Bohemian Rhapsody, il film omaggio di Bryan Singer al mito dei Queen

È in arrivo l’attesissimo film diretto da Bryan Singer che vede Rami Malek interpretare il ruolo iconico di Freddy Mercury e che verrà distribuito negli USA a partire dal prossimo 2 novembre. Più lunga l’attesa per i fan italiani dei Queen: dovranno aspettare fino al 29 novembre.

Bohemian Rapsody

13 luglio 1985. Londra. Stadio di Wembley. Un anello pulsante di oltre 72mila persone cinge il palco. È qui, durante lo storico concerto del Live Aid, che inizia e si conclude Bohemian Rhapsody, il più grande omaggio mai pensato e realizzato in onore dei Queen. Il film è stato proiettato in anteprima mondiale il 23 ottobre 2018 all’interno proprio di quello stadio in cui il frontman Freddy Mercury si è consacrato come uno dei più grandi performer della storia della musica. È attorno alla figura di questo grande artista che ruota l’intera pellicola, sostenuta dalla mimetica interpretazione di Rami Malek. L’immersione nel personaggio dell’attore conosciuto al grande pubblico per il suo ruolo in Mr. Robot è prima di tutto fisica: di Mercury, Malek copia con sorprendente precisione l’accento, il modo di muoversi, di parlare e, soprattutto, di esibirsi sul palcoscenico. Non è un caso che dietro al film ci sia la costante consulenza di due membri storici della band, Brian May e Roger Tylor. La fedeltà ai fatti e la precisione di una ricostruzione realistica sono alla base dello sforzo creativo nella realizzazione di questa pellicola. Un sogno che si realizza per i numerosissimi fan della band, già in brodo di giuggiole alla semplice vista del primo trailer, pubblicato lo scorso maggio e diventato ben presto virale sul web.

IL GUSTO PER IL FAN SERVICE

La chiave d’interpretazione del film va ricercata nello stretto rapporto con i fan, nelle continue citazioni, nell’approccio mitologico e mitizzante con cui si affronta la storia artistica della band e quella personale di Mercury. Non sorprende allora che le canzoni dei Queen fungano da costante collante narrativo: imprescindibili per il racconto delle fasi creative e di scrittura delle stesse, ma utili anche nelle transizioni musicali che accompagnano i frequenti salti temporali e come contrappunto emotivo all’interno delle scene. Un processo naturale, si direbbe, in un film che racconta la storia dei Queen fin dai loro esordi. Senz’altro. Eppure l’ammirazione, o meglio la venerazione, da parte dei realizzatori del film trasuda da ogni inquadratura. Il tentativo palese è quello di innalzare l’immagine della band in cima all’Olimpo della musica mondiale e permettere al loro frontman di rafforzare, anche per le nuove generazioni, la sua iconica aurea di artista e interprete senza pari. Per fare ciò il film, diretto in parte da Bryan Singer (accreditato come regista) e in parte da Dexter Fletcher, si distacca spesso da una drammaturgia rigorosa che ruoti intorno alla complessità interiore dei personaggi, preferendo il gioco estetico tipico dei musical e arrendendosi al piacere di vedere riprodotta con precisione quella magica alchimia musicale e performativa che la band londinese trovò a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Piacere di cui lo spettatore (e il fan soprattutto) non può che godere di rimando, ma che priva la pellicola del mordente necessario per fare il definitivo salto di qualità.

Bohemian Rapsody
Bohemian Rapsody

FREDDY E LA SUA RAPSODIA

Prima di essere il film dei Queen, Bohemian Rhapsody è il film di Freddy Mercury: il frontman ne è il protagonista assoluto, accentratore totale di tutte le dinamiche narrative. Freddy viene presentato agli occhi dello spettatore come un predestinato, il cui talento non può che esplodere: travolgente, inimitabile, epocale. Per questo motivo le prime fasi della carriera della band (il loro incontro, i primi live e i primi tour) passano rapidamente, quasi sottotraccia, come se il successo dei Queen fosse dato per scontato. Il vero conflitto che porta avanti la narrazione è quello che lega il protagonista con il mondo che lo circonda: il rapporto con la sua identità sessuale, con la famiglia, con la prima fidanzata (nonché migliore amica) e, ovviamente, con gli altri componenti del gruppo. Ma come di consueto sono le debolezze, più che le qualità, ad appassionarci, e allora si apre davanti a noi il ritratto di un uomo sofferente, che ricalca lo stereotipo della rockstar tormentata. Non si trova, però, una particolare concentrazione sugli eccessi e la vita sregolata, ma si indaga piuttosto l’interiorità di Freddy: in particolare la sfacciata sicurezza in se stesso, sfoggiata sul palco e indispensabile per la creazione di opere innovative, sperimentali e complesse come la “Rapsodia” che dà il titolo al film. Un brano che rivela quell’ambizione nonché quella consapevolezza nelle proprie potenzialità artistiche che ha permesso ai Queen di sfidare il mercato e il gusto del pubblico, vincendo la scommessa contro ogni pronostico. Nell’ego sconfinato e nella vanità malcelata di Freddy si nasconde il malessere di un uomo sostanzialmente solo, con pochi legami autentici resi fragili dal giogo della popolarità. I concetti di famiglia, amicizia, fiducia si rivelano allora centrali e rappresentano la parte più calda ed emozionante di un film che troppo spesso cede alla mera spettacolarità. Come nella lunghissima sequenza finale, in cui viene messo in scena quasi pedissequamente il sopracitato concerto del Live Aid. Intrattenimento puro: sorprendente, emozionante, intenso ma che tradisce un intento celebrativo tanto genuino quanto forse eccessivamente palesato. C’è da dire che questa volta, perlomeno, i fan non potranno lamentarsi.

– Carlo D’Acquisto

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.