Cosa fa Giovanni Muciaccia dopo Art Attack? Continua a divulgare cultura e ci racconta tutto in questa intervista
A cavallo tra Anni Novanta e Duemila, il conduttore pugliese raggiunse grande popolarità con il programma televisivo per bambini incentrato sugli “attacchi d’arte”. Oggi è artista, collezionista, ma soprattutto divulgatore originale dei linguaggi dell’arte contemporanea. Tra libri, teatro e una nuovissima serie YouTube
Un’intera generazione, tra la fine degli Anni Novanta e i primi Anni Duemila, è cresciuta con i tormentoni di Art Attack e del suo conduttore Giovanni Muciaccia (Foggia, 1969). Difficile che i bambini e gli adolescenti in quegli anni alle prese con gli “attacchi d’arte” proposti da Muciaccia nel pomeriggio televisivo abbiano dimenticato la “colla vinilica” e le famigerate “forbici con la punta arrotondata”. La trasmissione – format inglese ideato da Neil Buchanan: sì, proprio l’uomo che realizzava opere monumentali, visibili solo dall’alto, con qualunque oggetto gli capitasse a tiro! – ebbe grande successo in Italia tra il 1998 e il 2004 (una seconda edizione andò in onda tra il 2011 e il 2014), anche grazie alla conduzione divertita e familiare di Muciaccia (a certificare la sua popolarità, arrivarono perfino le imitazioni), che della divulgazione dell’arte, per i più piccoli e non solo, oggi ha fatto il suo mestiere, oltre la tv.
Libri, spettacoli teatrali e ora anche una nuova serie online sono gli strumenti che veicolano il suo approccio all’arte, con un obiettivo sempre ben chiaro: coinvolgere e incuriosire un pubblico quanto più eterogeneo possibile, spezzando la diffidenza verso l’arte contemporanea. Nel frattempo, Muciaccia – che è pure collezionista – è diventato anche artista. Abbiamo parlato con lui dei suoi progetti.
Giovanni Muciaccia e gli inizi con l’arte
L’interesse per l’arte quando è iniziato? E come?
Torno con la memoria alle scuole medie: ho avuto la fortuna di avere un professore che sapeva raccontare l’arte, mi sono incuriosito e appassionato. E avrei continuato su quella strada, volevo fare l’istituto d’arte, ma la famiglia mi ha indirizzato verso altro. Però mi è stato subito chiaro quanto la capacità di divulgare una materia in modo chiaro e accessibile sia una risorsa importante, da perseguire.
Quindi, diversi anni più tardi, l’arrivo di Art Attack ha trovato terreno fertile…
L’occasione di Art Attack si è presentata quasi per caso. Io avevo continuato a coltivare il mio rapporto con l’arte con un approccio molto pratico: mentre studiavo per fare l’attore (all’Accademia di Arte Drammatica della Calabria, ndr) disegnavo e realizzavo grandi murales: ho lasciato un segno in tutte le case in cui ho vissuto! E non perdevo occasione per visitare musei, aggiornarmi. A Londra cercavano un conduttore che sapesse raccontare il processo di realizzazione di oggetti “d’arte”, stimolare la passione per la creatività. Sembrava che il ruolo mi fosse stato cucito addosso, sebbene il format fosse già definito e codificato. E penso che il mio approccio e il mio background abbiano aiutato a portarlo al successo in Italia. Era un programma nuovo per l’epoca, e molto stimolante.
Nel frattempo l’esperienza ti ha aiutato ad approfondire il rapporto con l’arte.
Girare a Londra, in quegli anni, è stata un’altra fortuna. Registravamo le puntate dal lunedì al venerdì, nel weekend esploravo la città e i suoi musei: nel 2000 inaugurò la Tate Modern, io ci trascorrevo giornate intere per cercare di capire un’arte che all’inizio trovavo difficile comprendere. È stato il vero inizio del mio avvicinamento al contemporaneo: ho iniziato a studiare da autodidatta mosso da una grande curiosità, ho imparato a leggere le opere, ho scoperto l’arte concettuale, ho iniziato a collezionare l’arte. Intanto realizzavo meglio quanto mi sarebbe piaciuto trasmettere e raccontare quel mondo.

Giovanni Muciaccia artista
Per questo, ormai più di dieci anni dopo la chiusura di Art Attack, la divulgazione dell’arte continua a essere il fulcro del tuo lavoro?
Esatto. Negli ultimi anni ho diradato progressivamente il lavoro per la televisione, e le mie giornate si dividono tra la ricerca artistica in studio e gli spettacoli che porto in giro per condividere la mia esperienza con l’arte.
Hai iniziato anche a produrre in prima persona.
Sì, dipingo, assemblo idee e materiali, metto insieme le suggestioni respirate in tutti questi anni di ricerca e scoperta. Ho iniziato intorno al 2017, quando ho deciso di scrivere un libro che raccontasse le invenzioni e le ricerche dei più grandi artisti del Novecento, poi pubblicato nel 2021 col titolo di Attacchi d’arte contemporanea. Così mi sono avvicinato prima all’arte relazionale, poi ho virato sull’astrazione, mentre nell’ultimo periodo ho iniziato a sviluppare un linguaggio che sento molto personale, concettuale, basato sulla tautologia. Per descriverlo mi viene in mente Joseph Kosuth. Penso di aver raggiunto una maturità artistica. Del resto, per me, la creatività nasce dallo studio, che significa anche osservazione assidua per capire i linguaggi dell’arte e ricombinarli, facendo in modo che sedimentino dentro di me. Non ho ancora mai mostrato in pubblico i miei lavori, ma non escludo la possibilità di organizzare una mostra, quando ci saranno le condizioni giuste.
E quale pensi sarebbe, oggi, il tuo contributo come artista?
Ora penso di aver inventato qualcosa che non c’è, lavori accomunati da un’ironia sottesa, che però invitano a riflettere e a porsi delle domande. Ma prima di tutto, per me è fondamentale agganciare la curiosità di chi guarda: la tendenza a scrollare immagini ci ha portato a perdere l’abitudine di osservare. Nei miei lavori ho voluto introdurre un “dispositivo” che invita a decodificare l’opera. In un certo senso anche da artista ricerco l’interattività su cui si è sempre basato il mio lavoro.
La divulgazione dell’arte contemporanea a teatro e su YouTube
Non a caso, gli spettacoli dal vivo restano il cuore della tua attività. Cosa racconti al tuo pubblico?
Sono diventato autore di me stesso e porto in giro due tipologie di spettacoli. Nei festival Comics, ormai da diversi anni, sono presente con Attacchi d’arte contemporanea, un format ispirato al libro omonimo. Alla base ci sono la divulgazione e l’interattività: parto da un’analisi dei meme più famosi in rete, associandoli alla poesia visiva di Ketty La Rocca e Lamberto Pignotti. Si ride, c’è subito una condivisione di idee; poi, compreso il meccanismo, coinvolgo il pubblico nella realizzazione di un meme di carta. E in chiusura si ritorna al meme attraverso l’opera di Banksy, un artista che amo molto e a cui ho dedicato anni di ricerca.
Con l’altro format, invece, fai presa soprattutto sui “bambini cresciuti” di Art Attack.
Ieri, oggi e domani è uno spettacolo che inizia con un’operazione nostalgia: quello che abbiamo vissuto e che non c’è più. Quindi le pubblicità iconiche, gli oggetti e i tormentoni che hanno accomunato una generazione negli Anni Novanta. Ma anche qui entra in gioco l’arte relazionale, e si conclude sempre con un artwork. Nel pubblico ritrovo tante persone cresciute con Art Attack, ma si avvicinano anche i giovani di oggi.
Il progetto che nasce proprio in questi giorni, Studio Muciaccia, è invece un lavoro di divulgazione online, sempre improntato sull’accessibilità dell’arte. Ci racconti di cosa si tratta?
Parliamo di una miniserie in 5 puntate, che saranno pubblicate sul mio canale YouTube, a partire da giovedì 30 aprile. Stavolta racconto l’arte costruendo analogie tra grandi artisti e linguaggi del Novecento e videogame, fumetto e cinema. La prima puntata ruota intorno all’Urlo di Munch, ma avremo anche Mondrian, Malevich e Capogrossi, Picasso e Pomodoro, focus sulla prospettiva e sul punto di fuga.
Livia Montagnoli
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