Arte sfrangiata. Che cos’è e perché è importante oggi

Christian Caliandro dà il via a una nuova serie di mini saggi dedicati all’arte sfrangiata, che è innanzitutto una zona di disagio

Jonas Mekas, Walden, 1969
Jonas Mekas, Walden, 1969

Dunque il circolo è chiuso? Davvero non c’è alcuna via d’uscita? E non ci resta se non attendere inerti che qualcosa accada da sé? Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la MENZOGNA. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: IL RIFIUTO DI PARTECIPARE PERSONALMENTE ALLA MENZOGNA. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini PER OPERA MIA! È questa la breccia nel presunto cerchio della nostra inazione: la breccia più facile da realizzare per noi, la più distruttiva per la menzogna. Poiché se gli uomini ripudiano la menzogna, essa cessa semplicemente di esistere. Come un contagio, può esistere solo tra gli uomini” (Aleksandr Solženicyn, Vivere senza menzogna, Mondadori 1974, pp. 65-66).
We aim for our music to be a window onto us and a mirror onto you, a form of truth or transparency. At the eye of the storm of our last album and at the start of writing Ultra Mono there was a sense of losing that truth. All the reviews, positive or not, were pushing me further and further away from myself. I began assessing myself by what I had created and not who I was. This led to our new writing becoming too self-aware: a mirror onto us and a window onto you. This is us eating ourselves to please the audience in order to be loved; bullshit and the exact thing we started the band to question, antagonise and defeat” (Idles, ULTRA MONO, note di copertina, Partisan Records 2020).

Aleksandr Solzenicyn, 1974
Aleksandr Solzenicyn, 1974

ARTE CONTEMPORANEA E VERITÀ

Solženicyn scriveva questo il 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto, precedente all’espulsione dall’URSS: certo, la sua condizione e la sua situazione sono diversissimi rispetto a quelle attuali, eppure, eppure queste frasi ci parlano dal passato, si relazionano in modi insospettati a quanto affrontiamo oggi, anche nel campo dell’arte e della cultura. Come tenere insieme le sue riflessioni e quelle degli Idles, contenute nel loro penultimo album? E perché? Pur a distanza, esse dialogano e compongono un arco di possibilità (almeno, io sono mesi che le immagino insieme, appaiate, così come compaiono all’inizio di questo pezzo).
A window onto us and a mirror onto you”, per esempio: tutta l’arte efficace, la buona arte, dovrebbe funzionare in questo modo. “A form of truth or transparency”: non mi irrita affatto, non mi infastidisce incontrare questi concetti, anzi mi fanno sentire a casa; mi irrita molto invece ogni volta che sento sminuire e negare il concetto di verità, ogni volta che la vedo negare come se anche solo supporre la sua esistenza fosse qualcosa da ingenui o da provinciali…
Anche adesso si avverte il senso “of losing that truth”, di stare perdendo o di rischiare di perdere quella verità, la verità dell’arte faticosamente inseguita. Quindi, alla fine della scorsa serie dedicata all’arte comunitaria, si era affacciata la nozione di “arte sfrangiata”, che in realtà è sempre lì nella mia mente – e in quella di altri – da anni, un’arte fatta di niente, fatta come l’esistenza, e che come l’esistenza cambia in continuazione, diventa…
Allora, forse è arrivato il momento di provare a definire questa forma per sua stessa natura indefinibile.

***

Intanto:

L’arte sfrangiata non regola, non norma, non ordina.
L’arte sfrangiata è sotterranea.
L’arte sfrangiata è instabile e reversibile.

Idles, ULTRA MONO (2020), copertina dell'album
Idles, ULTRA MONO (2020), copertina dell’album

COME DEFINIRE L’ARTE SFRANGIATA

  1. L’arte sfrangiata è una zona di disagio. È tutta una gara, una faccenda di chi arriva primo, di chi supera l’altro, di chi è più bravo, più forte, più in gamba… il migliore… ed è sempre questa faccenda che ti rinchiude, che ci rinchiude nei confini e nel recinto di un’arte e di una cultura fatte esclusivamente di competizione, di supremazia, di affermazione, di oppressione in fondo. Superare l’altro vuol dire infatti sempre e comunque opprimerlo con le proprie idee, con le proprie opinioni, con il proprio egoismo. È necessario uscire da questi schemi mentali e operativi che impongono di adeguarsi a certi modelli e a certi codici, di seguire determinati standard. L’arte sfrangiata rifiuta categoricamente proprio questi standard (è fatta quasi interamente di disagio?). Non vuole essere positiva, costruttiva, “ottimista” nel senso piuttosto disgustoso e deprimente che questi aggettivi hanno assunto negli ultimi anni. Non vuole essere. Intanto, è importante che nel passato recente si sia riuscito in qualche modo e per quanto possibile a individuare questa zona di disagio. E di opposizione all’altro campo, quello per capirci dell’efficienza, del risultato a ogni costo che a ogni costo deve ottenere gratificazione, deve risultare immediatamente spendibile ‒ e che si produce eliminando inevitabilmente ogni spazio di dispersione, di distrazione e di sperimentazione. Di opposizione, cioè, alla semplificazione di tutto, e in particolare dell’opera d’arte.
  2. L’arte sfrangiata è lo spazio della contraddizione, della complessità come contraddizione e come ambiguità.
  3. L’arte sfrangiata è contro la nostalgia, contro lo sfruttamento nostalgico del passato.
  4. L’arte sfrangiata non è lineare – è frammentaria.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).