Paesaggio e umanità sul palcoscenico. Parola al regista Filippo Andreatta

Lo scorso febbraio il Mart di Rovereto ha ospitato “Rompere il Ghiaccio”, la performance-installazione che Filippo Andreatta ha costruito a partire dalla paradigmatica vicenda dei nonni paterni. Una riflessione sul paesaggio e su tutto quanto ci rendi umani, temi al centro anche del nuovo progetto dell’autore-regista trentino, tratto dal romanzo “Frankenstein”

Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT
Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT

Da qualche tempo il regista, scenografo e curatore Filippo Andreatta, anima di OHT (Office for a Human Theatre), sta tracciando un personale itinerario nell’ambito di quella che Gertrude Stein definì “drammaturgia del paesaggio”, muovendo dall’esplorazione di territori familiari – letteralmente geografici ma pure metaforicamente interiori. Dopo Curon/Graun e 19 luglio 1985, Andreatta ha attinto dalle lettere scambiate in gioventù dai propri nonni – Elsa ed Enrico, quest’ultimo mandato al confino perché sospettato di filo-comunismo – per riflettere sull’umanissima e imprescindibile necessità di “rompere il ghiaccio”, ovvero ritrovare l’intimità fra coniugi costretti alla lontananza ma anche fra “popoli” – altoatesini e nord-tirolesi – che un confine tracciato in coincidenza di un instabile ghiacciaio ha artatamente diviso. Il risultato è stato uno spettacolo che è esposizione generosa di memorabilia familiari – compresa una copia del Libro Imbullonato di Depero che nonno Enrico contribuì a creare – e disegno di un paesaggio sonoro, contraddistinto dallo jodel eseguito dalla performer altoatesina Magdalena Mitterhofer.
Uno spettacolo di cui abbiamo parlato con lo stesso Andreatta che, dal 21 al 26 marzo, sarà al Teatro Sociale di Trento, impegnato in un periodo di residenza per la costruzione del nuovo lavoro, tratto questa volta da un romanzo, il gotico Frankenstein di Mary Shelley, ambientato non a caso fra ghiacciai e altre vette.

Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT
Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT

INTERVISTA A FILIPPO ANDREATTA

Rompere il Ghiaccio parte da una vicenda legata alla biografia della tua famiglia: come è nato il progetto e qual è stato – se c’è stato – il contributo dei tuoi familiari?
È sempre difficile dire come nasce un progetto. Per Rompere il Ghiaccio sicuramente uno dei momenti in cui ho intuito di doverlo fare è stato quando mio papà mi ha fatto vedere che aveva scansionato e riscritto tutte le lettere, le aveva catalogate e calendarizzate ricostruendone i luoghi, le tempistiche. Un lavoro immane, un archivio che mi sembrava rivendicare una sua narrazione. Ma ovviamente non gli ho detto nulla perché sarebbe stato totalmente contrario all’idea.
Lavorandoci con Veronica [Franchi, assistente alla regia, N.d.R.] ci siamo resi conto che quelle lettere erano un appiglio al reale, una sorta di ancora di salvezza della narrazione non tanto per la storia dei miei nonni, che è simile a tantissime altre e che, in realtà, non raccontiamo perché quelle lettere non vengono né lette né ‒ tanto meno ‒ recitate. Ma è come se il loro carteggio diventasse pura voce, come se fosse il suono delle voci dei miei nonni al di là delle loro parole, al di là del linguaggio. Un po’ come quando la voce contraddice il linguaggio, quando capisci una persona che ami dalla voce anziché dalle sue parole. Era quest’intimità che ci interessava, qualcosa di così unico e intimo come solo la voce può essere e che la fa diventare estremamente politica nell’essere così anti-universale, così teatralmente anti-aristotelica. E quest’intimità della voce ci ha portato dritti allo jodel perché è un canto in cui l’eco delle montagne diventa puro suono, pura voce che contraddice il linguaggio. Parole spezzate che rimbalzano fra le valli e che, in Rompere il Ghiaccio, spazzano via tutto, anche il logos.

Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT
Rompere il Ghiaccio. Photo Claudia Pajewski, courtesy MAXXI 2020 ©OHT

IL TEATRO SECONDO ANDREATTA

La performance unisce narrazione, canto e arti visive: come hai lavorato per ideare una drammaturgia capace di sintetizzare questi diversi linguaggi?
Credo che si tratti soprattutto di trovare le persone giuste con cui lavorare. Unire i diversi linguaggi di uno spettacolo è un po’ come creare una micro-comunità e per un introverso come me è fondamentale l’aiuto degli altri. Le persone con cui lavoro diventano degli amici e mi aiutano a capire cosa e come fare, per questo in Rompere il Ghiaccio c’è tanto Davide Tomat (musica), tanta Magdalena Mitterhofer (performer) e tanta Veronica Franchi. Con Davide e Veronica la collaborazione va avanti da tempo e ormai lavoriamo per intuito. Per esempio quello che dicevo prima sulla pura voce non era assolutamente chiaro e durante le prove io leggevo una delle lettere. Era terribile e Davide ce l’ha fatto capire a modo suo: cioè fingendo di bruciarsi i capelli con un accendino ogni volta che io iniziavo a leggere… Mentre Magda è apparsa esattamente per questo progetto. La prima volta che l’ho vista era a Centrale Fies e stava facendo un lavoro su Cicciolina lontanissimo dall’estetica di Rompere il Ghiaccio, ma la sua voce è stata una vera epifania. Lei è madrelingua tedesca e quando parla italiano inciampa sulle parole. All’inizio pensavo che i suoi errori fossero bellissimi, che ammorbidissero il linguaggio smussando i conflitti linguistici celati dalla linea di confine fra Italia e Austria. Credo che a forza di ascoltarla si sia anche chiarito il ruolo della pura voce nel lavoro, di questo suono che va al di là del logos.

Negli anni la tua ricerca drammaturgica si è concentrata maggiormente sulla coesistenza dei linguaggi e sull’ibridazione delle arti: come si sta evolvendo la tua poetica teatrale?
A essere sincero non lo so. Non c’è premeditazione in quello che faccio e non ho ancora avuto il coraggio di fermarmi e mettere a fuoco. Quello che so è che la drammaturgia del paesaggio della magnifica Gertrude Stein è sempre stata un’idea con cui mi sono confrontato e da quando sono tornato a vivere in montagna ho iniziato a percepire le Alpi come materia viva. Da lì sono nati Curon/Graun, 19 luglio 1985, Rompere il Ghiaccio e la Scuola Nomadica. Poi Un Teatro è un teatro è un teatro è un teatro ha raccontato la sparizione della narrazione e l’emersione del palcoscenico per quello che è. Adesso questo rapporto col paesaggio ci ha portato, per la prima volta, a un testo, Frankenstein. Un libro pazzesco, prismatico ma imbrigliato in un immaginario che ha poco a che fare con la versione originale scritta da Mary Shelley. Ad esempio è un libro ambientato sul Monte Bianco in cui i paesaggi esteriori si confondono con quelli interiori diventando determinanti per il mostro che da essi impara a conoscersi, scopre le sue emozioni attraverso i fenomeni atmosferici. È soprattutto un romanzo che racconta di come si diventa umani, molto di più di come si creano mostri, e lo fa dando voce a qualcosa che non è umano.

Laura Bevione

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CuratoreFilippo Andreatta
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Laura Bevione
Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e giornalista pubblicista, è da molti anni critico teatrale. Ha progettato e condotto incontri di formazione teatrale rivolti al pubblico. Ha curato il volume “Una storia. Dal festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte” (Titivillus, 2011); le monografie “Interior Sites Project. Il teatro di Cuocolo/Bosetti. IRAA Theatre” (Titivillus, 2017) e “Nelle case, nelle fabbriche, in scena. Il Teatro fatto a mano di Mariella Fabbris” (CUE Press, 2019); la raccolta dei testi dell’attore Stefano Braschi, “Ingarbujè. Matassa organizzata di pensieri tra vita e sogni” (Robin, 2021).