Raccontare l’Iran attraverso le piante. Ali Asgari lo fa nel film “Un po’ di luce”
Il regista iraniano torna al cinema di contestazione per raccontare le contraddizioni del proprio Paese, dilaniato al suo interno e aggredito dall’esterno, per regalarci un intimo frammento di luce
“Trump non mentirebbe mai”: il Presidente degli Stati Uniti e la sua umoralità sono evocati più volte nell’ultimo film del regista iraniano Ali Asgari, Un po’ di luce. Gli echi dell’aggressione statunitense e israeliana sembrano quasi un paradossale comic relief nella tragedia che attraversa un Paese in grande crisi come l’Iran, che ha già al suo interno i germi della guerra.
Il regista Ali Asgari torna a raccontare l’Iran nel film “Un po’ di luce”
È il medico Arash (Misagh Zare), deciso a porre fine alla propria vita dopo essere stato sospeso per aver aiutato dei manifestanti feriti, a farci da Virgilio per le strade di Teheran. Comunicare ai suoi cari questa decisione per lui non è diverso dal dire di avere il cancro. La “malattia” che lo affligge ha le sue radici nelle fratture sociali, culturali e religiose di un Paese in forte conflitto con la modernità, vampirizzato da un regime polveroso, in lenta decomposizione, incarnato dal centenario mummificato del finale di Kafka a Teheran (2023). Arash va in giro trasportando piante, come Jean Reno in Léon (1994) di Luc Besson, cieco di fronte alla vita che ancora lo circonda. Nel suo viaggio ieratico, visualizza la morte nei giovani corpi martirizzati dalla rivoluzione, distesi inerti su neri sudari.
La grande delicatezza di Ali Asgari
Con piccoli e discreti tocchi di colore, che vanno a spezzare i grigi della vasta metropoli iraniana, Asgari accende lo schermo con grande delicatezza. Dal verde delle piante che popolano l’automobile, con cui il protagonista compie il suo pellegrinaggio, al rosso dell’anguria con cui la madre lo nutre, in un ritorno primordiale al grembo materno. A poco a poco, le piante dentro il veicolo lasciano il posto alla sorella, al fratello e alla compagna di una vita. Legami invisibili, radicati e intrecciati in un vissuto emotivo forse dato per scontato. La macchina diventa un microcosmo affettivo, un cubicolo familiare che ricostituisce la lotta comunitaria. Vestito “da Asgar” con dei pantaloni marroni e una giacca verde – palette di colori che va a comporre il linguaggio cromatico dell’intero film – è Arash stesso a essere una pianta rigogliosa, un corpo fotosintetico a cui gli altri si aggrappano. Un irradiatore naturale di luce (aiuterà la madre a sistemare una lampadina fulminata), una figura taumaturgica, “francescana”, che porta con sé l’antidoto per un Paese intrinsecamente patogeno, in lotta con le sue stesse contraddizioni.
Il cinema impegnato di Asgari
Dopo le peripezie delle protagoniste femminili, interpretate da Sadaf Asgari (nipote del regista), in Disappearance (2017) e La bambina segreta (2022), il film clandestino a episodi Kafka a Teheran e l’esilarante cinema itinerante, a bordo di una Vespa rosa, in Divine Comedy (2025), Ali Asgari mette in scena il bagliore del cinematografo, della proiezione disobbediente e dispettosa. Un cinema militante, disallineato, in contrasto e in conflitto con le sue stesse ombre, per riflettere un po’ di luce.
Luigi Gensabella
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