La Biennale e il peso delle bandiere. Che senso hanno i padiglioni nazionali?

Come può una mostra che sempre più va verso il superamento dei confini nazionali continuare a sostenere la presenza dei padiglioni nazionali? Una riflessione sulla Biennale di Venezia, a “bocce ferme”

La Biennale d’arte di Venezia continua a custodire al proprio interno una contraddizione che oggi appare sempre più evidente. Da una parte sopravvive l’impianto storico dei padiglioni nazionali, eredità diretta delle Esposizioni universali ottocentesche e, sinteticamente, di un’arte di stato, nata per mostrare muscoli e prestigio; dall’altra, la mostra internazionale, affidata a curatori contemporanei, tende sempre più a costruire orizzonti transnazionali, post-identitari, fondati sulla circolazione dei linguaggi e sulla ibridazione culturale. La tensione tra questi due modelli che ormai la Biennale è l’unica manifestazione del settore a mantenere, non è nuova e nella edizione curata da Koyo Kouoh riemerge chiaramente. Per un verso, con il ritorno del Padiglione Russia che riporta violentemente al centro la questione della rappresentazione nazionale, in un momento storico segnato da guerre, conflitti geopolitici e ridefinizioni degli equilibri globali; per l’altro con la mostra internazionale In Minor Keys che sembra muoversi nella direzione opposta, rifiutando implicitamente ogni idea di appartenenza nazionale come criterio interpretativo. Si tratta dunque di uno scarto teorico profondo che porta ad interrogarsi su come una manifestazione possa sostenere simultaneamente una struttura fondata sulle nazioni e una visione curatoriale che dichiara di oltrepassarle.

La Biennale e la geopolitica

Per comprendere questa contraddizione bisogna tornare all’origine storica della Biennale.
I padiglioni nazionali nascono infatti all’interno di una precisa logica diplomatica e rappresentativa: perlopiù ogni Stato costruisce il proprio spazio espositivo come vetrina culturale, proiezione della propria identità, dimostrazione di modernità e prestigio internazionale. L’impianto dei Giardini conserva ancora oggi questa geografia del potere. Non è casuale che i padiglioni storici occupino le posizioni più centrali e monumentali, traducendo nella disposizione spaziale rapporti di forza politici ed economici sedimentati nel corso del Novecento (del resto chi è arrivato tardi, come molti paesi africani o asiatici, non ha un edificio proprio).

Se in passato il modello ha funzionato come un’Olimpiade culturale tra stati, con tanto di Leone d’oro al miglior padiglione, questo concept è entrato progressivamente in crisi. Gli artisti non solo vivono in condizioni di mobilità permanente ma lavorano tra più città, appartengono a comunità diasporiche, parlano linguaggi che attraversano i confini. Molti rifiutano esplicitamente qualsiasi identificazione nazionale univoca e in questo scenario, il padiglione nazionale appare sempre più anacronistico o riduttivo nel descrivere la complessità reale della produzione artistica contemporanea.

Il caso Russia: il ritorno della nazione

Il ritorno del Padiglione Russia rende questa contraddizione ancora più evidente. La presenza o l’assenza di uno stato alla Biennale non riguarda mai soltanto l’arte: diventa immediatamente una questione diplomatica, etica e politica e ancora una volta si apre a più interrogazioni: che cosa rappresenta oggi un padiglione nazionale? Gli artisti? Lo Stato? Una cultura? Una posizione politica? Una propaganda? Un popolo separato dalle decisioni del proprio governo? Difficile rispondere se il modello dei padiglioni continua a suggerire una coincidenza tra produzione artistica e identità nazionale che oggi appare estremamente problematica in tempo di crisi delle sovranità, anche quando quest’ultime rispuntano in forme drammaticamente più aggressive.

In Minor Keys e il rifiuto della tassonomia nazionale

A complicare ulteriormente questo quadro si è aggiunta la polemica relativa alla mancanza di artisti italiani nella mostra internazionale, come se una Biennale ospitata in Italia dovesse necessariamente garantire una quota di rappresentanza nazionale. Davvero bisogna aspettarsi che una mostra internazionale organizzi implicitamente un equilibrio tra nazioni? Oppure il compito della curatela contemporanea è ormai quello di costruire costellazioni culturali svincolate dalla geografia statale? La posizione di Koyo Kouoh e della squadra che ne ha tradotto l’impostazione curatoriale dopo la sua scomparsa, va chiaramente nella seconda direzione. Nelle sue dichiarazioni, Kouoh ha più volte sottolineato di aver scelto gli artisti indipendentemente dalla provenienza nazionale, privilegiando piuttosto affinità poetiche, risonanze storiche, urgenze politiche, frequenze marginali, storie laterali e non egemoniche. L’idea stessa di “minor” può essere letta con Deleuze in ciò che destabilizza la lingua dominante dall’interno, che produce deviazioni, slittamenti e nuove possibilità di percezione. Di conseguenza la mostra non organizza il mondo secondo confini geopolitici, ma secondo relazioni, intensità, memorie condivise, ferite coloniali, forme di resistenza. Ma sullo sfondo la Biennale, nel suo complesso, appare un organismo strutturalmente sdoppiato, in cui i contenuti contemporanei si affiancano ad una antiquata geografia delle nazioni.

La crisi della rappresentanza nazionale: una contraddizione produttiva

La questione non riguarda soltanto la Biennale di Venezia. Investe più in generale il significato stesso della rappresentanza culturale nel XXI Secolo. Molti dei più importanti artisti contemporanei lavorano trasmigrando costantemente tra lingue, territori, memorie e genealogie differenti. Ridurre queste pratiche alla bandiera sotto cui vengono presentate rischia di produrre una semplificazione inadeguata. Allo stesso tempo, però, eliminare completamente i padiglioni nazionali significherebbe ignorare che le nazioni continuino a esistere.

La Biennale conserva ancora la grammatica espositiva delle Esposizioni universali, nate in un’epoca in cui il mondo veniva organizzato secondo una tassonomia imperialista.

Il problema, allora, non è abolire i padiglioni nazionali, ma capire se sia ancora possibile usarli in modo critico: non come semplici strumenti di rappresentazione dello Stato, ma come spazi aperti al confronto, alle contraddizioni e a identità più complesse e plurali.

Molte partecipazioni, nel corso degli anni, hanno già tentato questa torsione, trasformando il recinto nazionale in uno spazio di ospitalità e di dissenso. In questi casi, il padiglione non ha “rappresentato” più lo Stato, ma lo ha interrogato, cedendo lo spazio ad altri popoli o scegliendo artisti di territori precedentemente colonizzati. Agendo dunque come una zona franca dove l’alterità ha trovato cittadinanza. Tuttavia, mentre la Biennale ancora oggi mostra le tensioni irrisolte tra nazioni, globalizzazione, appartenenza e mercato, cui spesso anche il cosmopolitismo curatoriale si piega, i padiglioni, invece, appaiono come rimanenze della storia. Sopravvivenze di vecchi dominatori e fantasmi di nuovi padroni che un presente indisciplinato, eccedente e insofferente ai confini, attraversa e continua a incrinare.

Marilena Di Tursi

Venezia // fino al 22 novembre 2026
In minor keys. 61° Biennale d’Arte
GIARDINI DELLA BIENNALE, ARSENALE
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Marilena Di Tursi

Marilena Di Tursi

Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto…

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