Dal Giffoni Film Festival al Figari International Short Film Fest. L’attrice Irene Maiorino si racconta in questa intervista

L’attrice torna al Figari International Short Film Fest da giurata sedici anni dopo la sua prima partecipazione. Nell’intervista parla di L’amica geniale, del lavoro con Marco Bellocchio, delle rinunce imposte dal mestiere e della necessità, ancora attuale, di difendere il proprio talento

Da ragazzina, Irene Maiorino, era stata giurata al Giffoni Film Festival, esperienza che ricorda come iniziatica: la sala al mattino, le masterclass, l’incontro con Meryl Streep, I ponti di Madison County come educazione sentimentale e primo sospetto verso certi immaginari romantici. Al Figari International Short Film Fest (che si è tenuto dal 15 al 20 giugno 2026) era passata già alla prima edizione. Oggi ci torna dall’altra parte, dopo L’amica geniale – che le è valsala candidatura ai Nastri d’Argento Grandi Serie come miglior attrice protagonista – e Portobello di Marco Bellocchio, premiata Serie dell’Anno ai Nastri d’Argento Grandi Serie 2026.

Intervista all’attrice Irene Maiorino

Da adolescente in giuria al Giffoni. Oggi torni al Figari da giurata dopo 16 anni: tempo di bilanci?
Con il Giffoni ho un rapporto che mi è rimasto nel cuore. Ero piccola. Lì ho incontrato Meryl Streep. Le ho parlato de I ponti di Madison County, un film che mi ha segnata.Ritrovare il Figari dopo sedici anni è stato bello. E poi i quarant’anni sono un momento di riflessione, un primo giro di boa. Anche se devo ancora capire dov’è casa mia… Il mio è un mestiere bellissimo ma faticoso, dove più cresci e meno sei padrona del tuo tempo.I cambiamenti sono all’ordine del giorno. Ho mancato il matrimonio della mia migliore amica perché ero su un set. Da giovane ho rinunciato all’Erasmus perché stavo già lavorando.

Da Gomorra a L’amica geniale, a Bellocchio: sei cresciuta. Cosa è cambiato nel lavoro di attrice?
Cambia la dimensione di quello che devi tenere insieme. È come se dovessi abbracciare qualcosa di più grande con le braccia che hai, che sono sempre le tue.Ho una grande gratitudine per tutte le persone che ho incontrato, però tutto parte anche dalla mia determinazione e dalla mia dedizione. Ma è cambiata anche la mia età.All’inizio, la determinazione e la passione sono un vettore fortissimo e tutto segue. Adesso sento una forza diversa. Il lavoro si sta stabilizzando, mi fa felice fare cose belle, anche se su pochi set. Ma c’è anche l’Irene donna che ha altre esigenze. Devo trovare un nuovo equilibrio. Mi sento una funambola: cammino sospesa tenendo tante cose in mano.

Cosa ti fa dire sì a un ruolo? Che quel personaggio serva non solo alla carriera, ma anche a te come donna?
Quando ero più piccola ero più intransigente. Ci sono state serie da prima serata, quelle che durano anni, a cui ho detto di no anche a vent’anni. Oggi sono più ragionevole, ma continuo a fare scelte. Mi inorgoglisce che, dopo L’amica geniale, sia arrivato Portobello. Un ruolo bellissimo. Difficile da sostenere. Bellocchio è entrato nella fragilità di quella donna, determinante nella fase del processo, con i primi piani. Con pochissimo abbiamo fatto un racconto. Questa è la sua grandezza: non è il mercato che ti chiede quantità. È un lavoro sullo sguardo, sulla misura. Se avessi dovuto scegliere tra questo e la protagonista di una serie che mi avrebbe resa più popolare, non ci avrei neanche pensato.

Cosa ha visto in quella donna che magari un altro regista avrebbe lasciato sullo sfondo?
È stata un’esperienza potente. La sua forza sta nel riuscire a trasmettere una potenza visionaria lasciandoti una grande libertà interpretativa. Mi sono sentita libera di dare la mia interpretazione, sapendo che sarebbe passata attraverso il suo sguardo. Non poteva andarmi meglio. Mi sono sentita apprezzata e questa per me resta un’impronta. È la dimostrazione che ogni ruolo è funzionale alla riuscita di un film. Sono felice anche della reazione del pubblico. Non come per Lila, ma su Portobello si è alzata un’attenzione particolare. Anche qui interpreto una donna, camorrista, la prima a testimoniare in appello, che si ribella. Una donna semplice, soggiogata dalla malavita, ma a un certo punto, proprio nella sua semplicità, crea un precedente. Grazie a lei le indagini prenderanno un’altra direzione. È un ruolo minore ma chiave.

Intervista all’attrice Irene Maiorino: tempo di bilanci

Lila, un personaggio enorme, già dentro l’immaginario di milioni di lettori. C’era la paura di rimanerne schiacciata?
La cosa più importante per me, era restituire l’immaginario del lettore. La cosa che mi ha reso più felice è che molte persone mi hanno detto di aver immaginato Lila esattamente così, con quella fisicità, con quel temperamento.Abbiamo presentato la serie al MoMA, durante il Tribeca e ho ricevuto attestati di stima da donne di età ed estrazione sociale diverse, da parti diverse del mondo. Tutte mi dicevano di averla immaginata così. Per me è stato emozionante.Prima avevo paura, sì. Però ormai avevo stabilito un rapporto con Lila. Tra un provino e l’altro passavano mesi. C’eravamo io e lei. È stata una cosa magica e preziosa, ma anche dolorosa. Sono stata a lungo a contatto con un personaggio profondo, scuro, e non sapevo se mi avrebbero presa. Non lo condividevo con nessuno, un po’ per scaramanzia napoletana, un po’ perché le cose veramente preziose vanno custodite.Ricordo il giorno della convocazione. Il mio ex ragazzo era stato ricoverato d’urgenza a Parigi. Prendo un volo, atterro e mi arriva la convocazione per il provino de L’amica geniale. In quel momento mi sono chiesta: chi sono? Sono l’attrice o la compagna? Sono Irene, comunque. Ho difeso prima la mia vita privata, poi sono andata a fare il provino.

In “Quasi Grazia” sei Grazia Deledda da giovane. Donna, Nobel per la letteratura, a molti sconosciuta. Che donna avete portato sul set? E quanto senti ancora attuale questa necessità di difendere il proprio talento dal posto che gli altri vorrebbero assegnarti?
La difesa del proprio talento è stata la vera battaglia della Deledda. Antesignana del movimento femminista, si ribella alle aspettative domestiche che avrebbe dovuto soddisfare.Una ribellione legittimata dal talento. Lei va via dicendo: io sono più di questo, rivendico il mio talento di scrittrice, la mia passione per la scrittura che voi non capite.Nel film, soprattutto, nella parte che interpreto io, quella della Grazia giovane, si vede questo continuo rivendicare la propria posizione nella famiglia e nel mondo. Poi, in qualche modo, le verrà data ragione attraverso il Nobel. Eppure l’Italia, ancora oggi, su questo è manchevole. Sono i cento anni dal Nobel e viene da chiedersi: chi lo sa davvero? C’è anche una questione femminile in questa rimozione? Forse sì. È una riflessione che ci siamo portati dietro anche durante la promozione del film.A me è stata affidata la parte più intraprendente, più coraggiosa. Ho lavorato molto sul concetto di viaggio: questa ragazza giovanissima che, in nome del proprio talento, lascia l’isola e attraversa il mare per arrivare nel continente. Ha una grande forza d’animo.Quanto al presente, assolutamente sì: sento ancora attuale questa necessità. Io sono una privilegiata, perché mi muovo in un ambiente che, in qualche modo, ha cominciato a fare i conti con tante figure femminili di spicco, intelligenti. Però se dicessi che queste figure sono libere da ogni ostacolo o pregiudizio maschile, mentirei. C’è ancora tanta strada da fare.

Alessia De Antoniis

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Alessia de Antoniis

Alessia de Antoniis

Giornalista e autrice, modera incontri su cinema e teatro e scrive di arti sceniche, libri e viaggio. Collabora con Globalist e Wondernet Magazine, dopo esperienze per Exibart, NextGen e Manintown. Ha curato la comunicazione e moderato panel in festival, seguendo…

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