Esce un libro su Tomas Milian, il cubano che diventò il volto più romano del cinema (intervista agli autori)

In “Essere Tomas Milian. The Cuban Hamlet”, Giuseppe Sansonna e Cammamoro ripercorrono in parole e immagini le metamorfosi di un attore passato dall’Actors Studio al cinema d’autore, dal Monnezza fino a Traffic

“In lui leggiamo il cinema alto e basso, quello del cielo e della terra”, disse Sergio Castellitto parlando di Tomas Milian. Una definizione che racconta bene un attore difficile da fermare in una sola immagine, visceralmente mimetico e capace di cambiare pelle insieme al cinema che abitava. Essere Tomas Milian. The Cuban Hamlet, pubblicato da Oblomov Edizioni, scritto da Giuseppe Sansonna e illustrato da Cammamoro, ripercorre con cura questa vita da romanzo, dalle ferite dell’infanzia all’Actors Studio, dal cinema d’autore al Monnezza fino a Traffic. Sansonna, che ha conosciuto e raccontato Milian a lungo, e Cammamoro, che ne ha tradotto le metamorfosi nel disegno, raccontano come è nato questo ritratto a due voci.

Copertina di "Essere Tomas Milian. The Cuban Hamlet"
Copertina di “Essere Tomas Milian. The Cuban Hamlet”

Il libro su Tomas Milian: intervista a Giuseppe Sansonna e Cammamoro

Cosa rende Tomas Milian un “Amleto cubano”?
Giuseppe Sansonna: Nel 1964, il regista Citto Maselli gira un film tratto da Gli indifferenti, romanzo di Alberto Moravia. Affidando la parte di Michele a Tomas Milian, gli suggerisce di immaginarsi come un Amleto moderno. Ruolo, per il giovane attore cubano, fin troppo familiare. All’Havana, quando aveva solo tredici anni, suo padre si è ucciso davanti a lui, sparandosi al cuore. Ufficiale molto vicino al dittatore Gerardo Machado, era caduto in depressione dopo l’ascesa al potere di Fulgencio Batista. Vedeva nella sensibilità di Tomas, nella sua inclinazione a fantasticare ed a sfuggire da ogni disciplina, un altro oltraggio dell’esistenza. Dopo anni di cinghiate, quel suicidio così plateale è stato l’ultimo gesto di violenza riservato a suo figlio. Dopo la sua morte, Tomas passa tutte le sue giornate come un giovane rampollo snob di una famiglia borghese e conservatrice, immerso nel conformismo dei club esclusivi di una Havana ancora ferocemente classista. Diventando attore cinematografico, in Italia, oscillerà tra nevrosi e apatia, proprio come il Michele indifferente. Trovando rifugio solo nella finzione, non si sentirà mai all’altezza di quel padre defunto che non ha saputo vendicare, fantasma deluso e sempre incombente. Definendosi, per tutta la vita, come un irrisolto Amleto cubano.

Come ha lavorato al disegno?
Cammamoro: Disegnarlo è stata un’impresa ardua. Se si confronta il suo volto dei primi film in bianco e nero con quelli in cui interpreta Er Monnezza o quelli americani si fa fatica a riconoscerlo. Per quanto mi riguarda, ho cercato sempre di mantenere alta l’attenzione sugli occhi. Quelli, come dice in uno scambio di battute a inizio fumetto, non sono mai cambiati.

Come mai sceglie di aprire la storia con Milian ormai anziano, alla vigilia di Traffic?
GS: A metà degli Anni Cinquanta, seguendo le orme del suo mito James Dean, Tomas abbandona Cuba e riesce ad entrare miracolosamente nell’Actors Studio di New York, con la speranza di approdare a Hollywood. Coronerà il suo sogno solo da uomo maturo, al termine della lunga carriera italiana. Ormai quasi settantenne, riesce a ritagliarsi, nel film di Soderbergh, un ruolo memorabile, in un cast di star. Il cranio lucido alla Kurtz, la corpulenza da uomo di potere, il gigionismo dittatoriale e persino il suo accento sono perfetti per il torbido generale messicano che deve interpretare. Per entrare finalmente nei titoli di testa di un grande film americano come Traffic, si è dovuto trasformare in un doppio di suo padre. Un paradosso perfetto, per cominciare la nostra storia.

Quanto incide il colore nel raccontare i diversi momenti della storia?
C: Il colore ha sempre avuto un ruolo fondamentale in tutti i miei lavori. In questo caso ha la funzione di far viaggiare il lettore da Cuba fino all’Italia e al Messico, passando per New York. Questi luoghi geografici coincidono con gli stati temporali e mentali del protagonista. Possono considerarsi i capitoli della sua esistenza, che cresce e si decompone. Tomas attraversa delle metamorfosi, e lo fa da nomade apolide. Il colore, dunque, cambia e segue queste trasformazioni in modo da traghettare lo spettatore lungo un percorso imprevisto, così vero e reale che ci appare allucinato.

Il rapporto col padre ha influenzato il modo in cui Milian ha costruito se stesso e i suoi personaggi?
GS: Tomas viveva la sua attorialità avvalendosi di un talento mimetico, e attingendo dalla sua memoria emotiva. Come mi ha spesso raccontato, quando doveva tratteggiare personaggi duri, con un’attitudine sadica nell’esercizio del potere, pensava sempre a suo padre. Calandosi nelle figure più dolenti e vulnerabili, in quelle più inquiete, guardava nel fondo di sé stesso, nella sua sofferta giovinezza.

Cosa racconta di lui il passaggio dall’Actors Studio al cinema italiano e poi al successo popolare del Monnezza?
Forte del suo istinto e della tecnica acquisita nel suo transito dall’Actors Studio, Tomas ha incarnato, e spesso anticipato, da sensitivo qual era, gli slittamenti di immaginario del cinema italiano. Il progressivo stratificarsi di costumi, trucchi e parrucche lo ha reso sempre più trasfigurato, colorato, artificiale, completando la sua trasformazione in maschera. Al suo arrivo in Italia, sul finire degli Anni Cinquanta, la sua fisicità e il suo magnetismo esotico gli hanno garantito un posto nel cinema dei grandi autori italiani, allora ancora fiorente. Per gente come Visconti, Bolognini, Maselli e Lattuada, è stato un giovinastro sprezzante e di ottima famiglia, pallido, glabro e ben pettinato, disinvolto indossatore di alta sartoria, al fianco di Claudia Cardinale e Romy Schneider. Dopo l’irruzione in scena di Sergio Leone, a metà Anni Sessanta, Tomas sorprende tutti saltando al volo sulla diligenza degli spaghetti western, nei panni sdruciti del campesino diseredato. Scuro di pelle, con barba e zazzera, trascina il popolo alla rivoluzione, in Messico come nel Sertão, e sbanca i botteghini, diventando un divo popolare.

E quando il genere perde attrattiva, che succede?
Il versatile cubano ne cavalca anche il lato parodico, nei panni chapliniani di Provvidenza, stralunato cacciatore di taglie, versione apocrifa di Trinità. Mutando ancora pelle, secondo la moda nel tempo, trasloca nelle città a mano armata e alterna commissari di ferro, funzionari dei servizi segreti deviati, rapinatori milanesi sanguinari ed esponenti di una Banda della Magliana ancora in embrione. Quando intuisce che il pubblico è stufo di un cinema che rispecchia quasi senza filtri la cupezza degli anni di piombo, si trasforma in gobbo sardonico, con vocazione delinquenziale e passione per le rime grevi, da stornellatore. Gettando le basi per degenerare in quel poliziotto turpiloquiante, con passato da ladro di borgata, destinato a installarlo definitivamente nel pantheon popolaresco di Roma. A metà degli Anni Ottanta, calvo, appesantito e psichicamente logoro, nascosto ormai da troppo tempo sotto il parruccone, la tuta da meccanico, e il doppiaggio ruvido di Ferruccio Amendola, abbandona all’improvviso un cinema italiano in piena crisi. Lasciando negli occhi di tutti un Monnezza eternamente giovane. Indeformabile, come un personaggio dei fumetti.

C’è un segno in particolare per tenere insieme il cinema d’autore e quello più popolare?
C: Più che di segno sarebbe utile parlare di connotati. Il protagonista, con le sue metamorfosi fisiche, evidenzia il tono dei film a cui prende parte. Il suo sguardo da seduttore, inquadrato nei film d’autore, lascia presto il posto a quello ribelle dei film western. La sfida è stata quella di mantenere, sotto a tutte le maschere indossate, un fondale di immutata malinconia.

Come ha lavorato sulla voce di Milian e su quel modo tutto suo di mescolare lingue e accenti?
GS: Tra me e Tomas Milian c’era un’amicizia profonda. Ho ancora nelle orecchie la dolcezza ipnotica del suo timbro, del suo italiano parlato con accento ispanico, punteggiato di intercalari romaneschi e americani, come l’Anyway con cui apriva e chiudeva ogni discorso. Ho cercato di replicare, nel fumetto, la parlata ibrida di un perenne scompaginato, rispetto ad ogni realtà. Capace di ritrovarsi, temporaneamente, solo nella finzione del set. Un uomo che si è sempre sentito straniero ovunque, come cubano, come americano e come italiano. Con l’accento sempre meticcio e sbagliato, ad ogni latitudine, è passato alla storia del cinema come l’iperromano che non è mai stato.

Ha guardato al linguaggio del cinema per dar ritmo alle tavole?
C: Guardavo tanto al cinema. Mi sono trovato a dover trasporre su carta dei film, e quindi a dover attuare una scelta su quale fosse il frame migliore da disegnare. In questo fumetto spesso si passa dalla finzione cinematografica alla realtà senza soluzione di continuità, e allora bisogna poter restituire al meglio questo passaggio. Importante è stata l’attenzione data alle movenze, alla recitazione di Milian. Diversamente da un regista, un disegnatore non ha a che fare con il corpo del suo protagonista. Allora bisogna costruirlo con l’immaginazione, rubare dallo schermo la presenza camaleontica di Tomas e cercare di restituirla su un foglio.

Perché ha scelto Quinto Gambi come alter ego del Monnezza e cosa le permetteva di raccontare di Milian?
GS: Ho avuto modo di conoscere bene anche Quinto, incontrandolo a Roma, nel suo regno, in un bar del quartiere popolare di Tor Marancia. Tomas lo conosce in una notte di fine Anni Sessanta, al Piper. Ballando al centro della pista, si ritrova a specchiarsi in un suo doppio, acconciato come lui. Lo interroga e scopre che si chiama Quinto Gambi, fa il pescivendolo ai mercati generali e sfrutta la somiglianza con il cubano come strumento di seduzione, spacciandosi per lui con le ragazze. I due diventano inseparabili: Quinto è ciò che Tomas vorrebbe essere, uomo di cuore e di sostanza, immune alle nevrosi, capace di incenerire le angosce con una battuta fulminante. Imitarlo e glorificarlo sul grande schermo, replicandone smorfie, movenze e battute ruspanti, sarà il suo modo per rubare amore, al popolo romano. Nel fumetto, ho provato a dargli una connotazione più complessa. Rendendolo, senza moralismi, la cattiva coscienza di Tomas. Quella troppo pragmatica, che lo ha spesso portato a sprecare il suo talento: a girare l’ennesimo film da maresciallo trucido, piuttosto che diventare Che Guevara, in un film di Gabriel García Márquez.

Come avete messo insieme testo e immagini?
C: Con uno scambio continuo, infinito. Le telefonate tra me e Sansonna duravano ore. Cercavamo il modo più fluente di descrivere senza spiegare, di affascinare senza tradire la verità. Sansonna ha una scrittura poetica, densa e ricca, non giustifica né mette le mani avanti. Il suo scrivere è un pugno nello stomaco, di quelli raffinati, che non sai da dove è arrivato. Difficile giocare all’equilibrista con una scrittura così viva. Se poi questa deve convivere nella pagina con un disegno che non lascia spazi bianchi, si capisce bene quanti tentativi ha dovuto fare Sansonna prima di trovare il giusto compromesso. Se penso a tutto quello che abbiamo lasciato fuori dal fumetto mi viene da piangere.

E poi un finale potentissimo con le pagine che si “svuotano” fino al tuffo nell’acqua…
Quando ho letto il finale mi sono venuti i brividi. Ho scelto di non leggerlo fin quando non fossi arrivato a disegnare la scena precedente all’epilogo. Ho scelto di lasciar respirare le pagine. Il racconto va avanti freneticamente, non ci sono pause. Si arriva alla fine come se fossimo stati in apnea, allora ho pensato che era il momento di far riemergere il lettore. L’immersione è finita e si può tornare in superficie. Strano parallelismo, vista l’ultima vignetta.

Salutiamoci con una curiosità.
GS: Nel 2014, credo di aver fatto un gesto di amore violento, nei suoi confronti. Per un documentario Rai, l’ho riportato nella sua Havana, lasciata nel 1956. Da documentarista, sentivo che poteva essere un modo, forse un po’ traumatico, per aprire spiragli nuovi, nel romanzo orale di sé stesso, che Tomas tesseva da una vita. È stato così, si sono aperti spiragli di senso inattesi, fratture di autenticità nel repertorio. “Sono venuto alla ricerca dei miei passi perduti”, è stato l’incipit proustiano che mi ha regalato, appena sbarcati nell’isola. Come ogni attore di razza, Tomas era un paradosso vivente, Don Chisciotte e Sancho Panza in un corpo solo. Un bambino millenario, oscillante tra sensibilità ed egoismo, nobiltà e cialtronaggine, cinismo ostentato e rimpianti reali. Un giorno l’ho visto ballare immerso in una folla invasata, in una casa della Habana Vieja. In totale simbiosi con gente molto distante dalla sua famiglia d’origine. Per un lungo attimo mi è sembrato davvero sereno, immerso nel presente, non tormentato dalla sua solita malinconia. Ho pensato che, dopotutto, forse aveva avuto senso riportarlo a casa dopo quasi sessant’anni.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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