“Come si cura una mostra sul genocidio?”: Faisal Saleh e la domanda palestinese che attraversa la Biennale di Venezia
Tra proteste, tensioni e manifestazioni, fino al 22 novembre a Palazzo Mora una mostra ufficiale degli Eventi Collaterali trasforma il tradizionale ricamo palestinese in un archivio visivo di Gaza e molti visitatori hanno già iniziato a identificarlo come “il vero Padiglione Palestinese” della Biennale Arte 2026
Mentre ai Giardini di Venezia si moltiplicano proteste, tensioni diplomatiche e scontri simbolici attorno alla Biennale Arte 2026, una delle mostre più destabilizzanti dell’intera manifestazione non appartiene a nessun padiglione nazionale ufficiale. Si trova ai margini del sistema espositivo principale, ma riesce probabilmente più di molte altre opere a mettere in crisi il rapporto tra immagine, politica e responsabilità morale.
La mostra, “ – – – – – – – – – “* *Gaza – No Words – See the Exhibit, è composta da cento opere realizzate attraverso il Tatreez, l’antica tecnica di ricamo palestinese tramandata per generazioni soprattutto dalle donne e storicamente legata agli abiti tradizionali, alla memoria familiare e alla dimensione domestica. Qui, però, quel linguaggio cambia completamente funzione. Non serve più a decorare. Serve a testimoniare.

La tragedia di Gaza nelle opere ricamate alla Biennale di Venezia 2026
Le immagini ricamate ricostruiscono scene tratte principalmente dalle fotografie provenienti da Gaza negli ultimi due anni e mezzo: corpi avvolti nei sudari, bambini uccisi, madri che salutano i figli prima della sepoltura, ospedali bombardati, famiglie cancellate. La lentezza manuale del ricamo entra così in collisione con la brutalità delle immagini contemporanee, producendo uno dei contrasti visivi più forti incontrati finora alla Biennale.
Il progetto è curato da Faisal Saleh, artista e fondatore del Palestine Museum US, che ha coordinato il lavoro insieme a ricamatrici palestinesi trasformando il Tatreez in uno strumento di archivio politico e memoria collettiva. Molti visitatori hanno già iniziato a definirlo “il vero Padiglione Palestinese” della Biennale.
L’intervista al curatore del progetto palestinese alla Biennale 2026 Faisal Saleh
Molti visitatori escono dalla mostra profondamente colpiti. Lei stesso, durante questa conversazione, ha avuto difficoltà a raccontare alcune opere. Cosa significa convivere per mesi con queste immagini?
Lavoro su questo progetto da circa sedici mesi. Quando guardi continuamente questo materiale, inevitabilmente ti entra dentro. Ti consuma emotivamente. A volte, mentre provo a spiegare alcune immagini alle persone, non riesco nemmeno a completare il discorso. Ci sono opere qui dentro che è difficilissimo spiegare. Come fai a raccontare un padre che sta per seppellire la figlia e continua ad accarezzarle la treccia per l’ultima volta? Oppure una donna che tiene le mani delle sue due figlie morte e le bacia prima della sepoltura? È tutto devastante.
Lei sostiene che il problema non sia soltanto ciò che accade a Gaza, ma anche il modo in cui Gaza viene raccontata o rimossa dai media occidentali. Questa mostra nasce anche come contro-narrazione?
Assolutamente sì. L’arte arriva direttamente al cuore delle persone. Noi vogliamo mostrare ciò che è accaduto perché i media occidentali hanno rifiutato di raccontare Gaza nel modo corretto. Alcuni continuano ancora oggi a dire che non esiste ciò che noi consideriamo un genocidio. I palestinesi raramente hanno la possibilità di raccontare la propria storia. I giornalisti non possono entrare a Gaza e quelli che ci sono vengono uccisi. Molti grandi giornali internazionali non hanno nemmeno parlato di questa mostra.
Molti visitatori descrivono questa mostra come il vero Padiglione Palestinese della Biennale. È una definizione che accetta?
La vera domanda è un’altra: è giusto che la Biennale accetti soltanto padiglioni di Stati riconosciuti ufficialmente? Credo sia una regola ingiusta. Esistono popoli che hanno diritto a essere rappresentati anche senza un riconoscimento formale. La Biennale dovrebbe ripensare i propri criteri. Artisticamente parlando, questa è praticamente l’unica mostra della Biennale che affronta direttamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza.
In questi giorni di proteste e azioni pro-palestinesi diffuse a Venezia, vi siete sentiti sostenuti dalla rete di iniziative artistiche e attiviste che ruota attorno alla Biennale?
Non particolarmente. Per esempio, io non sono stato coinvolto da ANGA, Art Not Genocide Alliance. Non hanno permesso a persone come me di partecipare all’organizzazione. Ho parlato con alcune persone e mi avevano detto che mi avrebbero ricontattato, ma non ho più ricevuto risposta. Ancora oggi non so esattamente chi ci sia dietro quell’organizzazione. Sono soprattutto curatori, artisti e persone che lavorano all’interno del sistema della Biennale. Trovo difficile capire perché voci palestinesi come la nostra siano state escluse da quel processo.
Perché secondo lei il sistema dell’arte contemporanea evita così tanto questo tema?
Perché nessuno vuole confrontarsi davvero con la parola genocidio.
Per la prima volta il Tatreez viene utilizzato in modo così esplicitamente politico. Perché era importante trasformare questo linguaggio?
In passato il Tatreez veniva utilizzato soprattutto per abiti o oggetti domestici. Qui invece lo abbiamo trasformato in un modo per raccontare la storia palestinese e costruire una memoria collettiva. È la prima volta che viene usato in questo contesto politico e documentario”.
Lei stesso ha pronunciato questa frase durante la conversazione: “How do you curate a genocide?”. Che cosa significa trovarsi nella posizione di dover curare artisticamente un trauma ancora in corso?
Per me è stata la questione più difficile da affrontare. Noi siamo una grande istituzione artistica palestinese e sentivamo di avere una responsabilità verso la Palestina. Ma non esiste un manuale che spieghi come si cura un genocidio. Curare normalmente significa organizzare idee, costruire relazioni tra opere, sviluppare un tema. Qui invece bisognava capire come affrontare qualcosa di enorme, qualcosa che sta ancora accadendo. Alla fine, abbiamo trovato un linguaggio attraverso il Tatreez. Volevamo che queste opere costringessero il mondo a guardare ciò che ha permesso accadesse a Gaza. E volevamo che diventassero una richiesta di responsabilità e di giustizia.
Questa collezione resterà un archivio permanente?
Sì. Verrà preservata per sempre come testimonianza storica e prova di ciò che è accaduto. Stiamo anche valutando la creazione di un Gaza Genocide Museum negli Stati Uniti. Vogliamo che le future generazioni possano studiare queste opere e comprendere ciò che è successo.
Il limite morale dell’arte contemporanea
Alla Biennale Arte 2026 molte opere parlano di conflitto, trauma, identità e memoria. Ma poche riescono davvero a mettere in crisi il rapporto tra estetica e responsabilità morale quanto questo progetto curato da Faisal Saleh. Perché la domanda lasciata aperta dalla mostra non riguarda soltanto Gaza. Riguarda il limite stesso dell’arte contemporanea: capire fino a che punto sia ancora capace di guardare la violenza senza neutralizzarla attraverso il linguaggio, la distanza o la trasformazione del trauma in immagine.
Antonino La Vela
Venezia // Fino al 22 novembre 2026
“ – – – – – – – – – “* *Gaza – No Words – See the Exhibit
PALAZZO MORA, European Cultural Centre Italy, Strada Nova, 3659
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