Ritorno a Buenos Aires. Il nuovo film di Marco Bechis torna a fare i conti con la memoria

A ventisette anni da Garage Olimpo, il regista torna nell’Argentina dei desaparecidos con un film sulla colpa di essere sopravvissuti. Protagonista del film, in sala dal 17 settembre, è Adriano Giannini, in uno dei ruoli più intensi della sua carriera

Ci sono luoghi da cui si può andare via senza però riuscire davvero a lasciarli. Marco Bechis torna a Buenos Aires e lo fa, ancora una volta, attraverso il cinema. Sono passati ventisette anni da Garage Olimpo, il film con cui nel 1999 aveva affrontato la repressione della dittatura militare argentina, ma questa volta lo sguardo si sposta. Non più soltanto sulla violenza e sulle sue vittime, quanto su chi è rimasto. Su chi, molti anni dopo, deve ancora fare i conti con il fatto di essere sopravvissuto.

Marco Bechis di nuovo in Argentina con “Ritorno a Buenos Aires”

Ritorno a Buenos Aires, presentato in Concorso alla Mostra del Cinema e nelle sale dal 17 settembre, segue Mariano Guerra, medico italiano interpretato da Adriano Giannini. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, nel 2008 torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono e torturarono durante la dittatura. Insieme ad altri sopravvissuti aspetta il giorno della deposizione negli alloggi del Ministero della Giustizia. Un tempo sospeso in cui incontri, ricordi e testimonianze fanno riemergere ciò che per decenni è rimasto sottotraccia.

Bechis conosce quella storia in prima persona. Fu sequestrato durante la dittatura argentina e la memoria di quell’esperienza attraversa da sempre il suo cinema. Eppure Mariano non è Bechis. La scelta della finzione serve proprio a stabilire una distanza, a trovare uno spazio possibile tra esperienza individuale e memoria collettiva.

La frattura tra essere sopravvissuti e riuscire a raccontarlo

Perché il punto di Ritorno a Buenos Aires non è ricostruire gli Anni Settanta. È capire cosa ne resta oggi. E l’interrogativo si allarga inevitabilmente al presente. “Quanti sono i sopravvissuti a Gaza, in Ucraina o nei Paesi in conflitto dell’Africa? E quanti pochi riescono a diventare testimoni?”, si domanda il regista. Il film si muove dentro questa frattura: tra essere sopravvissuti e riuscire a raccontarlo. È una tensione che trova corpo soprattutto nell’interpretazione di Giannini. Il suo Mariano trattiene più di quanto mostri, attraversato da paura, vergogna e senso di colpa. Per costruirlo l’attore ha scelto di non affidarsi a un eccesso di documentazione. Determinante è stato invece accompagnare Bechis nei luoghi della sua detenzione. “A un certo punto mi sono accorto che non guardavo più il luogo: guardavo soltanto lui”, racconta Giannini. Gli occhi del regista sono diventati così la porta d’accesso al personaggio. Anche la regia procede per sottrazione. Silenzi, attese, volti e luoghi prendono il posto della ricostruzione spettacolare del trauma. Il passato non torna attraverso il flashback, ma rimane incastrato nei gesti del presente.

Un film intimo e politico

Prodotto da Fandango, 39 Films e Karta Film, con Rai Cinema e 34 Filmes, Ritorno a Buenos Aires riporta così Bechis nel territorio più intimo e insieme politico del suo cinema. Per ricordare che essere sopravvissuti non significa necessariamente essersi salvati. E che alcune storie, prima ancora di essere raccontate, chiedono a chi è rimasto di trovare il modo di poterle pronunciare.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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