Chi decide quanto vale il quadro dipinto da una bambina? Intervista alla regista del film “Nina Roza”

Nel film premiato alla Berlinale, la pittura diventa terreno di confronto tra autenticità, mercato e pregiudizi. Ne parliamo con la regista canadese, a partire dai dipinti realizzati per il cinema, mentre il film viene presentato al Cinema delle Provincie di Roma dal 4 all'8 novembre 2026

Nel 2019, a Roma, avevo visto dipingere Aelita Andre, la bambina australiana che a due anni esponeva già le proprie opere e che il mercato dell’arte aveva accolto come un piccolo prodigio. Allora mi ero detta: se Aelita sia o meno un genio in erba, solo il tempo lo dirà. Nel frattempo, è certamente un fenomeno.

La locandina del film "Nina Roza"
La locandina del film “Nina Roza”

Nina Roza e i bambini prodigio: il film di Geneviève Dulude-De Celles

Sette anni dopo, ritrovo quella domanda in Nina Roza, il film di Geneviève Dulude-De Celles, vincitore dell’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2026. La protagonista è una bambina bulgara di otto anni che dipinge quadri capaci di attirare l’attenzione del mercato internazionale. Un talento autentico o un’operazione costruita dagli adulti? A stabilirlo viene chiamato Mihail, esperto d’arte emigrato dalla Bulgaria in Canada ventotto anni prima. Il suo ritorno nel Paese d’origine, però, finisce per mettere in discussione molto più dell’autenticità dei dipinti. È qui che il film intercetta una questione centrale del sistema dell’arte: quanto del valore di un’opera appartiene a ciò che vediamo e quanto a ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, di chi l’ha realizzata?

Il film “Nina Roza” a Roma

Presentato nella sezione Best Of della Festa del Cinema di Roma e scelto dal Canada per la corsa all’Oscar internazionale, il film è arrivato nelle sale italiane il 29 ottobre, distribuito da LSPG Popcorn. Nel cast Galin Stoev, che interpreta Mihail, Chiara Caselli e le gemelle Sofia ed Ekaterina Stanina, che interpretano Nina. Nina Roza sarà al Cinema delle Provincie di Roma dal 4 all’8 novembre 2026, con una proiezione evento il 4 novembre alle ore 20. Il 5 novembre alle 18:30 sarà presentato al Cinema Farnese nell’ambito dell’EuroBalkan Film Festival.

Chi è Geneviève Dulude-De Celles

Geneviève Dulude-De Celles è una regista e sceneggiatrice canadese. Il suo primo lungometraggio di finzione, Une colonie (2018), ha vinto l’Orso di Cristallo alla Berlinale 2019 e il premio come miglior film ai Canadian Screen Awards. Con Nina Roza intreccia il tema dello sradicamento a una riflessione sul talento artistico, sull’identità e sul rapporto tra creazione e mercato. “Aelita Andre è stata la mia prima fonte d’ispirazione per Nina”, racconta la regista. “Ha fatto la sua prima mostra a due anni. Ho studiato anche altri casi di bambini prodigio della pittura: il personaggio nasce dalla combinazione di più storie”.

Intervista a Geneviève Dulude-De Celles

I dipinti di Nina sono stati realizzati da Aujeault, artista di Montréal. Quali indicazioni gli ha dato perché risultassero credibili come opere di una bambina, senza sembrare artificialmente infantili?
Aujeault aveva già una pratica legata all’arte naïf. Dipingeva con le dita, tracciando segni molto semplici. Guardando le sue opere riconoscevamo un’affinità con la gestualità di un bambino. Doveva essere plausibile che fosse Nina a realizzare quelle tele, quindi non cercavamo necessariamente una tecnica molto elaborata. Nel caso di Aelita Andre, per esempio, si tratta di dripping. Noi volevamo qualcosa di diverso: una pittura fatta di gesti spontanei, segni semplici, un’arte un po’ naïf.

Come ha ricostruito il mondo dei galleristi e dei consulenti d’arte?
Durante la scrittura della sceneggiatura ho incontrato diversi professionisti: consulenti d’arte, galleristi, storici dell’arte, sia a Montréal sia in Europa. Volevo essere sicura che fosse credibile l’interesse di un collezionista per i dipinti di una bambina e la decisione di mandare un consulente a verificarne l’autenticità. È qualcosa che accade spesso con i bambini pittori. A differenza della musica, dove si può osservare direttamente una prestazione straordinaria, nella pittura si vuole sempre verificare chi abbia effettivamente realizzato le opere. Per questo un esperto va sul posto e incontra il bambino.

All’inizio Mihail dubita che la gallerista italiana abbia valutato correttamente i video di Nina. Sospetta che dietro la bambina ci sia qualcuno interessato soltanto a guadagnare. È anche una critica al mercato dell’arte e allo sfruttamento del talento infantile?
Avevo visto un documentario, My Kid Could Paint That, che raccontava la storia di una giovane pittrice americana. Il mondo dell’arte si era entusiasmato, lei aveva venduto molte tele, ma poi erano sorti dubbi sul fatto che avesse realizzato le opere completamente da sola. Credo però che il sospetto di Mihail dipenda anche dal momento che sta attraversando nella propria vita. Guarda con un certo disprezzo la cultura dalla quale proviene. Preferisce immaginare una falsaria invece che una vera bambina prodigio. In questo modo può continuare a prendere le distanze da ciò che ha lasciato, negando anche i sacrifici compiuti trasferendosi in Québec e voltando le spalle alla propria cultura. Il suo dubbio è quindi carico anche di questo sguardo negativo sulle proprie origini.

Perché ha scelto una gallerista italiana, interpretata da Chiara Caselli?
Il film lavora molto sull’idea del doppio. In un certo senso, la gallerista è il doppio femminile di Mihail: entrambi lavorano nell’arte contemporanea. Lui viene dall’Europa dell’Est, mentre volevo che lei fosse un personaggio dell’Europa occidentale. Mi interessava soprattutto la differenza nella loro possibilità di movimento. Lei viaggia molto, può fare affari in Bulgaria e vivere in Italia, spostandosi facilmente tra Paesi e culture. Mihail, invece, è partito ventotto anni prima e da allora è rimasto nel Québec, nel Nord America. La sua migrazione gli è costata molto di più, ha comportato maggiori sacrifici. Sono due modi profondamente diversi di vivere la mobilità.

Il film è stato presentato anche in Bulgaria. Come ha reagito il pubblico a questa rappresentazione del Paese?
Molto bene. Abbiamo partecipato a due festival importanti, il Sofia Film Fest e il Golden Rose Film Festival, vincendo in entrambi il premio del pubblico. Galin Stoev mi diceva che è piuttosto raro che accada. Riceviamo testimonianze molto belle da persone che si sentono particolarmente vicine al film proprio perché è ambientato in Bulgaria. Ci sono volti bulgari, paesaggi bulgari, una storia bulgara. Credo che il pubblico bulgaro lo abbia accolto con grande partecipazione.

Anche il cinema fa i conti con il proprio valore commerciale. Come vive questa dimensione, con la distribuzione internazionale e la corsa agli Oscar?
A volte trovo difficile ascoltare discussioni sul valore commerciale di un film, perché è qualcosa di molto lontano dal gesto creativo, dall’impulso che porta a raccontare una storia, dal desiderio di trovare un linguaggio cinematografico. Al di là degli imperativi commerciali, quello che desidero è che questa voce, questa storia, possa viaggiare. È una delle cose belle del cinema: è un’arte che viaggia bene, che si condivide.

Un bambino artista viene riconosciuto come un prodigio o esposto come un fenomeno, quasi fosse un prodotto da immettere sul mercato?
Credo che il film ponga proprio questa domanda: dove si colloca Nina? All’inizio ci avviciniamo a lei come a un fenomeno. La scopriamo attraverso un servizio televisivo, come accade con quei casi insoliti che attirano immediatamente l’attenzione. Io stessa ho scoperto Aelita Andre guardando un suo video su Internet diventato virale. Ma attraverso il viaggio di Mihail e il suo incontro con Nina cominciamo a conoscere la bambina, al di là di quello che gli altri raccontano di lei. Credo che Nina abbia qualcosa di unico, di prodigioso, nel suo modo di guardare il mondo e nella sua sincerità. Per Mihail è proprio questo incontro a diventare prodigioso: gli permette di comprendere cose di sé che non aveva mai visto, gli rivela punti ciechi dei quali non era consapevole.

Alessia de Antoniis

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Alessia de Antoniis

Alessia de Antoniis

Giornalista e autrice, modera incontri su cinema e teatro e scrive di arti sceniche, libri e viaggio. Collabora con Globalist e Wondernet Magazine, dopo esperienze per Exibart, NextGen e Manintown. Ha curato la comunicazione e moderato panel in festival, seguendo…

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