La storia di Alexey Shor: da matematico a compositore classico contemporaneo. L’intervista
Da genio della matematica a uno dei compositori classici contemporanei più eseguiti al mondo: il viaggio straordinario di Shor ha fatto tappa a Torino e noi lo abbiamo intervistato
Nato in un sobborgo di Kiev, costretto a fuggire dopo il disastro di Chernobyl, Alexey Shor, classe 1970, ha costruito la sua prima vita sui numeri. Un dottorato in matematica, ricerche nelle migliori università americane e molti anni passati ad analizzare dati per una società finanziaria. Eppure, di notte, il matematico si trasformava in compositore classico contemporaneo. Oggi, le sue melodie neo-romantiche dalla profonda carica emotiva, riempiono le sale di tutto il mondo, da Malta a Dubai. Dal 28 al 30 aprile 2026, l’Auditorium RAI “Arturo Toscanini” di Torino è diventato per tre serate evento la casa della musica del compositore ucraino naturalizzato americano, ancora poco noto in Italia. Accompagnate dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, condotta dalla direttrice d’orchestra estone Anu Tali, le opere di Shor hanno dialogato con giganti della classica come Rachmaninoff, Schubert e Grieg, prendendo vita attraverso i suoni di fuoriclasse assoluti: il leggendario compositore e direttore d’orchestra russo Mikhail Pletnev, il giovane astro del violino Giuseppe Gibboni, il talento emergente Daniel Lozakovich e l’elegante pianista di San Pietroburgo Arsenii Moon. Lo abbiamo intervistato a margine dell’ultimo concerto.

Intervista ad Alexey Shor
Lei ha un dottorato in matematica e ha lavorato nel campo dell’alta finanza per anni prima di dedicarsi alla composizione. Quando ha capito che era arrivato il momento di dedicarsi alla musica a tempo pieno?
Per un periodo ho scritto musica soprattutto per me stesso e per i miei amici. Poi il mio amico violista David Aaron Carpenter mi ha convinto a pubblicare i miei spartiti, così ho continuato a scrivere musica per lui. Ci sono stati alcuni anni in cui lavoravo come matematico di giorno e scrivevo musica di notte: era difficile, ma ero in un certo senso legato a entrambe le carriere.
Poi cosa è successo?
Ho avuto l’opportunità di scrivere un balletto per il teatro (Crystal Palace Ballet che arriva a Malta nel 2017 N.d.R.). Così, non potevo più scrivere la musica solo la sera. Avevo davvero bisogno di molto più tempo libero e di molta più flessibilità.

La formazione matematica e il lavoro nel cinema del compositore Alexey Shor
In che modo la sua formazione scientifica influenza il suo stile emotivo e melodico? Pensa che la musica moderna sia diventata troppo tecnica e abbia perso il contatto con il pubblico?
Per me il legame con il pubblico è la cosa più importante. Quando scrivo musica mi chiedo: “E se fossi tra il pubblico? Come reagirei a questo? Lo troverei piacevole al primo ascolto? Vorrei ascoltarlo più di una volta?“. Quindi praticamente tutto quello che faccio è rivolto a quel pubblico immaginario in cui io stesso sono un loro membro. Per me la connessione emotiva con chi ascolta la mia musica è l’obiettivo primario.
In che modo la composizione per il cinema, come per il film “Blood on the Crown”, ha cambiato il suo approccio alla narrazione musicale?
Mi capita molto spesso di sentire commenti dopo i concerti sul fatto che la mia musica sia molto cinematografica e suggestiva, e che potenzialmente si adatti molto bene ai film. “Blood on the Crown” è stato un film importante che ha sostanzialmente preso in licenza musica già esistente. Quando la scrivo penso alle sale da concerto, ma sono completamente aperto al fatto che venga usata nei film, come è successo in “Blood on the Crown” e in alcuni documentari.

Alexey Shor in Italia
A Torino la sua musica è stata eseguita insieme a maestri come Rachmaninov, Schubert. Cosa si prova a vedere il proprio linguaggio contemporaneo accostato ai giganti del Romanticismo?
Succede praticamente in ogni concerto che la mia musica venga eseguita insieme a quella dei grandi, perché per i compositori moderni non esiste un concerto dedicato solo a loro. Inizialmente, certo, mette un po’ soggezione vedere il proprio nome nel programma accanto ai grandi, ma ci si abitua.
Nel secondo concerto di Torino è stata eseguita la “Sonata Shor-Pletnev,” una composizione per pianoforte realizzata con il leggendario Mikhail Pletnev. Per alcuni il tema di questa Sonata riguarda la perdita e la speranza in un mondo frammentato. Ci si ritrova?
Penso che la musica sia un’arte molto vaga e che le persone siano libere di giudicare da sole di cosa tratti. Forse per alcuni riguarda il mondo frammentato, forse per altri l’ottimismo di guardare al futuro, forse per altri ancora la nostalgia del passato. Questa è una delle bellezze della musica: è vaga e molto aperta all’interpretazione personale.

Ha vissuto la drammatica esperienza di Chernobyl, la caduta dell’Unione Sovietica e continui spostamenti in città diverse. La musica è per lei un rifugio sicuro in cui finalmente riesce a ricomporre una vita in continuo movimento?
No, sono sicuro che tutto quello che mi è successo in passato mi influenzi per come sono oggi. Ma quando scrivo musica non penso specificamente alle difficoltà passate, a Chernobyl o all’Unione Sovietica. Sono stati tempi molto stressanti e difficili, ma sono anche molto lontani. Sono sicuro che la mia psicologia personale ne sia influenzata, ma non scrivo musica pensando specificamente a quelle esperienze.
Claudia Giraud
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