Si torna a scuola, ma il sistema educativo italiano è sempre più immobile e in crisi 

Lo dimostra “Tutti a squola”, film del 1979 che raccontava tutti i problemi della scuola italiana di allora, rimasti molto simili fino a oggi. E con questo amore per l’immobilismo, anche quest’anno si torna sui banchi

La campanella è suonata ancora una volta. La scuola riparte. Ma siamo sicuri che riparta? E dove sarebbe diretta? In questi anni l’istruzione scolastica italiana ha subito una profonda e continuativa (dis)torsione, non solo dovuta alle decisioni ministeriali o alle indicazioni politiche dei governi, ma anche e soprattutto per un “abbandono” alla buona volontà di un’intera categoria: quella degli insegnanti, che si sono dovuti, spesso e mal-volentieri, arrangiare, per poter affrontare uno dei mestieri più importanti, delicati e poco considerati della vita di una società “sana”. La scuola è la spina dorsale di un Paese. È il termometro della sua vitalità e competitività. Stiamo parlando delle fondamenta che devono reggere il futuro. Da lì passano intere generazioni e da lì dipende il futuro di tutti.

La crisi della scuola italiana raccontata al cinema

Siamo in una improbabile aula magna della scuola De Amicis di Roma. Il Preside sta cercando di riportare l’ordine mentre gli alunni inveiscono, fischiano e urlano per evitare che prenda la parola. Primo tentativo: “Signori!”. Niente, il frastuono cresce. “Compagni!”. Peggio di prima. “Fratelli!”. Ancora peggio. Il Preside spazientito urla a gran voce, truce in viso: “A FI’ DE NA MIGNOTTA!!!”. Silenzio immediato. Lui, il Preside, soddisfatto, ghigna: “Oh, alla fine siamo tutti italiani!. Questo è uno dei passaggi del film (che io considero un musical a tutti gli effetti) Tutti a squola di Pier Francesco Pingitore del 1979. Il nostro Preside, di cui sopra, è uno degli elementi più interessanti di questa pellicola che intercetta “dal basso”, con feroce cinismo e a tratti grottesca ilarità, il fenomeno scolastico italiano, facendo un ritratto impietoso della società dell’epoca, ma anche e soprattutto della stagnazione che ha mantenuto l’istituzione scolastica e in generale il nostro Paese in una condizione di crisi, di approssimazione e di mediocrità complessiva.

Tutti a Squola, Locandina, la crisi della scuola italiana
Tutti a Squola, La crisi della scuola italiana

I problemi dell’Italia si riflettono nel sistema scolastico

Dal piano culturale a quello politico, da quello sociale a quello religioso, l’istituzione scolastica e l’Italia di Tutti a squola sono esattamente la scuola e l’Italia di oggi. Si tratta di uno svelamento puntuale dei nostri difetti, limiti, delle pessime abitudini, delle storture del potere e delle profonde ferite di un’Italia che è destinata a rimanere in equilibrio precario tra una mammite costrittiva, un maschilismo infantile e violento, un’ignoranza d’andata e di ritorno e un drammatico debito culturale, troppo grave per essere colmato. Il Preside della De Amicis non ha perso la calma, lanciandosi in un’offesa generalizzata, quasi come un urlo liberatorio: ha semplicemente richiamato gli alunni a un’appartenenza silente, ma già condivisa. Ogni italiano alla fine della fiera ha qualcosa da nascondere, qualcosa di illecito da farsi perdonare (e/o condonare). Gli italiani sono considerati un popolo per lo più inaffidabile, cialtrone, furbo (almeno si credono tali), opportunista e, quindi, per farsi ascoltare, non basta il “Signori” (troppo generico e troppo ironico – Signori si nasce, e io, modestamente, lo nacqui), ma neppure “Compagni” (e de che? Di banco? Nel senso politico… ma che sei matto!) e nemmeno “Fratelli” (oggi magari avrebbe fatto breccia, ma al tempo ecumenico e anche qui ambiguo, oltre al fatto che tra fratelli in Italia si sa come va finire). Insomma, alla fine “figli de’ na mignotta” mette tutti d’accordo.

La rivoluzione della didattica tra film e realtà

Il primo elemento che il film di Pingitore mette in scena, con il gusto del grottesco, è il tentativo, sempre annunciato, sempre velleitario, di “rivoluzionare” la didattica. Il professor Bottini è ancorato a un programma scolastico risorgimentale e paternalistico, mentre l’istituto in cui approda vive nel caos di una contestazione permanente, dove ogni autorità viene formalmente rovesciata senza che nulla, nella sostanza, venga davvero ripensato. Il dirigente scolastico in tenuta militare in presidenza dietro il filo spinato; l’insegnante di religione alle prese con progetti di rock’n’roll; le “classi rovesciate” in cui le ragazze imparano ad usare la fresa e la saldatrice, mentre i maschietti ricamano e imparano a cucinare. Ovviamente siamo a paradossi che, però, non sono affatto distanti da tentativi maldestri e improvvisati di essere al passo con i tempi. È una dinamica che la scuola italiana ripete ancora oggi, sotto altre insegne: riforme annunciate come epocali, dai cicli alle competenze, dall’alternanza scuola-lavoro alla “didattica per progetti“. Riforme che si sovrappongono senza sedimentare, lasciando il corpo docente a orientarsi tra acronimi che cambiano più velocemente delle pratiche reali in classe. A dirla tutta, talvolta il fallimento di alcune di queste scelte imposte dall’alto è una benedizione per il sistema scolastico. La scuola contemporanea, stretta tra PNRR, digitalizzazione forzata, intelligenza artificiale “imposta” e un corpo docente sempre più anziano, sempre precario e sempre meno tutelato, non è troppo lontana dall’immagine del film: la rivoluzione dei programmi resta spesso un’operazione di facciata che non tocca il nucleo del problema, cioè cosa e come si insegna davvero dentro un’aula.

Tutti a Squola, Locandina, la crisi della scuola italiana
Tutti a Squola, La crisi della scuola italiana

Il rapporto tra scuola e società: dalla microcriminalità…

Il nucleo centrale del film, ossia il professor Bottini ricattato e costretto a fare da corriere della droga tra gli studenti, oggi suonerebbe come una iperbole grottesca, se non fosse che la cronaca degli ultimi anni ha restituito, con inquietante regolarità, episodi di spaccio nei pressi o dentro gli istituti scolastici, di baby gang, di episodi di violenza tra pari che arrivano fino all’aggressione di insegnanti; per non parlare di serie tv che hanno reso iconico l’elemento crime del docente-spacciatore alla Breaking Bad. Il film del 1979, con lo spacciatore che opera indisturbato nel cortile della scuola (interpretato non a caso da un attore popolare come Lino Banfi, a segnalare quanto quella figura fosse già percepita come “di sistema“, quasi folkloristica), anticipa una verità scomoda: la scuola non è mai stata un’isola protetta dal territorio che la circonda, ma un suo sismografo. Qui, il tessuto sociale si sfalda, la scuola registra le scosse prima e più nitidamente di altre istituzioni, perché costringe insieme, nello stesso spazio, adolescenti che vivono condizioni di partenza radicalmente diverse e adulti diversamente problematici. La questione, oggi come allora, non è tanto la presenza della microcriminalità, che la scuola non può in sé eliminare, quanto la scarsità cronica di pratiche e strumenti per intercettarla prima che si trasformi in normalità.

… al femminismo di ieri e di oggi

Le “colleghe femministe” del film sono disegnate con la grana grossa della satira reazionaria del Bagaglino, e vanno lette per quello che sono: una caricatura, ma allo stesso tempo un monito. È interessante notare come il film, anche nella sua ostilità, registri un dato reale, cioè che la fine degli Anni Settanta è il momento in cui il femminismo entra strutturalmente nella scuola italiana, ne trasforma il linguaggio, i rapporti di potere tra docenti, il rapporto tra corpo insegnante e istituzione. Il film coglie, deformandolo satiricamente, un vero attrito storico: quello tra un’emancipazione che avanza nei contenuti e una struttura scolastica che resta gerarchica nella forma. È un attrito che non si è mai davvero risolto e il dibattito pubblico su temi come l’educazione sessuo-affettiva o il linguaggio di genere continua a produrre le stesse polarizzazioni caricaturali che il film metteva già in scena mezzo secolo fa, semplicemente spostando il bersaglio della satira da un lato all’altro dello spettro politico. Basti pensare all’insegnante di applicazioni tecniche Lalla che nel suo laboratorio afferma: “Che ‘vvoi! Alla fine, anche l’omini sò donne come tutti l’altri”, oppure il femminista Atos, un barbutissimo energumeno-lesbica che vorrebbe mettersi biancheria intima super minimale, ma viene ripreso da Lalla con un categorico: “E quanno te entra quella!”.

La scuola italiana tra rappresentazione e auto-rappresentazione

Forse l’intuizione più involontariamente profetica del film è quella legata all’estetica: la dimensione di Tutti a squola è già scuola-spettacolo, punteggiata di numeri musicali, di gag, di personaggi costruiti per l’effetto scenico più che per la verosimiglianza pedagogica. È un film che, senza saperlo, mette in scena la propria stessa logica di produzione, quella del varietà televisivo, impiantandola sull’istituzione scolastica. Si va dal docente di sessuologia che porta gli studenti a intervistare una prostituta, al bidello disc jockey, alla danza macabra della festa a sorpresa degli alunni al prof. Bottini. Oggi questa dimensione è esplosa: la scuola contemporanea vive sotto la pressione costante della sua rappresentazione stereotipata, sui social, nei siti degli istituti, nelle classifiche di gradimento, negli “eventi” organizzati per essere fotografati più che per essere vissuti. Gli studenti e talvolta anche gli stessi insegnanti si muovono dentro una logica in cui il gesto va performato prima ancora che compiuto, in cui l’interrogazione, la gita e persino il conflitto in classe rischiano di trovare il proprio senso ultimo non nell’esperienza formativa, ma nella sua trasposizione su uno schermo. Bottini, con il suo anacronistico culto del libro Cuore, incarna già il fallimento di un modello, quello dell’agire gentile e silenzioso, dello sforzo non spettacolarizzato, che il film condanna al ridicolo proprio mentre lo compiange.

Il senso definitivo di “Tutti a squola”

Ed è qui che il film rivela il suo nervo più scoperto, e insieme il suo limite più grande: la nostalgia per il libro Cuore non è nostalgia per una scuola reale, ma per un’invenzione letteraria ottocentesca già mitica al momento della sua stessa realizzazione, un modello pedagogico patriottico, gerarchico, sentimentale, che nemmeno la scuola del 1886 rispecchiava. Bottini non rimpiange un’epoca storica, rimpiange un ideale letterario. Questo meccanismo, la nostalgia rivolta a un passato che non è mai esistito nella forma in cui lo si rimpiange, è probabilmente il tratto più attuale del film, perché è lo stesso meccanismo retorico che anima buona parte del discorso pubblico contemporaneo sulla scuola: il mito ricorrente di una “scuola di una volta” seria, della “buona scuola”, autorevole, meritocratica, contrapposta a una scuola presente immancabilmente decaduta. È un confronto strutturalmente falsato, perché confronta un presente drammaticamente reale, con tutte le sue contraddizioni visibili, con un passato filtrato dalla memoria selettiva o, come nel caso di Bottini, dalla pura illusione letteraria. Il film, con involontaria lucidità, mostra che questa nostalgia non è mai stata alla base di una diagnosi credibile dei problemi della scuola, ma si rivela un sintomo dell’immobilismo reale della scuola, in affanno tanto quanto il resto delle nostre istituzioni, rispetto alle trasformazioni del mondo attorno.

Fabrizio Ajello

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