatro Nucleo ha costruito con i detenuti della Casa Circondariale C. Satta di Ferrara. Nel testo di Collodi, Pinocchio sbaglia e cresce attraverso ciò che vive; portato in scena da attori detenuti, il suo viaggio interroga il peso del passato sull’identità. Il titolo richiama Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud e apre una riflessione sulla distanza tra ciò che siamo e l’immagine che gli altri ci attribuiscono. Nato dal lavoro che la compagnia porta avanti da oltre vent’anni nel penitenziario, all’interno di un progetto di formazione professionale, lo spettacolo sarà presentato in anteprima il 23 ottobre all’interno della Casa Circondariale di Ferrara, nell’ambito della VI edizione di Trasparenze di Teatro Carcere, organizzata dal Teatro del Pratello di Bologna. Il 5 novembre alle 20.30 arriverà al Teatro Comunale Claudio Abbado, nell’anno del bicentenario della nascita di Carlo Collodi. Ne parliamo con Daniele Giuliani.

Pinocchio e il suo doppio, locandina
Pinocchio e il suo doppio, locandina

Intervista a Daniele Giuliani, regista di “Pinocchio e il suo doppio”

Perché partire proprio da Pinocchio?
Perché sbaglia continuamente e altrettanto spesso viene giudicato. Quando il Gatto e la Volpe gli rubano le monete d’oro, va dal giudice per denunciare il furto e finisce lui stesso in prigione. È un rovesciamento paradossale che pone una domanda enorme: chi giudica chi? Collodi, come aveva già fatto con Giannettino, ci dice che si impara attraverso l’esperienza. I buoni propositi e la determinazione non bastano; neppure i consigli degli altri. È un’idea che sento molto mia e che ho ritrovato lavorando in carcere. Pinocchio resta nell’errore, a volte peggiora, però attraversa il mondo e si trasforma fino a rendere possibile ciò che sembrava impossibile. Anche dopo le cadute e le condanne resta qualcosa di più della somma dei propri errori.

Cosa accade quando a raccontarlo sono i detenuti?
Loro sono tutti Pinocchio, un bambino ribelle che spezza i fili che lo imprigionano e cerca il proprio posto nel mondo, pagando a caro prezzo questa ricerca di autenticità. A portarlo in scena sono persone alle quali una condanna ha già attribuito un’identità definita, per questo il suo viaggio assume un peso particolare: mostra che il ruolo assegnato può essere superato e che ciò che sembra impossibile può diventare possibile.

Dove passa il confine tra errore e colpa?
Non sono sicuro che esista un confine netto. “Errore” deriva dal latino errare, che significa sbagliare e anche vagare: in qualche modo attraversiamo la vita da erranti. La colpa introduce il giudizio e la responsabilità ed è profondamente legata, nella nostra cultura, alla punizione. Può generare malinconia e costringerci a tornare su ciò che abbiamo fatto, aprendo uno spazio di consapevolezza. Credo sia anche questo il senso dell’articolo 27 della Costituzione, quando afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: assumersi la responsabilità del proprio errore deve lasciare aperta la possibilità di evolvere.

Quanto pesa lo sguardo degli altri dopo una condanna?
Pesa moltissimo, soprattutto una volta scontata la pena. Chi ha trascorso anni in prigione incontra spesso grandi difficoltà nel ricostruire la propria vita e riconquistare la fiducia degli altri. Tendiamo a fissare una persona in ciò che ha fatto, anche quando è profondamente cambiata. Così può esistere una condanna che dura più a lungo della pena.

Cosa rappresenta il “doppio” del titolo?
Nasce da Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud, scelto quest’anno come tema comune dal Coordinamento Teatro Carcere dell’Emilia-Romagna, di cui Teatro Nucleo è promotore e fondatore grazie a Horacio Czertok. Per noi il doppio è l’altro che non vedo e insieme ciò che non riconosco di me stesso. In termini junghiani è l’Ombra, quella parte inconscia che continua ad agire. Siamo tutti santi e mascalzoni e spesso preferiamo riconoscere nell’altro ciò che fatichiamo ad ammettere in noi. Per Artaud il teatro non è rassicurante e anche questo spettacolo pone domande scomode: quanto ci appartiene di ciò che condanniamo negli altri? Quanto siamo disposti a riconoscere il nostro doppio?

Dopo oltre vent’anni di lavoro in carcere, cosa avete capito del rapporto tra carcere e società?
Che chi è detenuto continua a farne parte. Il carcere è un microcosmo che riflette molte dinamiche presenti fuori e ciò che accade al suo interno parla anche di noi. Si sente dire spesso “chiudiamoli dentro e buttiamo via la chiave”, però viene da chiedersi quale chiave stiamo buttando via e quale parte della comunità scegliamo di abbandonare. La detenzione priva della libertà e può limitare altri diritti, senza cancellare l’appartenenza alla società. Quello che accade dentro riguarda quindi tutti.

Il teatro può scalfire gli stereotipi di chi sta fuori?
È quello che cerchiamo di fare da anni. Teatro Nucleo porta gli spettacoli nelle piazze in Italia e all’estero, incontrando anche un pubblico che normalmente non frequenta le sale. L’attore deve conquistare quell’attenzione attraverso un lavoro autentico su di sé, creando una relazione che può agire anche sullo spettatore. Con i detenuti proviamo a fare lo stesso, riducendo la distanza costruita dai luoghi comuni.

Cosa offre il palcoscenico a una persona detenuta?
La possibilità di mostrare i propri talenti e di essere vista in una veste diversa. La scena diventa un ponte simbolico capace di ridurre la distanza prodotta dagli stereotipi verso chi ha trascorso una parte della propria vita in carcere. Per chi è abituato a uno stile di vita molto adrenalinico, andare in scena può rappresentare anche un’alternativa importante.

Evento nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara. Foto Daniele Mantovani
Evento nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara. Foto Daniele Mantovani

Che valore ha questa esperienza sul piano professionale?
Significa anzitutto aprire uno spazio di libertà dentro una cella, una finestra sulla poesia rispetto alla prosa della quotidianità. La formazione sviluppa attenzione e capacità di lavorare con gli altri, richiede disciplina e responsabilità verso i compagni di scena. Anche mantenere una posizione per l’intera durata di una sequenza può rappresentare un passaggio enorme per chi fatica a stare fermo. I detenuti vengono retribuiti per le repliche e partecipano a progetti professionalizzanti dedicati ai mestieri dello spettacolo. Cerchiamo di trasmettere un’etica del lavoro, mostrando le opportunità del settore senza nasconderne le difficoltà né creare illusioni: il teatro è anche un mestiere.

Cosa avete scoperto di Pinocchio lavorando con questi attori?
Prima di tutto la sua universalità. Il laboratorio ha coinvolto persone provenienti da culture diverse e tutti conoscevano Pinocchio. Sapevamo che era stato tradotto in moltissime lingue nei cinque continenti, però ascoltare i ricordi personali legati al personaggio ci ha fatto toccare con mano quanto Collodi abbia individuato un percorso archetipico dell’animo umano. Con i detenuti, per esempio, la balena è diventata una prigione dalla quale sembra impossibile uscire. Da lì abbiamo lavorato sulle identità sociali, che possono trasformarsi in gabbie: anche quella del “delinquente” è un’etichetta incapace di riassumere l’intimità e la complessità di una persona. Nella balena Geppetto sembra rassegnato, mentre Pinocchio lo sprona con una frase emblematica: «Provatevi e vedrete». Se restiamo fermi davanti al cambiamento che desideriamo, nulla accade.

Perché è importante portare lo spettacolo fuori dal carcere?
Perché vuol dire sottoporlo alla prova del teatro. Vogliamo evitare uno sguardo indulgente e proteggere gli attori detenuti dalla compassione, perché il pubblico valuti il lavoro per il suo valore artistico. Ci interessa che portino sulla scena qualcosa di autentico di sé dentro Pinocchio. Arrivare al Teatro Comunale di Ferrara, un palcoscenico attraversato da grandi artisti internazionali, rende questa responsabilità ancora più forte: lo spettacolo deve funzionare e reggere la scena con il massimo rigore.

E alla fine, cosa significa smettere di coincidere con il proprio passato?
Dipende da chi continua a riportarci lì. Se sono gli altri, possiamo controllarlo poco; se siamo noi, possiamo fare molto. Cambiare significa diventare più leggeri e presenti, consapevoli che il passato non esiste più, è lettera morta, mentre la vita continua a muoversi indipendentemente dalla nostra volontà. Richiamando lo Zarathustra di Nietzsche, significa slanciarsi e volare, restando lievi.

Ginevra Barbetti

Ferrara // 5 novembre 2026
Pinocchio e il suo doppio
TEATRO COMUNALE – Corso Martiri della Libertà, 5
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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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