La regista Paola Randi racconta “Se domani non torno”, il film sulla famiglia Cecchettin. L’intervista
Dal 5 novembre al cinema, “Se domani non torno” è un lavoro che mette l’accento sul valore dell'impegno collettivo contro la violenza di genere. Ne parliamo con la regista
“Purtroppo le donne continuano a morire di femminicidio. Finché accadrà, dovremo fare rumore, come ci ha chiesto Elena Cecchettin, sorella di Giulia. Con questo film abbiamo cercato di amplificare la sua voce, ma adesso tocca a chi lo vedrà continuare a parlarne”. Così Paola Randi presenta Se domani non torno, nelle sale dal 5 novembre 2026.
“Se domani non torno”. Il film sulla famiglia Cecchettin
Liberamente ispirato al libro Cara Giulia scritto da Gino Cecchettin con Marco Franzoso, edito da BUR Rizzoli, il film racconta come la famiglia abbia trasformato il dolore per il femminicidio di Giulia in un impegno collettivo contro la violenza di genere. La regista, che firma la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan, ha lavorato a stretto contatto con i familiari per portare sullo schermo ciò che la cronaca non ha raccontato. Prodotto da Notorious Pictures, vede Filippo Timi nel ruolo di Gino Cecchettin.

L’intervista a Paola Randi. Un impegno contro la violenza di genere
Come si entra in un dolore così grande, sia nel raccontarlo che nell’avvicinarsi a chi lo ha vissuto?
Prima di tutto mettendosi in ascolto, con grande rispetto. Con Lisa Nur Sultan, coautrice della sceneggiatura, avevamo condiviso fin dall’inizio l’impostazione del film. Per raccontare il dolore di chi resta era fondamentale confrontarci con tutta la famiglia Cecchettin, che ha avuto il coraggio e la generosità di trasformare una tragedia privata in impegno civile. Gino mi ha accolto con una dedizione incredibile, accompagnandomi per Vigonovo, nella casa e nei luoghi legati alla vita di Giulia. Testimoniare quanto accaduto, perché non succeda mai più, è diventata la sua missione, insieme al desiderio di continuare a raccontare chi era sua figlia.
Avete incontrato anche Elena?
Sì, ed è stata un punto di riferimento fondamentale. Le sue parole, quando è intervenuta pubblicamente, hanno risvegliato qualcosa in tutte noi. Anche l’incontro con Davide è stato bellissimo. Tutti e tre hanno condiviso con grande generosità i loro ricordi. Ci siamo avvicinati alla storia in punta di piedi, condividendo con loro il nostro modo di raccontarla. La responsabilità inizialmente spaventava, ma il coraggio con cui questa famiglia continua a impegnarsi, nonostante il dolore, ci ha dato la forza di affrontarla. Mi ha fatto riflettere su quante cose potremmo fare, se solo superassimo le nostre paure.
“Cara Giulia”: dal libro al film
Quanto c’è del libro Cara Giulia nella costruzione del film?
È stato il punto di partenza, perché mi ha suggerito la chiave narrativa: raccontare questa storia attraverso l’assenza. Poi siamo andati oltre il punto di vista di Gino, raccogliendo le testimonianze degli altri familiari. Lui stesso ci ha raccontato aspetti che nel libro non compaiono, come il rapporto con sua madre. Tutti elementi che hanno arricchito la sceneggiatura, permettendoci di comporre una sorta di mosaico. C’è poi una scelta del libro che abbiamo condiviso fin da subito: non nominare l’assassino, per mantenere il racconto concentrato su Giulia e sulla sua famiglia.

Come ha lavorato sulla loro memoria emotiva?
È un tema che studio da molti anni. La memoria è qualcosa di vivo, che si trasforma attraverso le emozioni con cui viviamo un’esperienza e poi la ricordiamo. Mi ha colpito che Gino, Elena e Davide avessero tutti dei vuoti, momenti difficili da ricostruire, di cui Gino parla anche nel libro. Con Lisa Nur Sultan abbiamo cercato di rappresentarli attraverso le immagini. Da qui nasce la presenza della nebbia, che sembra insinuarsi nella memoria e trasformare la pianura in un paesaggio emotivo, capace di raccontare ciò che i personaggi vivono interiormente.
Anche il paesaggio è molto importante nel racconto cinematografico.
Sono lombarda e mia madre era veneta, quindi conosco bene la pianura padana, che trovo di una poesia straordinaria. Mi affascina anche la sua qualità pittorica. In fondo, i pittori sono stati i nostri antenati: attraverso un’immagine riuscivano a raccontare una storia o un’emozione. È quello che ho cercato di fare nel film, partendo da un paesaggio preciso per arrivare a una dimensione universale, capace di parlare a tutti.
Come ha guidato gli attori?
È stato un lavoro molto intenso. Durante i casting, insieme ai responsabili della selezione, abbiamo incontrato tantissimi giovani attori, tutti profondamente coinvolti. Per questa generazione Giulia è una presenza fortissima: molti ricordano esattamente dove si trovavano nei giorni della sua scomparsa. Durante le letture della sceneggiatura si commuovevano spesso. Abbiamo cercato di trasmettere una cosa che ho imparato dalla famiglia Cecchettin: mostrare le proprie emozioni non è una debolezza. Pur venendo da una cultura riservata nell’esprimere i sentimenti, Gino ci ha insegnato che piangere va bene. È stato liberatorio per tutti. Io lavoro molto attraverso l’ascolto, cercando di capire la sensibilità di ogni attore. Tecla Bossi ha incontrato Elena per presentarsi e farsi conoscere, mentre Tommaso Allione e Davide hanno sviluppato un rapporto di amicizia. Anche Filippo Timi ha voluto incontrare Gino, quasi per ricevere la sua benedizione. Da questi incontri abbiamo poi costruito il lavoro sui personaggi.

Una responsabilità collettiva
Cosa vorrebbe che il pubblico comprendesse sulla responsabilità nella violenza di genere?
Prima di tutto che queste tragedie possono accadere a chiunque. Tendiamo a pensare che riguardino persone lontane da noi. Viviamo in una cultura patriarcale che ha normalizzato comportamenti basati sulla svalutazione delle donne e su una presunta superiorità maschile. Questo genera confusione anche su concetti fondamentali: il controllo non ha niente a che vedere con l’amore. Quando diciamo a qualcuno «sei mia» pensando che sia romantico, c’è già qualcosa che non funziona. Nessuno appartiene a qualcun altro. L’amore è una scelta tra due persone libere, mentre la gelosia viene ancora troppo spesso scambiata per una dimostrazione d’amore. Dobbiamo imparare a riconoscere questi meccanismi e smettere di attribuire alle donne la responsabilità della violenza che subiscono.
Quale ruolo hanno gli uomini in questo cambiamento?
Come dice Gino, gli uomini possono diventare agenti di cambiamento, a partire dai comportamenti quotidiani. Noi donne possiamo stabilire dei confini, ma anche gli uomini devono assumersi le proprie responsabilità, per esempio rifiutandosi di ridere a una battuta sessista o di partecipare alle cosiddette chiacchiere da spogliatoio. Sembrano atteggiamenti innocui, ma alimentano una cultura che svaluta le donne e può arrivare a legittimare la violenza. Il femminicidio è la manifestazione estrema di un problema molto più ampio, che dobbiamo imparare a riconoscere anche nelle piccole cose.
Cosa l’ha colpita delle reazioni dei giovani che hanno già visto il film?
Ascoltarli è stata un’esperienza bellissima. Il film è stato proiettato in anteprima per 100.000 studenti nei cinema di tutta Italia e abbiamo potuto dialogare con loro. Si sono emozionati, ma soprattutto hanno sentito il bisogno di attivarsi. Abbiamo incontrato una generazione preparata, con una grande voglia di partecipare, di cui essere davvero fieri. Ci hanno mandato tantissimi messaggi e vorrei trovare il modo di rispondere a tutti, magari attraverso i social, per dare seguito a questo desiderio di confronto. Mi hanno colpito anche le persone che, dopo la visione, mi hanno raccontato esperienze personali simili. Il film può aiutare tante donne a sentirsi meno sole, facendo capire loro che esiste una comunità in cui possono trovare sostegno.

Quanto è importante ascoltarli per costruire una cultura diversa?
È fondamentale. Quando i ragazzi si fanno sentire, dobbiamo prima di tutto ascoltarli, per poi capire come agire. Di fronte a chi difende il patriarcato con aggressività e bullismo, dobbiamo promuovere un altro modo di comunicare. L’autorevolezza non passa dall’autoritarismo o dalla violenza, ma dalla qualità di ciò che diciamo e dalla capacità di ascoltare. Dobbiamo anche imparare a non vergognarci della nostra sensibilità: mostrarsi fragili o commuoversi non è un segno di debolezza.

Cosa servirebbe da parte delle istituzioni?
Un maggiore impegno. Oggi molte strutture di accoglienza si reggono sul lavoro straordinario dei volontari e delle associazioni. Bisogna sostenere di più i centri antiviolenza. E poi c’è l’educazione sesso-affettiva nelle scuole: credo sia arrivato il momento di avere una legge seria, senza continuare ad averne paura. Spesso i timori nascono dalla scarsa conoscenza. Basterebbe approfondire i programmi per capire di cosa si parla davvero e rendersi conto che non c’è niente da temere.
Ginevra Barbetti
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