Cosa c’entra una fiera della tecnologia con il mondo dell’arte? Un report dal MIR di Rimini
Svoltosi a inizio aprile, il MIR di Rimini 2026 dimostra di non essere più solo una fiera di settore, ma un osservatorio sulla mutazione delle immagini e del lavoro. Oltre i ledwall e i DJ set, analizziamo come il precariato e le nuove tecnologie stiano forzando i confini della Media Art e della sopravvivenza professionale
La rassegna MIR (Live Entertainment Expo) di Rimini è il punto di riferimento per i professionisti dell’audio/video: tecnici, musicisti, DJ, system integrator. Sebbene nato come evento per gli strumenti musicali, si è evoluto in una fiera tecnica focalizzata sull’integrazione e sul “dietro le quinte” tecnologico; oggi la componente audio domina la scena soprattutto grazie a padiglioni trasformati in veri e propri palchi per testare i sistemi live, in un’ottica spiccatamente multidisciplinare. L’offerta corporate è molto vasta, spaziando da ledwall e proiettori a mixer, macchine per il fumo, strutture per grandi eventi e controller per il broadcasting. Seguire questa fiera dal punto di vista di una testata culturale — quale è Artribune — potrebbe sembrare fuori contesto; in realtà, monitorare “l’aria che tira” nel settore delle tecnologie AV è fondamentale, per chi scrive, per comprendere l’attuale rapporto tra arte e tecnologia.

MIR di Rimini 2026: dietro il ledwall
A dispetto degli spettacoli di luce, dei DJ set multischermo, dei bassi sparati a tutto volume in prodigiosi subwoofer, degli aperitivi agli stand, il quadro è tutt’altro che roseo. Sarà il grigiore di una primavera che non c’è, ma certo è insolito, ad esempio, in un contesto essenzialmente B2B, trovare nel programma un evento dal titolo “Welfare e sistema pensionistico per i lavoratori dello spettacolo“. Ancora più insolito che si parli (meritoriamente) di precariato culturale: dei rapporti ENPAS-INPS, dell’importanza di ricoprire una posizione regolare e di non disperdere le ore in più qualifiche, del fatto che patronati e giudici del lavoro su certe tematiche navighino a vista, della difficoltà di quantificare molte ore di lavoro effettive, dell’impossibilità in molti settori creativi di avere contratti a tempo indeterminato (il che, oltre a essere problematico ai fini contributivi, porta all’impossibilità di accendere un mutuo, di continuare a lavorare in caso di infortunio…). Discorsi sindacali, fatti in una fiera di prodotti audiovisivi davanti a giovani visibilmente preoccupati. Sì, evidentemente ce n’era bisogno.
Artisti o lavoratori discontinui?
È proprio il precariato (lavorativo, esistenziale, artistico) a emergere con forza dai rutilanti stand che si sforzano di mostrare un’industria in crescita. È anche qui, in un certo senso, che arte e tecnologia convergono. Come sviluppare talenti artistici se il sistema non consente loro di avere un futuro? Ovviamente l’elefante nell’armadio è l’AI, soprattutto in una fiera dedicata in gran parte all’audio. Come già successo per altri trend (il supporto magnetico, quello digitale, la pirateria, lo streaming) il mercato musicale sembra un po’ la “vittima sacrificale” di un ecosistema mediale più ampio (con un pubblico tendenzialmente più giovane le nuove tecnologie penetrano meglio, nel bene e nel male). Chiaramente questo concetto non viene qui espresso in maniera troppo esplicita: siamo in un contesto corporate, con una retorica corporate. Quindi, l’AI è sempre sia un pericolo che una risorsa, fa perdere posti di lavoro ma – se siamo furbi – anche guadagnarli, dobbiamo normarla (citando con toni altisonanti l’AI Act), ma anche lasciare spazio al mercato. Tutto ciò nasconde il fatto che molti lavoratori dell’arte e dello spettacolo, nella giungla contrattuale dei loro microjobs (intermittenti, autonomi, occasionali, partite IVA, ritenute d’acconto, diritto d’autore, rimborso spese) hanno effettivamente perso committenti. Non si tratta di licenziamenti in senso stretto, ma semplicemente di perdita di commesse.
Tecnottimisti per forza. Spunti dal MIR di Rimini 2026
L’industria, per sua natura, non può che sforzarsi di vederla in positivo, di dare delle coordinate, con cui la media art (anche quella più critica) deve confrontarsi. Usare l’evoluzione del mercato tecnologico come cartina di tornasole, per capire come posizionare la propria creatività, talvolta in aperta opposizione: è la storia del rapporto tra arte e tecnologia, nulla di nuovo. Il problema che sembra emergere è solo uno: nessuno sembra avere un’idea generale di sistema. L’AI generativa è qui, sappiamo cosa fa, sappiamo che i monopoli delle grandi media tech tagliano fuori ogni reale competitor, sappiamo che dobbiamo seguire le loro evoluzioni e adeguarci (anche se ci piace riempirci di regole inapplicabili per credere il contrario). Ma come facciamo, in concreto?
Segui il mercato e ti perdi. Qual è il vero potenziale dell’AI?
Proviamo a buttar giù una selezione random dei pareri espressi. Alcune persone dicono che l’AI è efficace nelle predizioni (tanto da abbassarne radicalmente il costo e allargarne l’utilizzo) ma non nel giudizio, altre che – al contrario – il potenziale dell’AI stia proprio nell’educarla al giudizio (ad esempio per strategie di neruromarketing); alcuni dicono che non sia in grado di determinare un’automazione, altri che l’AI “fisica” (si vedano i robot danzanti del video ufficiale di celebrazione del Capodanno Cinese) sarà invece uno dei futuri mondi possibili; alcuni evidenziano i recenti impieghi bellici dell’AI, altri il loro insuccesso; si sottolinea il fatto che, ecologicamente, l’uso massiccio di AI è insostenibile e che la “bolla” scoppierà, anche solo per la necessità di terre rare, ma si afferma anche che l’ottimizzazione del rapporto software/hardware sarà sempre maggiore. E ancora: come possiamo sviluppare il nostro spirito critico se l’AI generativa ci dà quasi sempre ragione? La natura probabilistica dell’AI è un limite, oppure – come alcuni teorizzano – un’evoluzione basata sulle esperienze degli utenti e non sui dati potrebbe rappresentare in questo senso una nuova frontiera?
Impugniamo il diritto d’autore?
Si evidenzia poi l’efficacia dell’AI nel combattere la pirateria (soprattutto in ambito musicale), ma anche nel suo generare contenuti a sua volta in maniera “piratesca”, a partire da dati esistenti. Chi tutela questi dati? Ribaltando la questione, perché non dovremmo avere musicisti AI, artisti AI, giornalisti AI? Il quotidiano Il Foglio recentemente ha stampato (e pubblicato online) una versione Il Foglio AI, perché non dovremmo leggere quella? E se uso un tratto somatico, un personaggio, una voce, cosa ne posso fare? E se l’uso è consensuale (si veda l’accordo tra Disney e Open AI per la libera generazione di personaggi “disneyani”, o l’account Patreon dove Bob Dylan vende dei racconti audio con la sua voce AI-generated), è giusto prestare il consenso per qualunque utilizzo, oppure è bene limitarlo a compiti molto specifici, come la normativa sul diritto d’autore vorrebbe? E anche essendo d’accordo, dopo aver legiferato in materia, come è possibile applicare la legge?

Il MIR di Rimini 2026 e lo stato attuale delle nuove tecnologie
In tutto questo, a fronte di un’imprevedibilità intrinseca nell’evoluzione di questi temi (dovuta in gran parte alle azioni grandi masse di consumatori che, secondo il paradigma della SST – Social Shaping of Technology, contemporaneamente usano e creano la tecnologia), l’industria (e l’accademia) reagiscono sistematizzando. Dagli incontri di questa edizione del MIR emerge tanta voglia di creare sistemi a prova di bomba: si sottolineano le differenze tra l’AI e le IT tradizionali, coniando complicate definizioni (del tipo “l’intelligenza artificiale è un insieme dati che attraverso modelli diventano appliances, le quali attraverso una prediction generano dati); si evidenzia la differenza tra modelli generalisti e agenti specializzati per precisi compiti aziendali (agenti definiti cripticamente, anche qui, come “modello + memoria + tool + pianificazione + azione + feedback + vincoli”). E si sistematizzano, ovviamente, anche nuovi modelli di business: dal pre-training scaling (investire fondi solo per avere dati “freschi” su cui in seguito addestrare un nuovo modello) alle nuove features per attrarre utenti (ogni azione e reazione di qualunque utente è, di per sé, un dato), fino all’idea di puntare tutto sugli agentic control plane (la “torre di controllo” per i singoli agenti specializzati: il futuro non sarebbe, secondo questa visione, elaborare un prompt, ma gestire il traffico delle richieste).
Tutto questo non sarà tuo
Insomma, l’idea di fondo è che la tecnologia ci stia travolgendo, e che noi la stiamo affrontando con schemi e regole che non capiamo nemmeno noi stessi. Abbiamo creato monopoli con cui non abbiamo alcuna negoziazione; se la avessimo, artisti, illustratori, musicisti, fotografi, videomaker, attori, VFX artists, avrebbero un potere contrattuale; e invece, per tornare all’inizio di questo articolo, al netto di qualche causa legale vinta, i creativi sono sostanzialmente in balia di una manciata di big tech, e soprattutto sono sempre più insicuri del loro ruolo nel mondo, in primis i più giovani. Magari chi, come me, imputa alla media art contemporanea mancanza di coraggio su questi temi, dovrà ricredersi: in un contesto di tale impotenza, guardare altrove è forse una reazione umana.
Raffaele Pavoni
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati