Il paradosso dell’arte contemporanea: il mondo è violento, ma le opere sono corrette e inoffensive 

Più i comportamenti pubblici si fanno scomposti, inaccettabili, brutali, scandalosi e sanguinosi, più all’arte si richiede di essere perfettamente controllata, educata, inoffensiva, di non esacerbare gli animi e di non andare mai fuori registro. Ma perché?

La coscienza, così, fa tutti vili,

così il colore della decisione

al riflesso del dubbio si corrompe

e le imprese più alte e che più contano

si disviano, perdono anche il nome

dell’azione…

WILLIAM SHAKESPEARE, AMLETO (1602, TRADUZIONE DI EUGENIO MONTALE)

Secondo Theo Eshetu, nell’intervista pubblicata qui, a causa della “violenza generale in cui viviamo immersi (…) i nostri parametri di riferimento si sono spostati. Questo è ciò che sento: la realtà ci ha fatto spostare quei punti fermi su cui potevamo costruire dei discorsi.” E ho letto un’osservazione del cantautore Trent Reznor, che nota come negli ultimi anni la sensazione collettiva di slittamento e di sconnessione, soprattutto negli USA, faccia pensare a “qualcuno che ha spostato di nascosto i mobili, di notte”. È un momento così.

La dissociazione tra arte e realtà

Uno dei paradossi più interessanti di oggi è la dissociazione tra arte e realtà. È accaduto infatti che via via si pretendesse che l’opera fosse “corretta” moralmente, irreprensibile, “a posto” dal punto di vista del pedigree identitario, possibilmente testimone e portatrice degli effetti di torti storici da riparare e da emendare. E che, addirittura, l’artista fosse una “brava persona”, “a posto” anche lui o lei o loro. Tutto ciò in aperta contraddizione con la vecchia regola, per esempio, che non si possa e in fondo non si debba giudicare l’opera in base al suo autore/autrice, alla sua vita e ai suoi comportamenti: un conto infatti è il territorio dell’arte, un altro completamente diverso è quello della realtà quotidiana.
Invece, da una quindicina d’anni è entrato in uso il giudicare l’uno in riferimento e in base all’altro.

La correttezza dell’opera d’arte

Ma, soprattutto, questa attenzione spasmodica rivolta alla “correttezza” dell’opera (con la curatela, come scrive giustamente Stefano Chiodi, come “dispositivo di legittimazione morale , a fare da tutrice legale, dal controllore, e anche da censore in alcuni casi) si è sviluppata – non certamente a caso – nel momento in cui la storia, la politica, la geopolitica come rapporto tra le nazioni andavano progressivamente fuori controllo.

Vale a dire: più i comportamenti pubblici si facevano scomposti, inaccettabili, brutali, scandalosi e sanguinosi, più all’arte si richiedeva di essere perfettamente controllata, educata, inoffensiva, di non esacerbare gli animi e di non andare mai fuori registro (che poi, per inciso, l’essere “fuori registro”, programmaticamente quasi, sarebbe proprio uno dei compiti principali dell’arte…).

Il paradosso dell’arte

Si tratta di un evidente e strano tentativo di compensazione, che a sua volta ha dato luogo a uno dei più grandi cortocircuiti degli ultimi decenni: nel momento storico in cui si perdeva la presa collettiva sui fatti, sulle scelte e addirittura sui rapporti di causa-effetto all’interno della società, si pretendeva che arte e cultura rispettassero rigidamente certi protocolli imposti dall’alto, pena l’abiura e l’esclusione, così come la sanzione sociale. (Basta vedere, a tal proposito, come e quanto sono invecchiate male certe pratiche artistiche molto in voga, per dire, negli Anni Novanta).

La Biennale di Venezia e il cortocircuito cultura e società

E il cortocircuito è in definitiva quello che si vede in questi giorni, a Venezia per esempio. Il punto di convergenza – e di collasso -tra arte, politica, geopolitica, impegno, rappresentazione dell’impegno, autorappresentazione. Come abbiamo scritto più volte su queste pagine, ‘praticare il conflitto’ e ‘rappresentare il conflitto’ su una scena un palcoscenico una piazza, sono due cose molto diverse. L’una non ha quasi nulla a che vedere con l’altra.

Senza per ora addentrarci in dettagli, passaggi e sequenze di fatti – cosa che magari faremo tra qualche giorno, quando un po’ di polvere si sarà posata – possiamo intanto affermare che era abbastanza inevitabile che si giungesse a un punto simile. Un’arte asserragliata per un decennio dentro i suoi confini angusti, all’interno del proprio recinto privilegiato, in grado di trasformare persino le istanze più progressiste e ‘inclusive’ nell’ennesima ‘nicchia di mercato’ da sfruttare intensivamente (ma non è la stessa inclusione ormai pienamente riconoscibile come ciò che è sempre stata, vale a dire un meccanismo tra i più paternalistici, condiscendenti e in ultima analisi autoritari che si possano immaginare? Laddove vige infatti un’autentica condivisione, una relazione di tipo paritario, nessuno ha bisogno di essere “incluso”, cioè ammesso graziosamente, da qualcun altro inevitabilmente più potente e avvantaggiato.

Arte e inclusione sociale

Dunque l’inclusione, lungi dall’essere il sintomo di un riequilibrio, è ed è sempre stata il riflesso dell’accentuazione e dell’intensificazione dello squilibrio fondamentale…) non poteva in fondo che generare la definitiva scissione, secessione, dissociazione dalla realtà – definitivamente percepita e vissuta come “esterna” – e dunque esperire l’impegno, che sarebbe il coinvolgimento nelle vicende storiche politiche e sociali, come la firma in calce a una lettera aperta senza alcun effetto concreto e consequenziale, o come una dichiarazione d’intenti destinata a rimanere vuota.

L’effetto reale, però, è che nel rifugiarsi nella propria dimensione consolatoria di spettacolo “a posto”, “corretto”, “per bene”, l’arte sta forse rinunciando a se stessa: la separazione e l’alienazione, a ben guardare, non avvengono solo rispetto al mondo, ma alla propria identità – che consiste nella capacità autenticamente trasformativa.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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