A Torino la nuova galleria Ciaccia Levi apre in un attico parlando della domesticità delle opere d’arte. La recensione
Nell’edificio noto come Bottega d'Erasmo di Gabetti e Isola, la galleria parigina inaugura la nuova sede italiana con “Bonheur du jour”, mostra collettiva dei suoi artisti allestita fra cucina, camere e terrazze. Su appuntamento, fino al 24 ottobre 2026
Si arriva con la Mole alle spalle e un citofono davanti. Sul citofono compare il nome della galleria tra quelli degli inquilini, e per un momento si esita. Al sesto piano si apre una porta. Nessuna vetrina, desk o assistenti. La prima cosa che si vede è un uomo in camicia bianca che affiora da un verde liquido. Autoritratto su menta (con camicia bianca) di Francesco Gennari (Fano, 1973), stampa in cui l’artista si specchia in uno sciroppo e ne esce con il volto sciolto, tappa di una ricerca che dal 1995 insegue l’autoritratto come misura interiore.
Siamo nell’attico della Bottega d’Erasmo, l’edificio che Roberto Gabetti e Aimaro Isola costruirono fra il 1953 e il 1956 su un lotto svuotato dai bombardamenti, nella nuova sede torinese di Ciaccia Levi. Galleria fondata a Parigi nel 2013 da Nerina Ciaccia e Antoine Levi che dopo la chiusura dello spazio milanese di via Rossini, conservando la base francese, in Italia sceglie una casa, visitabile su appuntamento, a Torino. Bonheur du jour, la mostra inaugurale, prende il nome dallo scrittoio da salotto del Settecento, mobile pensato per scrivere e raccogliersi. Senza curatore, né testo, la collettiva riunisce quindici artisti del programma e lascia al titolo l’unica dichiarazione d’intenti.

La luce domestica nella mostra di Ciaccia Levi a Torino
Il white cube lavora per sottrazione. L’opera resta identica dalle undici alle diciassette, autonoma, liberata dal contesto, tautologica. Una casa è illuminata per viverci. La luce cambia con l’ora e il cielo, la sera si accendono le lampade. Il significante scivola. Quello che in galleria appariva chiuso dentro il perimetro della tela include qui il marmo, il legno degli infissi e l’opera smette di enunciare per rispondere. Lo si misura su Round and round di Garance Früh (Strasburgo, 1992), appesa a parete come un piccolo trofeo. Una scarpa aperta, la stecca di un busto che la scavalca ad arco, un uovo da rammendo in legno incastrato nella cavità. Früh smonta gli oggetti che modellano il corpo femminile e li rimonta in forme sospese tra il nido e la gabbia, il cui volume vive di scavo e curva. Con il sole l’ombra scende netta e la cavità si fa profonda, in un pomeriggio grigio il rilievo si appiattisce fino a sembrare un disegno. Sotto un faretto puntato, la stessa scultura avrebbe una forma sola per sette settimane.

Lisetta Carmi e Kenny Dunkan nella zona giorno della nuova sede di Ciaccia Levi
Nella zona giorno una stampa dai Travestiti di Lisetta Carmi (Genova, 1924 – Cisternino, 2022) porta la ricerca condotta nel Ghetto genovese fra il 1965 e il 1970. Due figure in una camera, carta da parati a fiori, una gamba che sfiora il bordo del letto. Interno domestico dentro interno domestico, e la coincidenza sfiora la tautologia finché non si ricorda come quelle immagini sono nate. Carmi frequentò quelle stanze per anni prima di fotografarle, e la fiducia è il materiale di ogni suo scatto. Un attico poggia sulla stessa premessa. Poco oltre, Higher Frequencies di Kenny Dunkan (Guadalupa, 1988) allinea due stampe in cornice di noce, l’artista inarcato sulla battigia, il corpo scuro contro la sabbia ocra, il mare a occupare la fascia alta. Dunkan mette in scena il proprio corpo nero attingendo al carnevale caraibico e alle sue inversioni di ruolo, e il salotto borghese torinese gli offre la parete meno neutra possibile.

Ovunque, e senza annuncio, i piccoli lavori di Zoe Williams (Londra, 1973). Panetti di burro fusi in bronzo con il solco del dito ancora dentro, una goccia nera che cola da un anello, due pugni in ceramica invetriata di un giallo da cucina Anni Sessanta. Appoggiati su mobili e mensole come cose lasciate lì da chi abita, si trovano con la coda dell’occhio, dopo che si è già guardato altro. Il metallo li tradisce appena, e per un attimo resta il dubbio che qualcuno abbia dimenticato la colazione sul tavolo.
Ibuki Inoue e Chalisée Naamani nella camera da letto della galleria
Sopra il letto stanno due tele di Ibuki Inoue (Giappone, 2002), il più giovane tra gli artisti in mostra, che ad aprile la galleria aveva portato a Paris Internationale Milano. In Vacances una donna con gli occhiali scuri pedala dentro un azzurro piatto, il pelo giallo della giacca scomposto come una fiamma. In Loophole un roseto notturno si apre su un vuoto nero, con il tetto di una casa che affiora tra i rami. Due fughe, una in pieno sole e una nel buio, e i cuscini bianchi sotto le tele fanno il resto. Nell’armadio, I Promised You di Chalisée Naamani (Parigi, 1995) appende alla barra una custodia porta-abiti in rete nera, dentro un vestito di lycra su cui un abbraccio neoclassico si sovrappone al selfie di una donna che si copre il volto con il telefono. Accanto, sulla rastrelliera, una cintura ripete You’ll grow into it. Naamani chiama i suoi lavori vêtements-images, abiti fatti per lo sguardo, e qui il vestito è tornato nell’unico posto in cui può stare. Chi guarda dentro l’armadio lo trova. Chi passa oltre, no.
Una genealogia torinese
In un angolo, sopra una sedia di cuoio e ferro, Srijon Chowdhury (Dacca, 1987) ha appeso My Good Ear, un orecchio alto un metro dipinto a olio su lino, la conca aperta su una piega di carne dove sembra annidarsi qualcosa. Viene dalla serie di organi di senso esposta al Frye Art Museum nel 2022, e in quell’angolo, con la sedia sotto, diventa un invito a sedersi e ascoltare la stanza. Nelle grandi gallerie di Chelsea la voce si abbassa da sola appena varcata la porta, come in chiesa, e nessuno lo ha chiesto. Qui si parla a volume pieno, ci si siede, si domanda ai galleristi da dove viene una stampa. La soglia si alza, l’appuntamento seleziona chi entra, e all’interno la distanza fra visitatore, opera e gallerista si accorcia fino a sparire. Ciaccia e Levi hanno indicato Margherita Stein fra i riferimenti del progetto, e il nome pesa in una città dove la galleria in appartamento precede di mezzo secolo la moda internazionale. Le fiere lavorano sul flusso, dieci minuti fra un appuntamento e l’altro. Un attico lavora sulla durata, sulla conversazione che si allunga mentre la luce si sposta sul pavimento. Si scende con lo stesso ascensore e sul pianerottolo resta una porta di casa indistinguibile dalle altre.
Riccardo Fattore
Torino // Fino al 24 ottobre 2026
Bonheur du jour. Amber Andrews, Lisetta Carmi, Alina Chaiderov, Srijon Chowdhury, Leonardo Devito, Romane de Watteville, Kenny Dunkan, Garance Früh, Francesco Gennari, Ibuki Inoue, Daniel Jacoby, Chalisée Naamani, Olve Sande, Sean Townley, Zoe Williams
GALLERIA CIACCIA LEVI, Via Gaudenzio Ferrari, 11 | Visita su appuntamento
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati