L’alfabeto del mondo nelle foto di Antonio Biasiucci in mostra alla Reggia di Caserta
Fino al 30 novembre alla Reggia borbonica c’è una delle mostre fotografiche più ambiziose e meritevoli di questo 2026, in cui Antonio Biasiucci realizza un racconto della vicenda umana per simboli universali
Pani, mani, alberi, lava, latte, piedi, occhi, vapore, crani, madri. È un riportarci all’essere la mostra Archetipi di Antonio Biasiucci (Dragoni, 1961) alla Reggia di Caserta. Un racconto visivo composto da oltre 300 fotografie e installazioni che propone una riflessione sui legami tra l’uomo, la natura e la memoria. Archetipi, dal latino archety̆pum e prim’ancora dal greco arché (principio) e typos (modello), sta per primi esemplari, modelli. Ed è un titolo che si discosta di poco da Arca, la precedente grande esposizione di Biasiucci ospitata alle Gallerie d’Italia di Torino nel 2024. Non a caso la mostra di Caserta, visitabile fino al 30 novembre, è organizzata dal Museo della Reggia in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. In entrambe le esposizioni il riferimento è a quei frammenti della realtà del presente e del passato fattisi simboli universali della vicenda umana, oggetto di una ricerca che rende Biasiucci uno dei più singolari protagonisti della fotografia contemporanea italiana.

24 temi e serie nella mostra di Antonio Biasiucci a Caserta
Se a Torino per entrare in mostra si scendeva una scala, quella dritta e larga che da piazza San Carlo porta al livello sotterraneo di Gallerie d’Italia, a Caserta invece si sale. E i centosedici gradini in marmo dello Scalone Reale a doppia rampa disegnato dal Vanvitelli, gli stessi che i Borbone percorrevano per accedere ai loro appartamenti, già sono una fuga dalla realtà. Via la luce abbacinante del piazzale d’ingresso, via i parcheggi privati e il labirinto di transenne, via l’orizzonte di montagne mangiate dalle cave che fanno da sfondo ai palazzi della città. Oltre il Vestibolo Superiore c’è subito la Cappella Palatina, dove il primo assaggio di Archetipi sono gli ex votoritratti da Biasiucci nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli (2006). Una breve rassegna di forme anatomiche in lamina d’argento che rappresentano perlopiù l’organo malato, omaggio a una forte devozione popolare qui particolarmente sentita come ben sa l’autore, campano di Dragoni – provincia di Caserta, appunto. Ma è solo l’inizio.
Isole e città nelle foto di Antonio Biasiucci
Occorre avviarsi dentro gli Appartamenti Reali e superare alcune sale per giungere al vero ingresso della mostra, ospitata nei locali della Gran Galleria. Spazi enormi e bianchi, dove il bianco e nero – soprattutto nero – delle fotografie trova un respiro insperato. Va detto subito che le fotografie sono esposte a gruppi, a rispecchiare la modalità di lavoro dell’autore che da sempre procede per serie. Ad aprire la rassegna sono due dei lavori più recenti, Insula (2025) e Corpo ligneo (2021). Il primo è dedicato a Capri, archetipo dell’isola e forse dell’intero Mediterraneo. Volti di statue in candido marmo parzialmente coperti da foglie e rami che riportano lo sguardo a quei fasti antichi, poi andati perduti, che il Sud di Biasiucci e nostro ben conosce e rimpiange. E che rimandano ad altri ritratti della serie Mirabilia visti in una magnifica passata edizione (2023) della Collezione Roma – a proposito, che fine ha fatto? – a cura di Francesco Zizola. Alberi divelti o meglio il taglio “sporco” della motosega sui tronchi sono invece il soggetto di Corpo ligneo, serie tra le più immaginifiche e riuscite dove l’uso sapiente delle luci fa volare la fantasia di chi guarda. Sotto il cielo offerto dall’inquadratura dal basso ecco rivelarsi le torri di una città medievale, lo skyline di una metropoli del futuro oppure l’Arca di Noè: la sensazione resta quella di non trovarsi di fronte a fotografie ma a sculture, e davanti all’evidenza della cornice allo sguardo non resta che frugare meglio tra le fibre sconvolte del legno, alla ricerca di un passaggio spazio-temporale come nel finale del Truman Show.
Antonio Biasiucci e la vita umana
Cuore della mostra è un successivo sconfinato salone che alle pareti e su supporti orizzontali al centro ospita una serie di gruppi di lavori. Molti (2019)racchiude veri e propri ritratti a calchi facciali realizzati negli Anni Trenta nel Nord Africa e fotografati al Museo di Antropologia di Napoli. L’emozionante mosaico di Corpo latteo (2017), quattro file da quattro fotografie ciascuna sempre incorniciate in nero, sta a metà tra un atlante del cosmo e una collezione di ecografie fetali. In ogni caso potente, ancestrale, magnetico: ma sono mozzarelle, come quelle che probabilmente non mancherete di gustare in un viaggio da queste parti. Ancora. Res (1993-1997) muove le origini dalla guerra in Kosovo per finire a ritrarre tracce dell’ex area industriale di Bagnoli alle porte della città, sempre Napoli: e sono rottami, superfici, ombre a rappresentare lo smantellamento del mondo. Vapori (1983-1987) è dedicata all’uccisione del maiale, rito della famiglia contadina per antonomasia – tra le uniche concessioni al bianco dominante, nella produzione di Biasiucci – e fa il paio con Vacche (1987-1991), pure tra le sue prime serie, palestra di un giovane fotografo visionario che, mentre l’Italia fermava il nucleare con un referendum e Maradona portava lo scudetto a Napoli, sperimentava tagli e neri profondi insieme a cinque mucche nella stalla dietro casa.
Nella stessa sala senza fine ecco Atlante/Sapienza (2023), altro colpo di estro pur commissionato dove il ritratto è alla memoria e alla trasmissione del sapere rappresentato dalle lavagne universitarie, e Museo delle Civiltà (2022), dove a finire sotto ai riflettori sono crani e altre ossa in singolare commistione con parrucche indossate da manichini.
La natura nelle foto di Antonio Biasiucci
Prima di uscire, sulla parete di fondo del salone pulsa infine e soprattutto Magma (1987-1995), quarantaquattro foto quadrate per altrettanti dettagli di vulcani (Vesuvio per primo, ovvio), lave, eruzioni. Una polifonia del pianeta messo a nudo, spellato, senza infingimenti. Un richiamo alla terribile bellezza della roccia inanimata che si fa monito, per una specie (la nostra) che nel vortice della crisi ambientale rischia di avviarsi all’autoestinzione. Nelle sale e nei corridoi seguenti c’è ancora spazio per molte altre cose. Come multivisioni, una selezione di libri dell’autore messi a disposizione del pubblico, un’installazione con le lastre realizzate dal padre fotografo di cerimonie, altre fotografie dalle serie Madri (1995-2002), Pani (2009-2011), Crani (2013), Ghenos (2017-2020) dedicata anch’essa agli alberi tagliati ma fotografati in altro modo, Codex (2015), Mondo di sotto (2025) fino all’ultima – per il momento – intitolata ID (2026) e dedicata allo storico setificio di San Leucio nei pressi della Reggia di Caserta, voluto nel XVIII secolo da Ferdinando IV di Borbone. Una monografica insomma ricchissima e densa, di prezioso aggiornamento sulla produzione di un artista assai prolifico e che continua a seguire il filo del proprio discorso immune da mode e condizionamenti d’ogni genere.
Intervista ad Antonio Biasiucci
Una capacità produttiva che denota altrettanta urgenza artistica, Biasiucci. Come orienta la sua bussola nel mondo con cui abbiamo a che fare oggi?
L’urgenza nasce da un periodo della mia vita nel quale mi ero perso. Ero devastato da una forte crisi d’identità. Scopro la fotografia, quella libera, legata fortemente alle parti più intime e nascoste del mio mondo interiore. Da subito assaporo che questa pratica mi fa riscoprire la vita e ricostruisce una mia identità. Un primo passo fu fotografare tutto ciò che era legato ad una cultura contadina che fino ad allora avevo rinnegato. Comunque, se non mi fossi mai spostato a Napoli per gli studi universitari che non ho mai concluso, non avrei mai fotografato nulla. Fu quel passaggio traumatico da una realtà bucolica del piccolo paese di campagna ad una realtà metropolitana particolare come quella napoletana ad avviarmi alla fotografia di ricerca. Quanto al mondo di oggi, penso che non riuscirei ad immaginare o a realizzare una mostra come Archetipi senza vivere nel contesto attuale vigente. È in questo senso che la mia ricerca diventa contemporanea. Tutti i miei soggetti sono delle misure esistenziali, soggetti spogliati dal contesto antropologico ma appartenenti agli uomini tutti. Essi diventano dei contrappunti che aiutano a distinguere il fondamentale dall’effimero. Cosa è veramente necessario o superfluo? L’auspicio è che la mia ricerca riesca a porre dei dubbi o delle domande senza avere necessariamente delle risposte.
Cosa pensa della crisi ambientale e come crede che l’arte debba relazionarsi con essa? E più in particolare la fotografia?
L’arte è prima di tutto un pensiero, la fotografia altrettanto se ogni cosa del reale può diventare altro. Questa è la potenza della fotografia. Un ceppo tagliato pur rimanendo un ceppo sposta la propria immaginazione altrove. Ogni cosa nasconde una sacralità, bisogna cercarla, attentamente cercarla, affinché possa svelarsi. Sono i tempi lunghi che permettono riflessioni profonde. La crisi ambientale nasce da un impoverimento culturale dove la perdita del rispetto di ogni cosa si traduce nella perdita del senso del sacro che è insito nella natura delle cose. Chiaramente intendo una forma di sacralità laica.
La mostra di Caserta consente una lunga cavalcata nella sua carriera. Quali sono le serie dove ha avvertito un salto di qualità o, almeno, di messa a fuoco nella sua pluridecennale ricerca?
Tutto si è originato da quelle cinque vacche nella stalla dietro casa. All’inizio realizzai delle belle ma retoriche foto delle mucche. Quindi, tenendo ben a mente gli insegnamenti del mio maestro Antonio Neiwiller, con il passare del tempo e mettendo ripetutamente in discussione quello che avevo fatto la volta precedente, mi accorsi che quel soggetto, scarnificato e portato all’essenza, si apriva ad altre interpretazioni, si apriva ad un altro sguardo. In seguito, nel confrontarmi con qualsiasi altro tema ho adottato questo metodo di lavoro. Questo percorso mi ha permesso di spaziare e cancellare il genere fotografico permettendomi di privilegiare liberamente quello che per me era necessario raccontare.
Come tante volte ha spiegato, infatti, lei porta all’essenziale i soggetti che sceglie di fotografare seguendo un processo di scarnificazione. A forza di studiarli e riprenderli, cioè, li priva di tutte quelle informazioni che li contestualizzano finendo per offrirne una rappresentazione ridotta all’osso. Un archetipo, appunto. È un modello che per lei prevederà anche in futuro l’utilizzo del solo bianco e nero? Fotografa mai a colori, e se sì cosa e quando?
Oramai quando guardo dal pentaprisma della macchina fotografica vedo in bianco e nero. Considero il nero come un colore primigenio dal quale emergono le cose attraverso una gestione meticolosa di ogni forma di luce che è stata sempre diversa in relazione ai soggetti con i quali mi sono confrontato. Il nero è anche identitario. Difficile immaginare una cultura legata principalmente ai temi del Sud senza uno studio attento rivolto all’ombra. Ciò nonostante, amo la fotografia a colori, preferisco guardare quella degli altri anziché provare a farla.
La poetica della sua fotografia affonda le sue radici anche in una maestria tecnica indubbia, tanto in fase di ripresa che di sviluppo. Ha voglia di spiegare quale tipo di luci utilizza più di frequente, come e perché?
Uso molto l’illuminazione naturale e poi luci artificiali di vario genere, finanche delle lucette che utilizzo per andare in bici. Vado in bici fin da ragazzo, mi piace quel senso estremo di solitudine che provo quando attraverso i boschi. In questi luoghi spesso impervi provo sentimenti contrastanti che hanno a che vedere con la meraviglia e la paura. La bicicletta nel corso degli anni è diventata il mio pensatoio. Pedalando ho immaginato le mie migliori intuizioni legate al mio lavoro. Tutto ciò che guardo da “lassù” diventa misura dei miei pensieri.
Il suo alfabeto dell’umanità, come ha definito in più occasioni il racconto fotografico che si è dato il compito di narrare, si compone oggi di numerosi capitoli. Quale sarà il prossimo?
In questo periodo sto lavorando a un progetto che si ispira al romanzo La strada di Cormac McCarthy. È un libro che ho amato molto. La descrizione secca di ogni cosa, di ogni scena, lascia spazio immaginifico al lettore.
Giulio Ielardi
Caserta // fino al 30 novembre
Archetipi. Antonio Biasiucci
REGGIA DI CASERTA – Piazza Carlo di Borbone
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