Lo Stretto tra Reggio Calabria e Messina è uno spazio filosofico. Riflessioni dalla Biennale tra le due sponde 

Tra Reggio Calabria e Messina il paesaggio non si lascia fissare in una veduta: si avvista, e si ascolta. Dal dialogo “Vista Stretto”, alla terza edizione della Biennale dedicata alle Mutazioni e in corso fino al 13 dicembre 2026, una riflessione di Antonio Spadaro sullo sguardo tra le due rive e un’idea per i due tralicci dismessi che le sorvegliano

Reggio non ha un panorama, e Messina nemmeno. Chi si affaccia sullo Stretto farebbe bene a dimenticare la parola: davanti non ha una cartolina. Le fotografie che scatto da queste rive mi lasciano sempre insoddisfatto, anche quando le condivido su Instagram. Non vengono bene, perché manca il dinamismo. Il modo proprio di vedere lo Stretto è l’avvistamento: l’oggetto è mobile, l’osservatore è in attesa del movimento. Il vero punto di osservazione è la barca del pescespada con la sua torre, dove non c’è mai una cartolina e c’è sempre un movimento.

Il Ponte sullo Stretto, tra Reggio e Messina e la Biennale

A cambiare lo sguardo provvede anche l’atmosfera. A volte la Fata Morgana fa vedere quello che non c’è, palazzi che non esistono: è l’aria a costruire il paesaggio dell’allucinazione. All’estremo opposto c’è la lupa, la nebbia impenetrabile dello Stretto. Allora il paesaggio diventa il suono delle navi che si chiamano; ci sono i radar, certo, ma è la sonorità a spezzare l’invisibilità. Il paesaggio suona. La realtà che sta di fronte può farsi illusione e può farsi impenetrabilità, e questo è già un problema filosofico prima che visivo.

Di questo ho parlato sabato 19 settembre sulla terrazza del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, nel dialogo Vista Stretto con la scrittrice e giornalista Anna Mallamo e l’architetto Luciano Marabello, dentro le giornate inaugurali della terza Biennale dello Stretto. La manifestazione, ideata da Alfonso Femia e diretta con Annalisa Metta e Salima Naji, prosegue fino al 13 dicembre sulle due sponde. Il tema è Mutazioni: città e territori letti come organismi viventi.

Un mare che vede l’altro

Lo Stretto è un caso esemplare. Più che un mare è un animale, che digrigna e schiuma quando si incontrano le correnti dello Ionio e del Tirreno. La mutazione lì è organica, biologica: a Capo Peloro, il punto in cui la Sicilia è più prossima alla Calabria, mi è capitato di trovarmi in acqua con il braccio sinistro caldo e il destro freddo; un’altra volta con i piedi freddi e il busto al caldo. Poi c’è lo scirocco, il vento per cui in casa ti dicono di chiudere le imposte perché di colpo cominciano a sbattere: all’ultimo Ferragosto in spiaggia tutto il mondo era in movimento. Mutare ha poco a che fare con il cambio dei dati a cui ci ha abituati il linguaggio degli algoritmi, on e off, uno e zero. Un essere vivente muta, e lo Stretto è un essere vivente.

Mi sono reso conto che il mio modo di vedere il mondo, di vivere le relazioni e perfino la trascendenza è stato determinato da questa geografia, e ne ho scritto in La Sicilia è un sentimento. Viaggio sul limite dello Stretto (Touring Club). Ho visto tramonti sul mare in tante parti del mondo, e ogni volta mi accorgo che quel mare non è il mio. Leopardi l’infinito se lo finge nel pensiero perché ha davanti una siepe e non vede niente. A me il senso dell’infinito lo dà la Calabria nel momento in cui la guardo dalla Sicilia. E viceversa, certo. Il mio è un mare che vede l’altro. Quando ne parlo, c’è chi riconosce la cosa a modo suo. Un giovane astronomo messinese mi ha detto che la stessa cosa la sente con la luna: guarda il cielo guardando la luna, che per lui è l’altro, l’altra costa; un amico appassionato di montagna, quando da una cima guarda la cima oltre la valle: di là c’è un altro. Uno sguardo altro che sta davanti e dà il senso dell’infinito. Una volta sono partito da Capo Peloro, dove Eraclito è di casa e tutto è perpetuo divenire, per Punta Secca, dall’altra parte della Sicilia, dove il sole tramonta sul mare. Sceso dall’auto ho sentito Parmenide avvicinarsi e dirmi: “Buongiorno, sono l’essere”. Ho avvertito sensibilmente la differenza tra la permanenza dell’essere e il divenire mosso.

Il bagno dall’altra riva

Il giorno prima dell’incontro alla Biennale, per la prima volta in vita mia, ho fatto il bagno dalla parte di Reggio, sulla spiaggia davanti alle colonne. Sono abituato a vedere lo Stretto da Messina, e soprattutto da Capo Peloro, dove di solito entro in acqua. Questo bagno ha significato tradurre lo Stretto dal messinese al reggino. La salinità è un’altra; mi sentivo accarezzato, come se l’acqua fosse setosa. E non c’erano le correnti opposte ma il moto unidirezionale dello Ionio. Ma, è lo stesso mare. Vedere la costa dall’altra costa dà un senso di grande vicinanza, e la parola per dirlo l’ha trovata Anna Mallamo, che le parole se le sogna di notte: affinità. C’è un fine, un confine, che però è “affine”. Ero nelle stesse acque e, nello stesso tempo, le traducevo dentro di me in un modo diverso.

Una proposta alla Biennale dello Stretto 2026

Le due rive hanno in comune un manufatto: ciascuna ha il suo pilone, i due tralicci dell’elettrodotto che un tempo scavalcava lo Stretto. Il pilone è la mutazione di un’infrastruttura, che ha cambiato completamente funzione perché non funziona più. E non funzionando più ha preso vita. È quello che l’intelligenza artificiale ci sta insegnando a rovescio: stiamo imparando a funzionare, ma più funzioniamo meno viviamo. Il pilone, invece, suona. Il metallo vibra, e vibrando risuona di tutto ciò che si può ascoltare sullo Stretto.
Da qui una proposta alla Biennale: che nasca un progetto capace di valorizzare i piloni per la loro capacità di ascoltare le sonorità dello Stretto. In un luogo dove la nebbia consegna il paesaggio all’udito, due strutture alte sull’acqua, una per sponda, possono diventare strumenti d’ascolto. Vale anche per chi ci abita: provare a essere piloni, affacciati, attenti ai rumori e ai suoni.

I mostri, tra Scilla e Cariddi

Poi ci sono i mostri. Reggio ha Scilla, il mostro dalle molte braccia che divora, con le sue storie terrificanti; dalla parte di Messina c’è Cariddi, un meraviglioso mostro di denti che risucchia: il gorgo. Mi rendo conto di avere bisogno di questi mostri, che fanno parte del mio desiderio, di volere qualcosa che frulli sotto lo sguardo. Un mare che allo sguardo si offra fermo e piatto non lo sopporto: ho bisogno che il gorgo faccia parte della mia anima. Tra le due sponde il rapporto è di reciprocità più che di complementarità: un mostro di qua, un altro di là, e la reciprocità tra le due mostruosità aiuta a comprendere la natura umana. Sono esperienze da vivere, e da cui lasciarsi trascinare.

L’ultimo luogo lo porto nelle vene, perché mia madre era catanese, e i reggini lo hanno nello sguardo, perché sta là di fronte: l’Etna. Io sono teso tra un gorgo e uno sgorgo, tra l’acqua che va giù e la lava che viene su. Tutte e due le dimensioni fanno appello alla profondità, quella che scende e quella che sale dal basso, e lasciano in secondo piano la visibilità orizzontale. Questa dimensione profonda ha un impatto sul modo di guardare la realtà: credo che l’intreccio tra gorgo e sgorgo plasmi la capacità di visione di chi vive qui. Nuotando davanti a Reggio, sulla mia sinistra, avevo il profilo dell’Etna.

Antonio Spadaro

Reggio Calabria, Messina // fino al 13 dicembre 2026
Biennale sullo Stretto: Mutazioni
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