Ecco chi era il grande musicista jazz Miles Davis a 100 anni dalla nascita 

Nasceva un secolo fa uno dei massimi talenti del jazz, colui che più di chiunque altro ha innovato il genere, influenzando profondamente le successive generazioni di musicisti

Considerato il Picasso del jazz per le profonde innovazioni portate in questo genere musicale, Miles Dewey Davis III  (Alton,  1926  –  Santa Monica,  1991)  è anche una colonna portante della cultura afroamericana. Nella sua prima musica, l’espressione silenziosa e minimalista della mascolinità nera fu rivoluzionaria. Vulnerabilità, rivelazione intima, preghiera e supplica divennero i tratti distintivi di uno stile basato sui suoi difetti – o almeno su ciò che il mondo voleva fargli credere fossero fallimenti. Erano, in realtà, risorse di grande forza e coraggio. Essere disponibile e sottomesso ai propri sentimenti e alla loro complessità fu un atto di grande coraggio.

Miles Davis: le origini

Terminati gli studi al conservatorio newyorkese Juilliard, Davis esordì sulla scena jazzistica nel 1944 come membro del quintetto bebop del sassofonista Charlie Parker  con cui rimase fino al 1948. Tra le loro registrazioni iconiche figurano Donna Lee, Billie’s Bounce e Now’s the Time, caratterizzate da improvvisazioni ad alta velocità e strutture armoniche rivoluzionarie. Davis si allontanò dall’intensità del bebop per dare vita al cool jazz nel 1949  con l’album Birth of the Cool, e al jazz modale (nel 1959 con  Kind of Blue), che davano priorità alla libertà melodica rispetto ai complessi cambi di accordi, costituendo la spina dorsale dell’improvvisazione moderna. In particolare, con l’iconico Kind of Blue, Davis sfida le strutture armoniche tradizionali; grazie alle collaborazioni con talentuosi colleghi come John Coltrane, creò un capolavoro senza tempo che risuona di profonda emozione. L’album non solo ha rivoluzionato la composizione jazz, ma è anche diventato una pietra miliare nell’evoluzione del genere, sottolineando la genialità di Davis.Nonostante l’allontanamento dal bebop, quel periodo con Parker rimase fondamentale per lo sviluppo della carriera di Davis.

Roberto Polillo, Miles Davis Arrigo Polillo Milano 1964
Roberto Polillo, Miles Davis Arrigo Polillo Milano 1964

Miles Davis: la musica

Fra il 1969 e il 1975, Davis abbandonò il jazz puro e semplice per un mix amorfo di funk e psych-rock, pensato per un pubblico più numeroso in locali più grandi. Sebbene fosse considerato la più importante star del jazz, si sentiva limitato dai principi del genere e dagli ascoltatori conservatori che non volevano che la musica si evolvesse oltre gli anni ’30 e ’40. Per questo, incorporando strumenti elettrici, rock e ritmi funk in album quali In a Silent Way  o  Bitches Brew, creò il genere fusion, un antenato diretto di molti stili jazz-rock e funk-jazz contemporanei. Attingendo alle tradizioni ritmiche africane e indiane, Davis iniziò a stratificare questi elementi con le texture delle tastiere e delle chitarre elettriche. Bitches Brew in particolare eliminò le convenzioni del jazz, abbracciando forme estese, dense poliritmie e la potenza di strumenti amplificati e alterati elettronicamente per creare una musica che si concentrava tanto sulla trama quanto sulla melodia o sull’armonia.

Miles Davis: la pittura

Cimentarsi con la tela e i colori è stata la naturale conseguenza dell’aver sviluppato un jazz “a colori”, il cui lato B è stato uno stile pittorico audace ed espressionista. Figure astratte, forme geometriche colorate e riferimenti all’arte tribale africana creano un’intensità ritmica. L’influenza di Kandinsky, Basquiat e Picasso è evidente, ma l’estetica di Davis era unica. Realizzò un corpus significativo di opere, tra cui disegni, schizzi, serigrafie e dipinti su tela, nessuno dei quali fu esposto fino alla sua scomparsa. Fra le sue opere più riuscite, la serigrafia dedicata a Joséphine Baker, altra icona afroamericana. E forse, il percorrere questa nuova strada a partire dagli anni Ottanta lo “distrasse” in parte dalla musica, e si potrebbe così spiegare la minor qualità del suo jazz più recente. In ogni caso, Come la sua musica, il suo stile pittorico è improvvisato e dinamico, ma al tempo stesso intimo. La sua musica, senza dubbio, ha influenzato la sua sensibilità pittorica e forse la sua pittura ha influenzato il modo in cui è arrivato a comprendere la musica.  

Miles Davis by Irving Penn, 1986
Miles Davis by Irving Penn, 1986

Miles Davis: il declino

Come spesso accade, al talento creativo non corrispondeva purtroppo una personalità equilibrata, e Davis si macchiò di violenze fisiche contro la compagna del momento, e soffrì di una lunga dipendenza da alcol e cocaina; situazioni che, nel lungo periodo, influenzarono negativamente anche la sua creatività; dopo una pausa di cinque anni per ragioni di salute, Davis riprese a comporre nel 1980, ma da lì in poi la qualità della sua musica andò generalmente declinando, anche se il successo commerciale continuò ad arridergli. Significativa la dichiarazione di Wynton Marsalis  alla rivista musicale statunitense  Down Beat nel 1982: “Chiamano la roba di Miles jazz. Quella roba non è jazz. Solo perché qualcuno suonava jazz una volta, non significa che lo stia ancora suonando”.

L’eredità di Miles Davis

Nonostante un finale di carriera non troppo brillante, la statura jazzistica di Davis è incontrovertibile. Il suo approccio, dovuto in gran parte alla tradizione esecutiva afroamericana che si concentrava sull’espressione individuale, sull’interazione enfatica e sulla risposta creativa ai contenuti mutevoli, ebbe un profondo impatto su generazioni di musicisti jazz.  la sua tecnica trombettistica distintiva, che spesso prevede l’uso della sordina Harmon, l’eliminazione del vibrato e l’enfasi sul fraseggio melodico e intimo, rimane uno standard per l’espressione emotiva nel jazz contemporaneo. La filosofia di Davis di non voltarsi mai indietro e di cambiare costantemente il suo sound è ancora considerata la guida definitiva per l’innovazione nella musica moderna, compresa la fusione del jazz con l’hip-hop e la musica elettronica.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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