La mostra collettiva dei borsisti di Villa Medici a Roma anche nel 2020

Come ogni anno Villa Medici veste i suoi spazi con i lavori di artisti e ricercatori in residenza. Con “Dans le tourbillon du tout-monde” si passa dalle arti visive alla storia dell’arte, dall’architettura alla musica, seguendo poi per il cinema, la letteratura e la moda, sotto la guida curatoriale di Lorenzo Romito.

Roma risulta deserta rispetto agli standard a cui siamo abituati, situazione che si ritrova anche nelle altre città d’arte disseminate nel Bel Paese. Ancor più inusuale è l’atmosfera di pace e tranquillità che incornicia Viale di Trinità dei Monti dove si staglia, imponente, Villa Medici. Sebbene la pandemia abbia cambiato l’aspetto della Capitale, alcuni appuntamenti annuali si sono concretizzati – seppur con qualche incertezza. Fra questi c’è la mostra collettiva che raccoglie le opere dei pensionnaires in residenza all’Accademia di Francia.
Il titolo Dans le tourbillon du tout-monde racchiude gli effetti di un periodo di stravolgimento. “Una circostanza dalla quale non è possibile sottrarci, di cui tutto, anche questa esposizione, diventa conseguenza”. Così si esprime il curatore Lorenzo Romito. “Una mostra che viene determinata dall’imprevisto, che tenta di accoglierlo, di condividerlo, sottraendosi dal giudicarlo e da prevederne le conseguenze”. Quella stessa accidentalità trova concretezza negli interventi sparsi firmati dal borsista Benjamin Crotty che, tra il figurativo e il letterale, unisce le diverse discipline.

LA MOSTRA E GLI ARTISTI A VILLA MEDICI

Gli ampi spazi della Villa diventano un contenitore vivace di idee dando respiro all’ampia rosa delle discipline e sensibilità dei borsisti. La moda vede la firma della fashion designer Jeanne Vicerial con Quarantaine Vestimentaire. L’artista ha creato un report giornaliero, dapprima a suon di selfie sulla piattaforma Instagram, animati da elementi naturali capaci di far evadere il pensiero durante l’isolamento. Busti floreali, abiti e telai danno lustro alla ricerca della designer che, nelle settimane del lockdown, ha collaborato con la fotografa Leslie Moquin.
Le particolari geometrie tessili provenienti dalle calde terre del Congo sono invece oggetto di studio del curatore, fotografo e artista visivo Sammy Baloji. Se il progetto del borsista in un primo momento stava percorrendo la strada della catalogazione ‒ sulla base di un’indagine storico-artistica ‒, questa ha poi deviato verso la pittura, creando un susseguirsi di tele dai reticolati netti in un basico contrasto in bianco e nero. Gli spazi della Villa interagiscono con i lavori, come accade a Fanny Taillandier e alla sua opera esposta nella cisterna buia. Un susseguirsi di pensieri e riflessioni, su e per la città, si illuminano in un continuo loop con in sottofondo la colonna sonora del film Scipione l’Africano, datato 1937.

Mikel Urquiza, Il quotidiano, 2020. 49 giornali, 700 cm di spago sisal, 3kg di rigatoni, 7 occhielli

Mikel Urquiza, Il quotidiano, 2020. 49 giornali, 700 cm di spago sisal, 3kg di rigatoni, 7 occhielli

Con gli architetti Frédérique Barchelard e Flavien Menu i confini domestici si adattano alle problematiche ambientali e sociali contemporanee. I modellini in scala sono accompagnati da una serie di istantanee quotidiane che dall’obiettivo passano alla pittura, rappresentando una routine fatta di momenti effimeri che si rinnovano continuamente. La scalinata che porta nel cuore del Palazzo è allestita coraggiosamente al contrario. Si sale leggendo le avventure intraprese dai due personaggi nati dalla mente del disegnatore François Olislaeger. Una volta giunti in cima, e voltandosi all’indietro, un’infilata di grandi tele svela una natura indomita e selvaggiamente bella, passando dai toni freddi del cielo e arrivando alle cromie calde della terra.

MUSICA, QUOTIDIANITÀ E STORIA

La musica, invece, si sprigiona con toni quasi ipnotici dall’opera Métallophone prodotta dal compositore Basien David. Una struttura circolare che si apre e gioca con l’architettura, in particolare con le scale a chiocciola poste nel punto di fuga del lungo corridoio nella quale è esposta. Lo scrittore Mathieu Larnaudie racconta stralci del suo libro in una sala cinematografica in penombra, metafora di un luogo che si sdogana dalla visione per diventare uno spazio di narrazione. La pesantezza delle notizie impresse sui quotidiani diventano leggiadre e morbide, volteggiando e risuonando al lieve soffio d’aria, come nelle colonne mobili del compositore Mikel Urquiza, in dialogo con il lavoro della storica dell’arte Sara Vitacca: la storia dei borsisti del 1837, confinati anche loro nella Villa a causa del dilagare del colera, emerge grazie a un corpus di lettere di grande carica emotiva.
L’itinerario prosegue con i disegni a luci rosse realizzati dai partecipanti al laboratorio condotto da Pauline Curnier Jardin con una comunità di prostitute, e con una serie di vedute dalle cromie accese e scintillanti di Villa Medici firmate da Louise Sartor. Infine, nell’attesa di una nuova era, il gesto simbolico di preghiera – sinonimo di speranza ‒ si concretizza nella Pietà di Sebastiano del Piombo, scelta dalla borsista Valentina Hristova, che la adatta ai nostri giorni.

Mathieu Larnaudie, Trash Vortex. Il brano è tratto dal romanzo Trash Vortex in fase di stesura, 2020

Mathieu Larnaudie, Trash Vortex. Il brano è tratto dal romanzo Trash Vortex in fase di stesura, 2020

IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA A ROMA

Temi come l’immigrazione e l’accoglienza si fanno ancor più vivi oggi, soprattutto con l’opera del fotogiornalista Samuel Gratacap. Con lui, e il suo obiettivo, lo sguardo si apre verso quelle realtà scomode che non sempre possono essere rivelate. Sensibilità, empatia e riflessione emergono dalle immagini e dai frame in cui un ragazzo immigrato corre incessantemente verso un mondo migliore a lui sconosciuto. Al tema dell’emigrazione non si può non associare un altro importante elemento: l’accoglienza, appunto. Argomento estremamente delicato e, molte volte, manipolato non per nobili scopi, creando squilibri sociali, culturali e politici. Cosa fare allora per gettare le basi di una società migliore? Tenta di dare una risposta Sébastien Thiéry, il quale dichiara che l’atto di ospitalità dovrebbe essere inserito nella Lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità che necessita di una salvaguardia urgente conformemente alla Convenzione UNESCO del 2003. La sua opera è una lettera esplicativa indirizzata agli abitanti dello Spin Time di Roma, nell’ottica di una collaborazione partecipativa per raccogliere le immagini di luoghi, gesti, persone, movimenti, oggetti, storie e relazioni che possano rappresentare l’esperienza dell’ospitalità all’interno dello Spin Time.
Le immagini saranno la rappresentazione dell’atto, un’opera capace di creare nuovi mondi in futuro. “Riporteremo infine questa collezione di immagini a Spin Time dove, spero sotto l’egida dell’UNESCO, potremo riconoscere questo incredibile luogo, che abitate dal 2013, come ‘Museo di fatto dell’atto di ospitalità’ e come uno degli edifici più spettacolari della Roma del XXI secolo”, chiarisce l’artista.

‒ Valentina Muzi

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Valentina Muzi

Valentina Muzi

Valentina Muzi (Roma, 1991) è diplomata in lingue presso il liceo G.V. Catullo, matura esperienze all’estero e si specializza in lingua francese e spagnola con corsi di approfondimento DELF e DELE. La passione per l’arte l’ha portata a iscriversi alla…

Scopri di più