“Lo specchio non mente, siamo noi a deformare la verità”. Intervista a Michelangelo Pistoletto che compie 93 anni 

Michelangelo Pistoletto in questa conversazione, affrontando alcuni nuclei centrali della sua ricerca: verità, ego, Terzo Paradiso, demopraxia, trasformazione sociale, ci ricorda come l’arte, seme dei semi, possa agire ancora come forza di trasformazione del presente

Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) ha costruito una delle riflessioni più riconoscibili sul rapporto tra arte, individuo e società, dallo specchio al Terzo Paradiso fino alla demopraxia. In questa intervista, che esce proprio il giorno del suo compleanno, emerge come a oltre 90 anni i nuclei centrali del suo pensiero: verità, ego, responsabilità collettiva e, soprattutto, la possibilità che l’arte agisca ancora come forza di trasformazione del presente.

Venere degli stracci, Michelangelo Pistoletto. Esposizione permanente, Cittadellarte. Foto Damiano Andreotti
Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci. Esposizione permanente, Cittadellarte. Foto Damiano Andreotti

Intervista a Michelangelo Pistoletto

Hai lavorato sullo specchio in modo decisivo, ma oggi lo specchio non è solo una superficie riflettente: è anche un’immagine sociale, psicologica, identitaria. Se lo specchio non mente, siamo noi a mentire mettendoci davanti a esso?
Lo specchio non mente se è perfettamente piano e non deformato. Ma può deformare, può allargare, stringere, capovolgere. In questo senso mente rispetto a una visione pura, semplice, chiara. E quindi siamo noi stessi a deformare, immaginando in modo diverso da ciò che una verifica scientifica potrebbe darci come prova.

Esiste ancora un modo reale di riconoscere la verità?
Un elemento primario in cui credere deve esserci sempre. Qui si entra nel problema spirituale nella sua profondità, ma anche nel fenomeno dell’intesa: senza un elemento su cui intendersi non siamo umani. Viviamo di natura, come animali. Noi invece viviamo di intese.

Eppure, la verità sembra essere diventata quasi insopportabile.
La verità fa paura; è mostruosa. Infatti, lo specchio è totalmente inumano. Noi vediamo l’umanità dentro, però la risposta è un abbattimento totale di tutte le fantasie più frenanti.

Qual è allora la bugia più grande che continuiamo a raccontarci?
Nello specchio vogliamo trovare la parte più bella di noi stessi. Vogliamo vedere il nostro ego portato al massimo. Non vediamo lo specchio come profilo di infinito, ma come speculazione individualistica. E questa speculazione individuale, che poi diventa economia, denaro, politica, finisce per aiutarci a vederci più belli nello specchio.

Michelangelo Pistoletto. Foto Pierluigi di Pietro
Michelangelo Pistoletto. Foto Pierluigi di Pietro

L’egoismo è cambiato nel tempo?
Non credo. L’ego è una componente fondamentale: tutto dipende da come viene amministrato. Ci sono persone capaci di collocarlo su un piano diverso da quello imperialistico. Anch’io credo di lavorare in questa direzione. Sono estremamente ambizioso, ma la mia ambizione riguarda qualcosa che possa avere un ritorno con il contributo di tutta la società. Il più grande egoismo, in fondo, è l’altruismo: se tutto quello che mi circonda funziona meravigliosamente, anch’io ne godo.

In questo passaggio dall’io alla relazione si inserisce anche il Terzo Paradiso?
È difficile, ma necessario. Se non prendiamo coscienza della nostra capacità di creare, e se non mettiamo l’arte come seme di tutti i semi, finiamo per lamentarci del fatto che tutto proceda sul piano scientifico e tecnologico. Per questo resta fondamentale mettere in accordo il sistema naturale e il sistema artificiale. Il Terzo Paradiso continua a funzionare proprio per questo.

All’interno del Terzo Paradiso rientra anche la demopraxia. Come la definiresti oggi?
È il sistema pratico attraverso cui si prova a realizzare quel sogno che chiamiamo democrazia. Il problema è già nella parola: demos vuol dire popolo, cratos vuol dire potere. Ma se il popolo è composto da milioni di persone, il singolo individuo non può esercitare quel potere nella sua interezza. Per questo bisogna spostarsi dall’idea astratta alla pratica.

E da dove si comincia davvero?
La pratica comincia quando non si è più uno, ma due. Quando si è in due nasce subito un rapporto, e quindi anche la necessità di una gestione comune. Partiamo dal minimo: due persone che vogliono vivere insieme. Se non costruiscono una piccola forma di governo, non possono convivere.

È questo il laboratorio che cercate di attivare a Cittadellarte?
Tutte le organizzazioni attive sono piccoli governi, piccole entità. Bisogna che questi piccoli governi trovino il tempo di stare insieme, di partecipare a forum comuni e di mettere a punto le questioni inevitabili da risolvere insieme. In questo senso stiamo sviluppando qui, concretamente, un laboratorio di democrazia.

Michelangelo Pistoletto, Love Difference, 2005-2024, neon, 6,40 x 40 m. Courtesy l’artista e GALLERIA CONTINUA. Foto: Cosimo Rubino
Michelangelo Pistoletto, Love Difference, 2005-2024, neon, 6,40 x 40 m. Courtesy l’artista e GALLERIA CONTINUA. Foto: Cosimo Rubino

Vorrei mettere in relazione “Messa a nudo” e “Love Difference”. Come interagiscono nella tua visione?
Messa a nudo e Love Difference sono due argomenti importantissimi. Noi viviamo di uniformi, di costumi, di divise. Le culture sono forme che rivestono il corpo umano. Ma parlare di verità, di ricerca dell’essenziale, porta a guardare sotto l’abito e a vedere che cosa c’è di originario: e lì c’è la nudità. Oggi dobbiamo ritrovare questa nudità.

E il Mediterraneo?
Il Mediterraneo si presta perfettamente a questo discorso, perché l’Italia è al centro del Mediterraneo ma anche al centro di tre continenti: Asia, Africa ed Europa. Questo mare è stato attraversato da grandi amori e grandi conflitti, da scambi culturali, dal passaggio di culture e religioni diverse. Love Difference vuol dire creare un Parlamento intermediterraneo culturale, cioè un’idea di politica che si assume una responsabilità culturale e che fa capo all’arte.

Le religioni invece spesso definiscono l’uomo.
Esatto. Le religioni sono pelli culturali diverse. I religiosi sono tutti vestiti in modo simbolico: hanno una divisa, un cappello, una tunica. È tutto simbolismo di unicità. Io ho trovato un simbolo che è quello della creazione, un simbolo che esclude l’assoluto come fenomeno statico e definitivamente determinato.

E questo simbolo è il Terzo Paradiso.
Sì. I due cerchi del simbolo matematico dell’infinito, nel Terzo Paradiso, diventano tre. I due esterni rappresentano gli opposti. Questi due opposti si incontrano nel cerchio centrale, dove creano un elemento nuovo, che prima non esisteva. Tutto ciò che esiste nasce dall’unione di due elementi che generano qualcosa di nuovo: questo è il discorso della trinamica.

Questo simbolo può entrare anche dentro un’estetica classica?
L’ho chiamato “Terzo Paradiso” perché volevo fare il punto della situazione. Abbiamo alle nostre spalle la natura, il primo paradiso. Poi abbiamo vissuto sempre di più nell’artificio. Oggi natura e artificio sono entrati profondamente in conflitto. Ecco perché c’è l’urgenza del Terzo Paradiso.

Michelangelo Pistoletto, Schizzo sul Terzo Paradiso
Michelangelo Pistoletto, Schizzo sul Terzo Paradiso

In questo schizzo tracciato da Pistoletto emergono alcuni temi centrali della sua opera: la figura umana, la geometria e il rapporto tra equilibrio e trasformazione. Il richiamo al Terzo Paradiso è evidente, ma il disegno rimanda anche a una visione più ampia della sua ricerca, dove gli opposti si incontrano e producono una realtà nuova.

Ci sarà un quarto paradiso?
No. Il tre nasce già dalla dualità. Ci sono due polarità che devono trovare un’intesa. Da questa relazione nasce il terzo elemento.

Oggi l’intelligenza artificiale non si limita più ad assistere l’uomo. Se questa traiettoria continua, che cosa resta dell’umano?
Si finisce per non saper fare più niente di organizzato, mentalmente e praticamente, perché si ha già il risultato. Ma se, mentre sono vivo, riesco a organizzare un essere che non è più soltanto il mio corpo di carne e ossa, ma un io proiettato in un sistema diverso e nuovo, allora in un certo senso io sopravvivo. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale mi permette già oggi una forma di sopravvivenza.

Cittadellarte ha aiutato molti artisti e continua a essere un laboratorio attivo. Qual è stata l’idea iniziale?
Rinasce anche dalla scuola. Tra il 1989 e il 1990 ho fatto due mostre alla Secessione di Vienna. A un certo punto mi proposero di assumere un ruolo di guida stabile, trasformando la Secessione in un centro d’arte d’avanguardia sotto la mia direzione. Ma proprio lì ho capito che non volevo prendere in mano qualcosa che esisteva già. Sentivo il bisogno di creare un luogo diverso, una vera fabbrica di idee, di produzione, di relazione tra arte e società.

È in quel momento che decidi di riportare il progetto a Biella?
Sì. Invece di lasciare quel sogno a Vienna, l’ho portato nella mia città. Nel 1991 ho acquistato l’ex Lanificio Trombetta e da lì è cominciato un lavoro che poi ha trovato la sua formulazione teorica nel 1994 con il manifesto Progetto Arte. È su quella base che è nata Cittadellarte.

Quando sei stato in America, nel periodo in cui la Pop Art era al massimo, hai avuto la sensazione di non voler restare fino in fondo dentro quel sistema?
Loro pensavano che l’America fosse diventata autonoma anche sul piano artistico, che non avesse più bisogno dell’Europa. Il discorso diventò chiaro: o scegli fino in fondo gli Stati Uniti, oppure sei fuori. E allora io ho detto: bene, statevene lì, io me ne torno a Torino e faccio gli Oggetti in meno.

Gli Oggetti in meno significavano anche un rifiuto dell’artista come marchio.
Esattamente. Se il sistema avesse voluto trasformarmi in un “marchio all’americana”, io quel marchio lo avrei rifiutato. Tutto il concetto della marchiatura consumistica l’ho fatto sparire. Mi sono smarchiato, mi sono sottratto a quella logica. Ed è nata l’Arte Povera.

Per Pistoletto, l’arte non riflette soltanto il mondo: lo rimette in relazione, ne interroga le fratture e ne riapre la possibilità di trasformazione.

Antonino La Vela

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