Intervista all’artista dell’ammaliante Padiglione Nuova Zelanda alla Biennale Arte 2026

Con “Taharaki Skyside”, Fiona Pardington rappresenta la Nuova Zelanda alla Biennale Arte 2026: un progetto all’Istituto di Santa Maria della Pietà cui si accede tramite un campo sportivo che mette in relazione fotografia, cultura Māori, ecologia, lutto e immaginario dantesco

Conversare con Fiona Pardington (Devonport, 1961) significa entrare in una pratica artistica che unisce precisione, memoria e intensità simbolica senza mai cercare effetti facili. Il tono è aperto, quasi confidenziale, ma il lavoro rivela una ricerca costruita negli anni, capace di tenere insieme fotografia, cultura Māori, storia naturale e dimensione spirituale. Il progetto con cui rappresenta la Nuova Zelanda alla Biennale Arte 2026 nasce proprio da questo equilibrio: un metodo rigoroso che trasforma l’immagine in relazione, memoria e testimonianza. Nel lavoro di Fiona Pardington, la Biennale non diventa il luogo di una dichiarazione nazionale enfatica, ma l’occasione per proporre un’altra idea di immagine: più lenta, più stratificata, più vicina ai temi della perdita, della memoria e della trasformazione. In questo senso il Padiglione della Nuova Zelanda assume un rilievo particolare. Non punta sull’effetto immediato, ma su un’esperienza in cui storia naturale, cultura Māori e memoria coloniale entrano in relazione. È qui che il lavoro di Pardington trova la sua forza più specifica.

Fiona Pardington, 2024, Aigantighe Art Gallery. Credits: AIMAN AMERUL MUNER / Timaru Herald
Fiona Pardington, 2024, Aigantighe Art Gallery. Credits: AIMAN AMERUL MUNER / Timaru Herald

Intervista all’artista Fiona Pardington

Come è arrivato l’invito per la Biennale?
È stata una sorpresa assoluta. In passato la Nuova Zelanda, in alcuni casi, chiedeva agli artisti di candidarsi, ma questa volta, dopo un periodo di assenza da Venezia, è stato adottato un modello diverso, costruito insieme a una galleria partner e alla Christchurch Art Gallery. Avevano visto una mia mostra precedente, Te taha o te rangi, che in te reo Māori significa “l’orizzonte” o “il bordo del cielo”. Era un progetto legato anche alla cultura museale in Nuova Zelanda, un ambito in cui il mio lavoro entra spesso, anche nei suoi spazi meno visibili. Hanno visto quella mostra, poi presentata anche ad Auckland e in Australia, e da lì hanno deciso di lavorare con me. Io ero semplicemente a casa, stavo portando fuori il cane, sono rientrata e ho ricevuto la telefonata del mio gallerista. Non me l’aspettavo davvero.

Che esperienza trova il pubblico entrando nel Padiglione della Nuova Zelanda a Venezia?
Spero che il pubblico possa vivere un’esperienza quasi spirituale. Ci sono il suono e uno spazio molto avvolgente, quasi uterino. Gli uccelli dipinti sembreranno affiorare dalle pareti come apparizioni. Non sono soltanto uccelli: sono messaggeri, presenze in transito, capaci di trasmettere qualcosa e al tempo stesso di accoglierlo. Il lavoro è profondamente radicato nella cultura Ngāi Tahu, ma riguarda anche l’ecologia e l’estinzione. Mi misuro con questi temi da decenni, molto prima che diventassero centrali nel mondo dell’arte. Spero che il pubblico colga bellezza, spiritualità, lutto e relazione tra mondi diversi.

Uno dei nuclei più forti del progetto riguarda il takahe. Che storia porta con sé questo esemplare?
Quell’uccello fu ucciso nel 1851 nel Fiordland e portato al British Museum, dove venne impagliato. Chiunque fosse il tassidermista, fece un lavoro straordinario, soprattutto considerando che non aveva mai visto un takahe prima di allora. Si trattava infatti del secondo esemplare mai raccolto. È un subadulto, quindi un individuo giovane, e dopo più di un secolo è tornato in Nuova Zelanda. Oggi si trova al Te Papa. Fotografarlo è stata un’esperienza straordinaria. Aveva una presenza fortissima, un vero carisma. Per molto tempo si è creduto che il takahe fosse estinto, fino alla sua riscoperta nel Fiordland negli Anni Quaranta, e oggi la specie è tornata a crescere. I colori della mia fotografia non coincidono esattamente con quelli dell’esemplare così come appare oggi. Li ho rielaborati studiando gli uccelli vivi, per restituire almeno in parte quella vitalità cromatica che il tempo tende a cancellare, perché dopo molti decenni gli esemplari museali diventano secchi, polverosi, impoveriti. Posso aggiungere piume, ammorbidire la loro presenza visiva, riparare gli occhi. Per me, però, non si tratta soltanto di una specie. Sto fotografando un individuo, quasi una persona, e in fondo anche la sua storia.

Fiona Pardington, Taharaki Skyside, 61° Biennale d'Arte di Venezia
Fiona Pardington, Taharaki Skyside, 61° Biennale d’Arte di Venezia

Il Padiglione Nuova Zelanda alla Biennale di Venezia 2026

Nel progetto entra anche una forte componente cerimoniale e sonora legata alla cultura Māori. Quanto conta per te?
Moltissimo. I miei familiari Māori sono venuti a Venezia. Mia cugina Hana O’Regan ha scritto per il libro e ha composto appositamente per il progetto karakia e waiata, cioè invocazioni rituali e canti tradizionali. Abbiamo anche registrato strumenti musicali Māori, che entrano nell’esposizione come parte integrante dell’esperienza sonora. Abbiamo pensato inoltre a performance, canto e una presenza cerimoniale reale. Per me è un aspetto molto toccante: quando sento cantare, mi commuovo sempre. Nella nostra cultura il modo in cui si accolgono i visitatori ha un significato profondo. Per questo la dimensione cerimoniale non è secondaria: è una parte essenziale del progetto.

Da italiano, mi ha colpito il riferimento a Dante e all’emisfero australe. Come è nato?
Due persone sono state particolarmente importanti nello sviluppo di questa dimensione del lavoro. Una è mio fratello, che mi ha aiutata a lavorare sul colore. L’altra è il mio amico Andrew Paul Wood, che scrive del mio lavoro da anni. Siamo rimasti affascinati dal Purgatorio di Dante, in particolare dal Canto I, dove descrive il cielo dell’emisfero australe e quelle quattro stelle invisibili dal nord. Per noi, in Aotearoa, quel passaggio richiama inevitabilmente la Croce del Sud. Andrew ha scritto per il libro un saggio dedicato a questo tema. Ci interessavano anche i disegni di William Blake che immaginavano quella costellazione. Tutto questo ha cominciato a intrecciarsi. Per me Dante è una figura verso cui sento un rispetto profondo. Arrivo in Italia, a Venezia, come visitatrice, e desideravo rendergli omaggio con rispetto. Era un modo per dire agli italiani: entro nel vostro mondo con ammirazione, e porto con me anche i miei uccelli, come visitatori. Nella cultura Māori i manuhiri, cioè gli ospiti, hanno un’importanza profonda. Il riferimento a Dante è stato per me un modo di onorare questa relazione.

Ti definisci fotografa, ma nel tuo lavoro c’è chiaramente una dimensione artistica più ampia. Oggi come vivi questa posizione nel contesto neozelandese?
Sono una fotografa, ma sono anche un’artista. Quando studiavo negli Anni Ottanta, decidere di essere una fotografa e insieme un’artista equivaleva quasi a firmare la mia condanna a morte. Nella scuola d’arte, chi lavorava con la fotografia veniva spesso trattato come un pittore fallito o uno scultore fallito. In realtà non ci era davvero concesso definirci artisti. Però avevo accesso a una biblioteca straordinaria, piena di grandi libri sulla fotografia, e amavo sia la storia della fotografia sia la pittura. Ho sempre sentito che la fotografia sarebbe diventata qualcosa di diverso da ciò che era allora in Nuova Zelanda. Mi sono formata come fotografa analogica, ed è lì che affondano le mie radici professionali, ma concettualmente penso come un’artista. Il mio lavoro nasce da una ricerca profonda e da una materia complessa. Quindi sì, mi considero assolutamente un’artista che lavora attraverso la fotografia.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Taharaki Skyside – 61° Biennale d’Arte
ISTITUTO PROVINCIALE PER L’INFANZIA SANTA MARIA DELLA PIETÀ – Riva degli Schiavoni, Castello, 3702
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