Il prezzo di cambiare il destino. Il film “L’estranea” di Paolo Strippoli è in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia
Il film di Paolo Strippoli con Jasmine Trinca e Adriano Giannini si muove tra thriller psicologico e saga familiare
Il fato, il destino, il libero arbitrio. Quanta illusione colpisce chiunque abbia una forma di intelligenza, non certo artificiale, quella, si sa, calcola, fa previsioni, anticipa risposte, ma persino “lei” non controlla il destino. Ma noi umani, invece, pensiamo, ragioniamo, cerchiamo motivazioni, giustificazioni. Viviamo di subdoli presagi, ci convinciamo di avere il controllo e se poi ci si mettono di mezzo le emozioni, l’amore, la famiglia, allora non ci sono più confini all’onda di feroce allucinazione che ci può colpire. E questo accade alla protagonista di L’estranea di Paolo Strippoli (Piove, La valle dei sorrisi), in Concorso alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Una famiglia perfetta dentro una spirale di disastri nel film di Paolo Strippoli
Ma quanto di quello che succede è un’allucinazione e quanto è reale? Il film si muove proprio su questi due livelli, verità e inganno, realtà e fantasia, e lo fa con due ritmi, quello del thriller psicologico e quello della saga familiare. Due generi che si incastrano in un gioco di chiaroscuri, di luci e ombre che alla fine richiamano persino l’horror apocalittico tra mito e allegoria filosofica. La protagonista, Anna, è una madre presente, protettiva, affermata, interpretata da una leggera e prepotente, Jasmine Trinca. La sua è una famiglia perfetta, ha un marito, un “arrogante” e autoritario Adriano Giannini, ricco e di successo, un figlio vincente e atletico, una figlia bellissima e di talento. Vivono in una casa da sogno tra feste eleganti e cene felici in famiglia. E questa è una dimensione del film, la parte solare, piena di vita, musica, luce, colori. È il passato raccontato da Jasmine Trinca alla figlia, una tenebrosa e sofferente Romana Maggiora Vergano.
L’altra dimensione è il presente, quello pieno di oscurità, ombre e pioggia, anzi tempesta da fine del mondo, come se il mostro Cariddi si fosse improvvisamente risvegliato a Roma. Un richiamo alla morte incombente, alla follia, all’inconscio. Ed è in questa dimensione che Anna rivela alla figlia che in realtà tutta la sua vita è stata una bugia. Tutto quello che è capitato, è avvenuto per una sorta di patto mefistofelico con una donna, l’estranea del titolo, una perfetta, respingente, sarcastica Valeria Bruni Tedeschi.
Un circolo vizioso
Ogni tragico avvenimento è stato quindi causato al fine di evitare un’ulteriore e peggiore sciagura, che ha inevitabilmente portato ad altre richieste, ad altre catastrofi. Il peccato originale? Se vuoi che a tua figlia non venga amputata la gamba, sacrifica l’estetica di tuo figlio, che da bello e sportivo, diventerà grasso, brutto, goffo, e probabilmente verrà bullizzato. Una scelta non facile per chi dell’apparenza ne fa un sistema di vita, ma visto che solo così salverà la bambina, la scelta è facile. Ma non finisce qui, questa decisione innescherà una serie di altre svolte che racconteranno di depressione, fallimento, morte. Un circolo vizioso di sofferenze che scatenerà una coazione a ripetere di alternative, opzioni, decisioni per illuderci di poter cambiare il corso della storia, una vera e propria spirale di scelte. E la spirale è il simbolo del film, non solo un meccanismo della mente, ma anche un artificio estetico che torna in più momenti. È una liquirizia, una nuvola, un vortice nella terra, ed è anche l’architettura narrativa del film che conduce alla ineluttabilità del destino, un tortuoso percorso che riporta la protagonista al punto di partenza.
Il libero arbitrio è un’illusione
Anna è vita e morte, salvezza e condanna, è la sintesi del mito delle Moire. È colei che fila, dando inizio alla vita, è colei che misura, assegnando la durata della vita tra fortuna e successi ed è anche colei che recide, sancendo la fine della vita stessa. Vero o falso? Realtà o finzione? Sta a noi spettatori a stabilirlo, sino all’ultima immagine. Sta a noi credere o non credere, senza dimenticare, come affermano da Spinoza a Camus, che il libero arbitrio è un’illusione perché non possiamo controllare il destino, possiamo però scegliere come affrontarlo nella sua violenza, nel suo terrore, nella sua superficialità, nel suo dolore, nella sua malvagità. Però il male va affrontata, più che evitato, perché quando evitiamo, all’inizio provochiamo una sensazione di controllo, ma subito dopo rafforziamo la paura, riproponendo uno schema delirante e dannoso, una vera e propria spirale che, come nel film, ci fa regredire e mai avanzare. “Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano”, ma il male non si allontana con una filastrocca, come vorrebbe Anna, semmai lo si blocca per un po’, come una diga nel profondo dell’inconscio, fino a che un’alluvione di emozioni non rompe gli argini, e allora non resta che affrontare il male. Ma attenzione, se si aspetta troppo, l’unico rimedio potrebbe essere dell’altro male.
Barbara Frigerio
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