Il linguaggio oltre l’umano nel sorprendente Padiglione Polonia alla Biennale di Venezia 2026. L’intervista

Tra lingua dei segni, balene e corpi immersi nell’acqua, il Padiglione Polonia alla Biennale Arte 2026 costruisce uno dei progetti più intensi e destabilizzanti di questa edizione. Gli artisti Bogna Burska e Daniel Kotowski insieme alle curatrici Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko ci raccontano come hanno messo in crisi l’idea occidentale di comunicazione

Nel Padiglione Polonia non succede quasi nulla di spettacolare. Nessuna immagine monumentale, nessun impatto immediato, nessuna frase pensata per diventare slogan della Biennale. Eppure, Liquid Tongues è uno di quei progetti che continuano a lavorare dentro lo spettatore anche dopo l’uscita. L’opera di Bogna Burska e Daniel Kotowski, curata da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko insieme al collettivo Choir in Motion, trasforma lentamente il linguaggio in qualcosa di instabile, quasi fisico. La voce perde centralità, il silenzio diventa presenza, il corpo smette di accompagnare la comunicazione e inizia a sostituirla. Tra lingua dei segni, immersioni subacquee, coreografie e canti di balene, Liquid Tongues non costruisce semplicemente un discorso sull’inclusione. Fa qualcosa di più radicale: mette in dubbio l’idea stessa che il linguaggio umano sia il centro assoluto della comprensione del mondo.

Team del Liquid Tongues project (da destra Ewa Chomicka, Bogna Burska, Daniel Kotowski, Jolanta Woszczenko), foto di Jacopo Salvi (altomare) / Zacheta Archive
Team del Liquid Tongues project (da destra Ewa Chomicka, Bogna Burska, Daniel Kotowski, Jolanta Woszczenko), foto di Jacopo Salvi (altomare) / Zacheta Archive

Intervista agli artisti Daniel Kotowski, Bogna Burska e alla curatrice Ewa Chomicka

Il vostro lavoro mette in crisi l’idea che la comunicazione debba essere principalmente vocale. Quanto di ciò che la società considera “comunicazione normale” è in realtà un sistema di esclusione?
Daniel Kotowski: La società considera la voce come il modello dominante della comunicazione. Tutto ciò che esce da questo sistema viene percepito come deviazione o mancanza. Per me era importante mostrare che esistono molteplici forme di linguaggio e che nessuna dovrebbe essere considerata inferiore. La lingua dei segni, il gesto, il movimento, il silenzio stesso possono creare relazioni profonde tanto quanto la parola parlata.

Nel padiglione il silenzio sembra quasi fisico. Pensa che oggi il silenzio possa ancora resistere al potere oppure tutto è già diventato rumore e contenuto?
DK: Oggi il silenzio è quasi rivoluzionario. Viviamo dentro un sistema che produce continuamente contenuti, immagini, opinioni. Il silenzio crea invece uno spazio dove il corpo e la percezione possono emergere senza essere immediatamente trasformati in informazione. Per me non è assenza. È un’altra forma di presenza.

Il padiglione esplora forme di comunicazione oltre il linguaggio umano attraverso le balene. Sono una metafora oppure un reale interesse verso forme di intelligenza che gli esseri umani non comprendono completamente?
DK: Non volevamo usare le balene come simbolo romantico. Ci interessa realmente il fatto che esistano sistemi di comunicazione che gli esseri umani non riescono ancora a comprendere pienamente. Questo mette in discussione l’idea che il linguaggio umano sia il centro assoluto dell’intelligenza.

Nel padiglione, i canti delle balene sembrano attraversare lo spazio come una presenza estranea e quasi inquieta. Non funzionano come decorazione poetica, ma come elemento destabilizzante. Come se Liquid Tongues suggerisse continuamente che il linguaggio umano forse non rappresenti il punto più evoluto della comunicazione terrestre.

Molti progetti della Biennale oggi parlano di vulnerabilità e inclusione. Come si evita che questi temi diventino semplicemente estetica istituzionale?
Bogna Burska: Il rischio esiste sempre. Oggi l’inclusione può facilmente diventare una superficie estetica rassicurante. Per questo non volevamo costruire un progetto illustrativo o didascalico. L’incomprensione e la difficoltà fanno parte dell’esperienza.

Il suo lavoro trasforma spesso il corpo in uno spazio politico. Oggi il corpo è ancora capace di resistenza o è stato completamente assorbito dalla cultura della performance e dei media?
BB: Penso che il corpo resti uno degli ultimi spazi che non possono essere totalmente controllati. Anche dentro sistemi molto mediatizzati, il corpo continua a conservare fragilità, errore, lentezza. Ed è proprio questa vulnerabilità che mantiene ancora una possibilità di resistenza.

Nel padiglione c’è una costante sensazione di traduzione incompleta. Pensa che la società contemporanea stia perdendo la capacità di comprendere davvero l’esperienza degli altri?
BB: Comunichiamo continuamente, ma questo non significa necessariamente capire gli altri. Volevamo creare uno spazio in cui fosse possibile percepire anche il limite della traduzione. Alcune esperienze non possono essere completamente trasferite da una persona all’altra senza perdere qualcosa.

Ed è probabilmente proprio qui che il Padiglione Polonia trova la propria forza. Nulla viene mai completamente tradotto, spiegato o stabilizzato. Il visitatore resta continuamente dentro una zona di slittamento percettivo, dove il linguaggio smette di essere uno strumento di controllo e torna a essere fragilità, corpo e relazione.

Il linguaggio oltre l’umano nel sorprendente Padiglione Polonia alla Biennale di Venezia 2026. L’intervista
Liquid Tongues installation view, foto di Jacopo Salvi (altomare) / Zacheta Archive

La Biennale di quest’anno parla di “minor keys”. In che modo il Padiglione Polonia interpreta questa idea politicamente e non soltanto poeticamente?
Ewa Chomicka: Per noi minor keys non significa semplicemente rappresentare delle minoranze. Significa mettere in discussione quali sistemi percettivi e comunicativi vengono considerati centrali dalla cultura dominante.

Oggi molte istituzioni dichiarano di voler amplificare le voci marginalizzate. Come si evita che l’inclusione stessa diventi una performance culturale?
EC: È una questione molto delicata. Credo che il rischio esista continuamente. Per questo abbiamo cercato di evitare un approccio moralistico o celebrativo. Non volevamo dire al pubblico cosa pensare. Ci interessava piuttosto creare una situazione in cui le persone fossero costrette a confrontarsi con i propri limiti comunicativi.

Il padiglione crea un ambiente sensoriale instabile dove la comunicazione continuamente sfugge. Era importante disorientare il pubblico più che informarlo?
EC: Sì, assolutamente. Oggi siamo abituati a ricevere informazioni immediate e perfettamente tradotte. Ma l’esperienza artistica non deve necessariamente funzionare in questo modo. Volevamo creare uno spazio dove il significato non fosse mai completamente stabile.

In un momento storico segnato da guerra, polarizzazione e comunicazione algoritmica, pensa che l’umanità stia perdendo la capacità di ascoltare?
EC: Penso che stiamo perdendo soprattutto la capacità di accettare la complessità dell’ascolto. Esiste una pressione continua verso la semplificazione e la traduzione immediata. Ma alcune esperienze richiedono lentezza, attenzione e persino la possibilità di non comprendere tutto.

In questi giorni molti artisti e padiglioni stanno prendendo posizione sul conflitto a Gaza. Anche il Padiglione Polonia ha aderito ad ANGA, partecipando venerdì 8 maggio alla protesta con la chiusura del padiglione alle 16. Quanto è importante oggi per un’istituzione culturale prendere posizione pubblicamente?
EC: Pensiamo che oggi non sia più possibile separare completamente il contesto politico dalla pratica culturale. Partecipare ad ANGA e chiudere simbolicamente il padiglione è stato un gesto di solidarietà e responsabilità. Non volevamo trasformarlo in spettacolo o slogan, ma riconoscere che esistono momenti storici in cui anche le istituzioni culturali devono interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.

La complessità irrisolta

Alla fine di Liquid Tongues resta soprattutto una sensazione molto rara in questa Biennale: quella di trovarsi davanti a un’opera che non cerca di semplificare il mondo, ma di renderlo improvvisamente più complesso.
E forse è proprio questa complessità irrisolta, fragile e profondamente umana, la cosa che continua a risuonare anche dopo essere usciti dal padiglione.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Liquid Tongues – 61° Biennale d’Arte di Venezia
PADIGLIONE POLONIA – Giardini della Biennale
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