La prima edizione della fiera Paris Internationale a Milano convince. Il report 

L’anti-fiera parigina porta a Milano una ventata d’aria fresca: niente stand, ma pareti che rendono il percorso fluido e diversificato, con proposte di alta qualità. Ecco cosa non perdere a Paris Internationale

Già dalla disposizione obliqua delle pareti espositive, Paris Internationale dimostra di volersi distaccare dal modello-fiera tradizionale che, nonostante la nuova location, permane in miart. L’anti-fiera parigina, nata nel 2015 su impulso delle gallerie Crèvecoeur, Gregor Staiger e Ciaccia Levi e da allora diretta da Silvia Ammon, approda nel capoluogo lombardo in piena coincidenza con l’Art Week, dal 18 al 21 aprile 2026. Per la sua prima avventura fuori porta, Paris Internationale sceglie il modernista Palazzo Galbani: sito a due passi dalla Stazione Centrale e in via di restauro dal collettivo Park, l’edificio fu progettato dai fratelli Soncini con Giuseppe Pestalozza, con tanto di interventi di Pier Luigi Nervi, tra cui uno stupendo soffitto ondulato. Risulta vincente l’allestimento firmato dallo studio svizzero Christ & Gantenbein in collaborazione con i designer milanesi NM3: il risultato è una fiera che abbraccia la caratterizzazione dello spazio che occupa e vi si adatta, grazie anche a moduli autoportanti in acciaio smontabili e riutilizzabili. Ed è una fiera anche priva di gerarchie sostanziali, scegliendo di valorizzare la convivenza e la prossimità fra gallerie emergenti e affermate. 

Paris Internationale, Milano, 2026. Installation view. Photo Irene Fanizza
Paris Internationale, Milano, 2026. Installation view. Photo Irene Fanizza

Le proposte migliori di Paris Internationale 

Un setting curato è anche in grado di valorizzare ulteriormente un’offerta espositiva che si presenta di alta qualità su tutti i quattro piani della fiera. 34 gallerie ben selezionate e distribuite, con un perfetto equilibrio fra italiane e internazionali. Tante le proposte da segnalare, partendo dal primo piano, dove Emanuela Campoli presenta alcuni delicati portagioie di Benni Bosetto (che contemporaneamente è in mostra da Pirelli HangarBicocca), insieme ai dipinti su specchio di Nick Mauss, in una grande installazione che dialoga con lo spazio e pare sfondare la parete. Poco più avanti, lo stand più sagace della fiera: è quello di Martina Simeti, dominato da una grande tenda che copre e scopre alternativamente le tapparelle di recupero di Alek O. e i minuziosi intarsi Santo Tolone, trasformando una bipersonale in due solo show. È invece una sola l’artista presentata dalla parigina Galerie 1900-2000, e di un certo peso: due lunghe pareti in cui si rincorrono i disegni di Leonora Carrington, tutti sotto i 10mila euro e, anche per questo, molti dei quali accompagnati dal bollino rosso che ne segnala la vendita. Salendo, di piano in piano, la fiera continua a non deludere, anzi: dalle foto di famiglia di Ying Bo rovinate dai tifoni di Hong Kong, presentate dalla galleria Current Plans, alla serie fotografica dell’artista tedesca Cosima von Bonin ritrae l’orizzonte di una spiaggia degli Hamptons, USA, interrotto da un gruppo di ragazze che festeggiano un compleanno (il tutto sulla parete della galleria milanese Ordet, proprio davanti al contenuto ma curato book corner). La galleria Stereo di Varsavia punta invece sulla pittura, con le grandi tele di Tomasz Kręcicki, che tra sedie da lavoro, cestini e multiprese, sembrano nature morte da ufficio. La pittura su larga scala è presente anche sulle pareti di Ciaccia Levi, dedicate a un solo show del giapponese Ibuki Inoue, tanto giovane (classe 2002) quanto delicato nel tratto. 

Anche nelle fiere, less is more 

Si nota la volontà di puntare più sulla qualità che sulla quantità, una strategia che le grandi fiere italiane continuano a ignorare, generando un effetto bulimico che non giova a chi va in fiera per guardare, figuriamoci per chi vorrebbe trovare l’opera giusta da acquistare. A Paris Internationale, per questioni anche meramente di spazi, le gallerie preferiscono puntare sui progetti personali, al massimo bipersonali – incentivati anche dalla disponibilità della doppia parete (come nel caso di Gregor Staiger, che dedica una parete alle polaroid di Walter Pfeiffer e una ai dipinti di Caroline Bachmann). Un risultato pulito, oltre che elegante, che permette di concentrarsi sui lavori dei singoli artisti senza particolari distrazioni dovute ad allestimenti sovraffollati.  

Le installazioni a Paris Internationale 

Contribuiscono al dinamismo della fiera le diverse installazioni che, tra una parete e l’altra, spezzano il ritmo e si prendono la scena. Come quella di Anna Franceschini per Vistamare, con una coreografia di parrucche bionde, o quella di Lou Masduraud che, presentata dalla galleria ginevrina Mezzanin, espone un circuito di vasche e lastre di rame che occupa un terzo dell’ultimo piano espositivo. O ancora i bassorilievi di Luca Monterastelli, presentato da Lia Rumma in collaborazione con la Keteleer Gallery di Anversa, per non parlare della grande installazione di SAGG NAPOLI per zaza’, che si incontra ancora prima di entrare in fiera: una grande scritta bianca su fondo rosso, allestita sulle transenne che delimitano i lavori in corso di Palazzo Galbani, che recita: “I TRUST MY WORK TO WORK I DON’T NEED TO NETWORK”. 

Verso un nuovo modello di fiera 

È prematuro sbilanciarsi sulle vendite, a fiera appena cominciata. Se il modello Paris Internationale funzionerà nel contesto milanese anche da un punto di vista economico, dunque, è ancora da vedere. È tuttaviaimpossibile non notare l’attenzione rivolta all’esperienza di visita: da Paris Internationale non si esce affranti come dalle fiere più istituzionali – e complice, c’è da dirlo, è anche la grande differenza nel numero di gallerie presenti. Milano sta dimostrando però di saper accogliere modelli di fiera alternativi: anche Mega, la fiera che da tre anni fa da contraltare a miart, in questa edizione si è distinta non solo per una buona proposta espositiva, con nomi importanti dell’arte emergente internazionale, ma anche per una location invidiabile (un’ex fabbrica di profumi) e per un public program interessante, come d’altro canto è quello di Paris Internationale.  
La sfida ad una miart che pare risultare piuttosto stanca è dunque aperta: ma ogni competizione e concorrenza, se vissuta nel giusto spirito, diventa una possibilità di riscatto. 
 
Alberto Villa 

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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