“La Reggia di Caserta è una macchina in corsa”. Intervista alla direttrice uscente

Tiziana Maffei, in carica dal 2019 al sito vanvitelliano, racconta i suoi due mandati a Caserta. Sfide, prospettive, lasciti, non senza qualcosa sul futuro

Architetto del patrimonio di origini marchigiane, Tiziana Maffei, è alla guida della Reggia di Caserta dal luglio 2019. Nel corso di questi due mandati, succedendo senza passaggio di consegne a Mauro Felicori, prepensionato nel 2018 prima che potesse terminare il proprio incarico, Maffei ha riorganizzato il sito casertano nella sua funzione amministrativa, fino alla programmazione culturale e al riallestimento della collezione Terrae Motus, donata dal gallerista Lucio Amelio poco prima di morire. A giugno terminerà il secondo mandato. Le abbiamo chiesto di tirare un bilancio di questa esperienza e delle condizioni del sito.

La Reggia di Caserta con la Peschiera
La Reggia di Caserta con la Peschiera

Intervista a Tiziana Maffei

Lei è direttrice della Reggia di Caserta da diversi anni, dal 2019… Che situazione ha trovato quando è arrivata a Caserta?”
Come aspetti positivi posso dire che c’era statoun grande rilancio in termini di visibilità del sito. Sicuramente anche perché tutta la riforma Franceschini aveva dato luce al tema dei musei. Poi ci sono i lati negativi, diciamo: ho trovato una struttura che amministrativamente non era stata impostata. Si possono coltivare le più grandi ambizioni, ma se poi non si gestisce secondo le regole del gioco — cioè secondo il fatto che siamo una pubblica amministrazione, la cui azione deve essere strutturata secondo le norme, in un’ottica di trasparenza, di efficienza e di modalità di lavoro — si verificano inevitabilmente dei rallentamenti. L’aspetto più impressionante era la debolezza amministrativa e l’assenza di uno spirito di squadra fondamentale per operare in un museo. 

Ovvero?
Non c’era una visione interdisciplinare del museo. E invece il museo è fondato su una dimensione di lavoro interdisciplinare, non multidisciplinare. Cioè, non è la sommatoria di attività che si fanno, ma è un sistema integrato in cui le diverse funzioni sono strettamente interconnesse e devono assolutamente basarsi su più competenze.

E a che cosa o a chi imputi, appunto, le condizioni in cui ha trovato la Reggia?
LaReggia di Caserta è una realtà estremamente complessa. La riforma le ha dato la possibilità di muoversi con una logica e una strategia. Però ci sono stati anni di trascuratezza e comunque era trascorso davvero poco tempo dall’avvio della riforma per far sì che il personale potesse davvero sentirla come propria.

Ad esempio?
Ad esempio, sono rimasta più che perplessa quando un funzionario architetto mi ha detto: ‘Noi non abbiamo il piano triennale delle opere pubbliche perché noi siamo museo autonomo’. Questo vuol dire non avere idea di cosa sia una pubblica amministrazione che tra l’altro aveva ricevuto ingenti finanziamenti per investimenti. Resta il fatto che una realtà come la Reggia di Caserta è estremamente complessa nel sistema di palazzo-collezioni-parco-bosco-acquedotto. C’è ad esempio il tema della piazza e del rapporto con la città. Oltre a quello rilevantissimo dell’acqua. Insomma, noi gestiamo veramente una quantità di immobili e di metri quadri che ci sono stati, tra l’altro, assegnati dopo anni di destinazione militare o altro, quindi anche con utilizzi anomali.

Come si risponde a questo stato di cose?
Abbiamo fatto un grandissimo lavoro, ancora in corso, di impostazione delle procedure.
È senz’altro il lavoro meno piacevole all’interno di un museo però non puoi non strutturarlo perché è quello che poi ti permette di lavorare agevolmente e correttamente.

In precedenza, lei ha avuto esperienze simili di conduzione di istituzioni…
Ma non a livelli così complessi. Ho lavorato per Musei Civici e ovviamente anche lì ho sempre fatto molta attenzione a operare secondo le regole della pubblica amministrazione, molto sentite a livello di ente locale.

Poi c’è il tema del personale.
Certo, ho cercato di valorizzare il personale appena entrato dopo un reclutamento concorsuale impegnativo. Una grande risorsa che andava motivata. Personale con molte aspettative quali storici dell’arte, architetti, comunicatori che non erano stati coinvolti a sufficienza e che potevano dare molto in considerazione di questa nuova stagione dei musei.

Quindi oltre alla formazione del personale, quali sono state le sue prime preoccupazioni e le aree di intervento su cui si è mossa?

L’impostazione dell’organigramma per trasformare l’approccio individuale in lavoro di squadra, implementando la comunicazione interna. Ogni tipo di attività del museo coinvolge molteplici aspetti – dalla sicurezza, alle strutture, dall’amministrazione alla comunicazione – e non si può lavorare a compartimenti stagni. È stato un processo graduale: un’organizzazione si costruisce nel tempo, posso dire che i risultati si vedono soprattutto ora, piuttosto che nella fase iniziale in cui le persone erano anche frastornate.

Di fatto i primi anni sono stati a cavallo del Covid-19…
Non posso certo definire il Covid-19 come un periodo positivo, ma ha rappresentato un’opportunità perché abbiamo potuto in quel frangente fare formazione ripensando il museo come accogliente, sicuro ma anche come servizio ad una pluralità di utenti che ne fruisce come offrire un servizio all’utenza che non è fatta solo di visitatori, ma da chi fruisce i tuoi contenuti culturali. Ad esempio, chi fa ricerca, l’università, oppure abbiamo sollecitazioni da parte del territorio che desidera essere convolto. Se in passato la risposta era: “ti concedo lo spazio, fai quello che vuoi”, ora l’esigenza è quella di co-progettare delle attività all’interno di una programmazione culturale coerente con la visione e missione del museo.

Ecco, dal punto di vista della programmazione culturale quali sono le state le sue linee guida?
La Reggia è sito UNESCO e Residenza Reale al contempo, questa identità la si deve sempre fare emergere. La programmazione culturale è stata innanzitutto un modo per interrogarsi sulla natura stessa di questo luogo: uno spazio di confronto europeo, di grande visione e di meraviglia. Il filo conduttore è sempre stato in funzione del concetto di meraviglia come seme di conoscenza: suscitare stupore per stimolare domande, riflessione e consapevolezza.

Entriamo nel dettaglio.
La programmazione è molto ricca: anche il restauro dei manufatti è stato un modo per produrre e trasmettere la conoscenza oltre che realizzare, ovviamente, mostre, spettacoli, attività educative.  Un elemento chiave è stato il bando di valorizzazione partecipata, nato anche in risposta alle molte sollecitazioni esterne. La Reggia è stata a lungo percepita come un semplice contenitore; abbiamo invece introdotto strumenti di trasparenza e pianificazione, con bandi inizialmente trimestrali e oggi semestrali, condivisi con il comitato scientifico.

E invece…
Si tratta di elementi centrali per il funzionamento di un museo autonomo. Un consiglio di amministrazione, ad esempio, garantisce solidità nella gestione di bilanci complessi. I finanziamenti non arrivano automaticamente: devono essere individuati, acquisiti e monitorati con attenzione. Al mio arrivo, la Reggia aveva già perso cinque milioni su sessanta disponibili e rischiava di perderne altri venti. Questo spiega perché attribuisco tanta importanza alla dimensione amministrativa: la programmazione culturale deve necessariamente inserirsi in una gestione pubblica credibile, soprattutto in un contesto territoriale come questo.

Spieghiamo meglio…
Sono molto soddisfatta del lavoro che abbiamo fatto con la retedelle relazioni istituzionali con lo Stato, la Prefettura, il Comandante dei carabinieri. Sembra un po’ incredibile, però la credibilità della Reggio di Caserta passa anche nell’essere un’amministrazione seria, rigorosa.

La Collezione Terrae Motus

Vogliamo fare un passaggio anche sulla collezione Terrae Motus, il suo riallestimento.
Sì, certo. Per me quello è un pezzo di cuore, no? Il lavoro che abbiamo fatto è costituito anche nel risanare una ferita: la collezione di Lucio Amelio da un lato è stata un grandissimo dono che la Reggia ha ricevuto ma per troppo tempo è stata vissuta come soluzione di ripiego (la collezione inizialmente era destinata a Napoli, ndr.). Era dunque importante superare questa concezione e nel riallestirla ho cercato anche di approfondire il rapporto tra Amelio, la collezione (il modo, ad esempio, in cui è stata costituita) e il suo arrivo a Caserta. Ho letto molte interviste, ascoltato le testimonianze che Amelio ha lasciato. È un cerchio che si chiude: Terrae Motus sta a Caserta, come la Reggia sta a Carlo di Borbone che vedeva in questo luogo il punto di rappresentazione del proprio regno e quindi una dimensione di area metropolitana. La collezione rappresenta un seme del contemporaneo, una riflessione sempre aperta sul ruolo dell’arte nella società. 

Come ha lavorato nel riallestirla?
Il progetto iniziale prevedeva lo spazio espositivo della Gran Galleria, dedicata esclusivamente alla collezione Terrae Motus. Un limite che dichiarava un interesse quasi esclusivo agli addetti ai lavori.  Ma l’arte per Amelio è una “bomba ad orologeria”, un linguaggio che attraversa il tempo, non c’è collocazione cronologica che tenga. Ancor più quale residenza reale che nella sua identità ha da sempre accolto i più grandi, i più grandi semi di innovazione dell’arte e della scienza, come tutte le residenze reali, le corti europee, stratificandosi nel tempo secondo il gusto degli stessi committenti. Portare la collezione Terrae Motus all’interno degli spazi storici è stato fatto seguendo questo principio, anche come elemento di interrogazione rispetto al percorso tradizionale, creando stupore interrogativi.

Ma quando lei è arrivata com’era messa questa collezione?
Era in condizioni drammatiche. O meglio l’idea di Terrae Motus in cantiere era molto interessante, ma museograficamente non era corretta – e lo dico da museografa che è forse la parte che mi riconosco di più – e quindi esteticamente anche sgradevole se parliamo dell’opera rispetto all’ambiente e rispetto ai supporti. Ho riscontrato trascuratezza diffusa: ambienti privi di illuminazione, episodi di furto — come quello degli ex voto di Boltanski — e una generale percezione della collezione come elemento marginale.  In più io l’ho trovata molto trascurata. Oggi, invece, è pienamente integrata in un percorso strutturato, arricchito da appuntamenti annuali, con un’esposizione quasi completa: 68 opere su 72 (le restanti, attualmente in restauro, saranno presto ricollocate). Un risultato mai raggiunto neppure nel 1993, al momento della donazione

Questo appunto è il suo secondo e ultimo mandato data la riforma. Ma ci sono delle cose che avrebbe voluto realizzare, ma non è riuscita a fare?
Sì, il teatro ad esempio. Ho trovato anche i finanziamenti, ma i tempi sono più lunghi di ciò che immaginavo, perché è molto complesso l’adeguamento antincendio. Credo che il Teatro della Reggia non debba essere musealizzato come avviene invece per Versailles o Fontainebleau, con piccoli scrigni che aprono solo tre volte l’anno con biglietti altissimi. Penso invece che debba essere parte integrante della produzione culturale di questo luogo, anche per l’importanza che il teatro ricopre nella tradizione del territorio. Inoltre, non ho completato il lavoro sui depositi. E poi ci sono altri progetti in corso importanti che non vedrò terminati, anche se ho impostato tutto e tutto ciò che era nel piano strategico e nella visione complessiva.

Che sito pensa di consegnare nelle mani del suo successore?
Un sito ancora più complesso perché si è messa in moto una macchina straordinaria. Sono state avviate tante cose, quindi lascio una macchina in corsa, ma una realtà tra le più complesse d’Italia. Non credo che ce ne siano altre a questo livello per motivi diversi, per il significato che assume per il Sud, per le potenzialità del luogo, per una complessità anche di articolazione. Noi abbiamo l’acquedotto Carolino, – trovatemi qual è un altro museo che deve gestire l’infrastruttura idrica e che in questo momento di grave crisi idrica è così fortemente penalizzato -.

Ma che timori ha invece per la reggia di Caserta?
Non voglio avere timori, sono fiduciosa perché sono ottimista. L’unica preoccupazione riguarda i tempi della nomina del nuovo direttore: una struttura come questa non può permettersi l’assenza di un presidio dirigenziale costante: per la sua complessità e il contesto in cui opera è necessario garantire una guida stabile, competente e responsabile fin da subito.

Quali sono invece i suoi progetti per il futuro?
La Reggia mi ha assorbito talmente tanto che avrò bisogno di una pausa per capire come si è trasformata la mia professionalità. Anche se, ovviamente, mi piacerebbe rimettermi in gioco su un livello di complessità come questo.

Santa Nastro

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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