L’ultimo capitolo di Matrix e l’effetto sulla cultura di massa

Non ha riscosso grande successo l’ultimo capitolo della saga di Matrix. Forse perché svela in maniera ironica e impietosa le falle del sistema in cui tutti siamo immersi

Lana Wachowski, Matrix Resurrections (2021)
Lana Wachowski, Matrix Resurrections (2021)

Nella serie di qualche mese fa dedicata al “pop sotterraneo”, discutevo di come gli ultimi due album dei Talk TalkSpirit of Eden (1988) e Laughing Stock (1991) – aprissero nuove prospettive per il rock, fondando di fatto ciò che sarebbe diventato negli anni successivi il post-rock, nel momento stesso in cui chiudevano la parabola del gruppo.
E mi soffermavo sul coraggio e sulla consapevolezza racchiusi in atti creativi come questi. Laughing Stock addirittura esce non solo nello stesso anno, ma nello stesso mese (settembre) di Nevermind dei Nirvana: nel momento stesso in cui una rivoluzione, quella del grunge, si apre in maniera esplosiva, un’altra viene innescata in modo silenzioso, non appariscente, quasi invisibile. La sfida consisteva nel destrutturare sempre più la forma della canzone pop per poi riarticolarla, usando il jazz come veicolo e come ispirazione. Infatti, ascoltando i due dischi abbiamo la sensazione di un flusso costante, e di una struttura in grado di “raccontare” in modo sensibilmente diverso rispetto agli schemi tradizionali.

Talk Talk, Laughing Stock (1991), copertina dell'album
Talk Talk, Laughing Stock (1991), copertina dell’album

JONAS MEKAS E IL CINEMA

Il “quasi invisibile” è una costante della tensione verso un’arte sfrangiata, in ogni epoca.
Lo ritroviamo nelle parole di Jonas Mekas (“Ho bisogno di filmare piccoli momenti quotidiani, quasi invisibili”), l’inventore di un cinema diaristico che sviluppa in un altro territorio linguistico l’approccio aperto, fluido, spontaneo che era proprio della letteratura beat.
We are not only for the new cinema: we are also for the New Man (…) we are for art, but not at the expense of life. We don’t want false, polished, slick films—we prefer them rough, unpolished, but alive”, leggiamo nel suo manifesto del New American Cinema (1960). “Non vogliamo film falsi, patinati, levigati – preferiamo grezzi, malfatti, ma vitali”: l’elemento della vitalità appare inevitabilmente connesso (ancora una volta: epoca dopo epoca, e con strumenti differenti a seconda del periodo) a elementi piccoli, minimi, quotidiani.
È per questo che il gigantismo dell’opera non solo non serve, ma rappresenta un ostacolo insormontabile in un’ottica del genere: perché allontana dalla ricerca di un’arte che è in grado, per usare ancora le parole di Mekas, di “afferrare la vita dall’interno e non dall’esterno”, basandosi quindi quasi esclusivamente sulle dinamiche offerte dall’improvvisazione e dall’incontro con l’altro.

IL MESSAGGIO DI MATRIX RESURRECTIONS

Così, spostando per un attimo l’angolazione, un oggetto culturale come Matrix Resurrections (2021), per esempio, sembra offrirci alcune risposte per il momento. Il film di Lana Wachowski al botteghino non è andato bene, per motivi tecnici legati alla distribuzione e alle piattaforme digitali, certo, ma forse anche per motivi legati al contesto più generale. Si tratta infatti di un blockbuster che riflette su se stesso e sulla propria mitologia di riferimento, in maniera intelligente e ironica, che lotta paradossalmente contro la propria stessa natura, e nel fare questo prosegue con coerenza una riflessione che era partita ventidue anni prima: un’opera dunque profondamente inconsueta per il presente, e anche disturbante per i canoni vigenti. La vicenda che ci racconta Matrix Resurrections è infatti un’eco costante, e disturbante, di quella che aveva dato origine all’intera saga fantascientifica: ogni momento, ogni passaggio, riflette da vicino un precedente (spesso proiettato o riprodotto all’interno dell’immagine stessa). In uno scenario in cui la nostalgia determina ogni scelta e ogni aspetto del presente, il film attraverso Neo e gli altri suoi protagonisti si domanda che cosa può essere nuovo oggi – e come si fa a sfuggire al controllo, come si fa a spostare la storia in un’altra, imprevista e imprevedibile direzione.
Matrix, la matrice, è diventata nel frattempo l’intera cultura di massa (con i suoi codici e le sue convenzioni: ma non lo era forse anche prima? Non lo è forse sempre stata?), comprese molto probabilmente le sue supposte nicchie d’avanguardia. Spetta alle cose più umili, “quasi invisibili”, trovare e tracciare la strada – di nuovo – verso una scelta e un’alternativa possibile.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).