Perché l’Italia non si qualifica più né ai Mondiali né alle Biennali? 

L’Italia non si è qualificata né alla Biennale di Venezia, né ai Mondiali di calcio del 2026. Cosa hanno in comune queste due importanti kermesse? Prova a spiegarlo l’artista Oscar Giaconia

L’Italia non si è qualificata. Né ai mondiali di calcio (ai quali non partecipa dal 2018), né alla Biennale Arte di Venezia (né tanto meno a Manifesta nella Ruhr). In una sua intervista rilasciata a giugno 2025 per l’indagine condotta su commissione della Fondazione Quadriennale pubblicata lo scorso febbraio, l’artista Oscar Giaconia (Milano, 1978) aveva tracciato un interessante parallelo tra mondo del calcio e arte italiana, concentrandosi soprattutto sui temi del vivaio, dell’esterofilia forzata, e molto altro ancora. Abbiamo ripercorso qui i temi in questo dialogo-intervista, condotta alla luce dei fatti più recenti. 

Intervista a Oscar Giaconia 

Nel corso di una tua intervista per il volume Noi nel mondo. Indagine sulla percezione estera dell’arte contemporanea italiana (Marsilio 2026) rilasciata a giugno 2025, avevi tracciato un parallelo interessante tra calcio e arte contemporanea che, con l’esclusione di queste settimane dell’Italia dai mondiali e degli artisti italiani dalle grandi manifestazioni artistiche (Biennale, Manifesta 16), pare essere di grande attualità. Vogliamo partire da qui? 
Sembra che la storia recente dell’Italia artistico-calcistica tout court non conosca altro spettacolo che lo spettacolo della propria rovina: si assiste ad un perenne giocare a prendersi a calci (nel culo), facendo per di più tutto da soli.  La tanto amata-vituperata nazionale di calcio e i rispettivi “undici ragionieri in mutande”, sono oramai la disastrosa radiografia con suona tanto di rintocco funebre per un intero movimento. 

Sottolineo oramai perché non si tratta più di un’amara novità, ma di una soporifera abitudine alla mediocrità. Sorvolo momentaneamente sullo stato (vegetativo) dell’arte “nostrana”, ammesso abbia ancora senso definirla tale solo attraverso l’etichetta della bandierina tricolore infilzata a mo’ di stuzzicadenti sull’oliva.  

Se in passato la nazionale di calcio offriva prove di grande reazione e resistenza, soprattutto alla luce di difficoltà contingenti e sfiducia generale, la sensazione è che ci si stia rassegnando costantemente all’accettazione supina di un indebolimento diffuso quanto conclamato, facendo al contempo finta di non vedere come altre discipline sportive fioriscono a suon di grandi risultati. 

Oscar Giaconia, Hoysteria
Oscar Giaconia, Hoysteria

È un problema di generazioni o generatori?  
“Lo spirito di un’epoca si fabbrica” direbbe Pierre Klossowski, non lo si subisce, si reagisce, partendo dalle fondamenta di quei sistemi che potrebbero e dovrebbero garantirne lo sviluppo e il sostegno. Roberto Baggio provò già nel 2011 a dare soluzioni concrete attraverso un dossier approfondito. Toccò punti che ritrovo lucidamente corrispondenti ad aspetti di cui necessiterebbe anche il sistema delle arti visive italiano in termini di precondizioni all’accrescimento (scouting capillare, valutazioni tecniche avanzate, archivi di scanning nazionale, centro di studi permanenti). L’effetto fu goffamente l’opposto, a partire dalla sordità di una Federcalcio che sbandiera grottescamente se stessa come parodia al potere, uno status quo di incapacità sistematicamente reiterata. 

In che modo secondo te il tema del “vivaio” – o della sua assenza – accomuna il mondo del pallone e quello dell’arte in relazione alle ultime generazioni? 
Immagino i vivai come piranesiane architetture immaginarie, metà incubatori e metà acquedotti. La funzione essenziale penso sia quella di curare la crescita canalizzando prospetti (personalmente resto sempre a difesa di singolarità da auto sprogrammare ed auto riprogrammare secondo specifiche pratiche che chiamo “ostetriche”) il cui potenziale è un’incognita da forgiare nel divenire molteplice di possibilità tutte da vivere nel corpo a corpo del fare-disfare, dell’errare e dell’errore. 

Sospendere volontariamente l’idea di esporre in luogo dell’esporsi, dell’obbligo di finalizzare e fare opera, per concentrarsi sull’operazione di avvicinamento all’opera stessa. 

Accademia d’arte e Accademia calcio potrebbero equivalersi in rapporto alla rispettiva necessità dell’allenamento come forma d’equipaggiamento tra rudimenti e fondamentali, come abito e habitat da incarnare e cucirsi sulla pelle. Il gioco è anche giogo, necessità biologica ma anche vincolo tecnico a cui provvisoriamente incatenarsi, nell’imminente attesa che l’innesco di un “disinibitore” ne provochi lo scatenamento. 

Oscar Giaconia, Hoysteria
Oscar Giaconia, Hoysteria

Ovvero? 
Se, come scrisse Heidegger, l’essenza della tecnica non è tecnica, Carmelo Bene (grande calciofilo) la rilanciò definendola “controtecnica”, ovvero negazione della tecnica a partire dal suo utilizzo estremo. Dunque, scegliere deliberatamente di liberarsi dalla libertà, praticandola sotto forma di libertà condizionata, nell’attesa di pervenire là dove la libertà stessa si sublima e precipita come eccedenza residuale del proprio avvento: “il gioco è innocente, dunque onnipotente”. Oggi si sentono bambini di pochi anni parlare di tattica, abominio di un’adulterazione chiaramente proveniente da un adulto. Allora, sempre che possa avere una funzione, vedo l’Accademia come riserva della conquista dell’inutile e del gioco come necessità biologica, presidio a difesa di possibili minacce di sfruttamento. 

L’esterofilia che ha caratterizzato molto scelte istituzionali e curatoriali italiane degli ultimi decenni ha influito in modo profondo su questa vicenda. Che ne pensi? 
Penso che il confronto cosmopolita sia un possibile arricchimento e che la Francia calcistica lo abbia ampiamente dimostrato. Contestualmente, è anche vero che oltre al metodo del confronto si deve poi entrare nel merito qualitativo del confronto stesso. Mi tedia qualsiasi forma di riduzione semplicistica, ma ho la sensazione che sia Italia del calcio che quello dell’arte vivano da tempo una strana forma di complesso, di inferiorità e di superiorità poco importa, sempre complesso rimane. 
La fisima esterofila temo sia un’inclinazione tutta nostrana, una forma di ritenzione superstiziosa tesa alla sopravvivenza credulona per un surplus di valore proveniente dall’esotico. 

Da cosa dipende? 
Sarebbe divertente immaginare una mostra come una confusa Babele del lutto di Dio, della perdita del Nome (del Padre) e della miriade dei suoi altri nomi, sfidando addetti ai lavori e non, all’esegesi delle carte d’identità dei rispettivi artefici basandosi solo sulla fattualità delle loro opere, cronologicamente e cronicamente contemporanee, privandoli però della didascalia come gruccia che ne certifica l’esistenza. 
Si potrebbe immaginare un ritorno ad un linguaggio virulento e violentemente primitivo per opere finalmente gravide, sacre in quanto separate, quasi fossero gli avanzi di una im-personale forma di martirio documentale, o sfida all’ermeneutica stessa (Theory Fiction), al loro essere da-per sempre straniere come condizione di un inquilinismo alieno, a partire da chi le traduce e la tradisce nella propria lingua nativa. L’importanza che ricopre la provenienza di un artista è per me pari allo spuntar fuori di un facehugger da uno stomaco., quella provenienza mi deve arrivare addosso come un incidente, non mi basta il suo dettato.  

Oscar Giaconia, Hoysteria
Oscar Giaconia, Hoysteria

Ti andrebbe di sviluppare la tua idea sulla correlazione tra ricerca attuale della performatività e scoraggiamento del talento/fantasia/genio, sempre seguendo il parallelo tra calcio e arte contemporanea? 
In una recente intervista, Fabio Capello ha ripetuto un aspetto che suona non più come allarme, ma come re nudo contento di essere tale: punta il dito sulla necessità del ritorno ai fondamentali che non si sono solo trascurati, ma del tutto perduti. Incalza esclamando: “occorre tecnica, tecnica, tecnica” suonando tanto come l’invito nietzschiano di “esercizio, esercizio, esercizio, ovvero, opere, opere, opere”. Aggiungerei anche studio, studio, studio, inteso come desiderio di ciò che, mancando, fa emergere l’urgenza di risarcirne la presenza. 

Lo sport è un fenomeno estetico dove l’artista è un atleta (“atleta affettivo”, lo chiamerebbe Antonin Artaud) e l’atleta è un artista.  Può suonare come eco lontana della “plastica sociale” di Joseph Beuys, secondo la quale ogni uomo è un artista; un fenomeno di sensibilizzazione democratica, cosciente però del fatto che se tutto è arte e tutti sono artisti, tutto cessa per magica inflazione d’esserlo. 

Ci sono esempi anche italiani… 
Pier Paolo Pasolini divideva il calcio tra chi lo traduceva in prosa (Italia) e chi sublimava in poesia (Brasile). Quello brasiliano è fatto da una somma di individui, è di fatto un’orchestra di solisti che sintetizzano pienamente il paradosso dell’artista: l’artista è un’orchestra individuale, un co-individuo come somma di soggetti, volenteroso di diventare ciò che è assoggettandosi e nutrendosi ipertroficamente di altre esistenze e di altri mondi. 

Il calcio italiano l’ho sempre percepito (al di là di quello in prosa pasoliniano o a quello preso a calci e per di più in mutande di Bene) come una prosaica macchina da guerra (è risaputo che gli italiani vanno a vedere una partita di calcio come fossero in guerra e viceversa). 

Dicevo, una macchina da guerra costituita da difensori di peso assoluto: Franco Baresi su tutti, guerriero dal volto antico, serafico quanto feroce e spietato, l’incredibile Hulk dei difensori, Pietro Vierchowod e la sua “faccia da rettile estinto”, il suo fisico da Colossus d’acciaio organico, Paolo Maldini ed Alessandro Nesta con intelligenza agonistica e la grazia fisica di un Nijinski, su cui si incastonavano pietre rare (Rivera, Conti, Donadoni, Baggio, Zola, Totti, Pirlo, Del Piero) capaci di far saltare in aria qualsivoglia programma tattico. 

Ma questa correlazione tra ambiti esiste davvero? 
Tracciare una correlazione tra tendenze e affinità artistico-calcistiche sarebbe come provare a disegnare con una motosega. Allora, motosega sia, novello Leatherface traccio fendenti in aria come colpi di sonda basati solo su tensioni (o iperstizioni?) sentite a pelle, tralasciando quelle eccezioni che in quanto tali confermano noiosamente la regola. 

Premettendo che i corsi e ricorsi storici sono archè ciclici validi per molte discipline, l’andamento del calcio mondiale sembra aver sconfessato quel “giochismo” iberico basato su possesso palla e qualità a favore dell’iniziativa individuale (in Italia fa eccezione l’enclave spagnola del Como), a fronte di una muscolarità tesa alla rapida aggressione del recupero palla e immediata verticalizzazione per finalizzare a rete. 

Sembra di vedere un confronto sempiterno tra apollineo e dionisiaco, tra centralità classica e tormento ellenico, tra simmetria rinascimentale e obliquità manierista dove la dimensione dello “stadio” non è più un luogo fisico, ma psichico. Verticale contro obliquo, dunque, per l’orizzontale bisognerà attendere l’Informe Novecentesco.  

Come si traduce questo impoverimento e riduzione di visione da gioco (calcistico) a gioco (artistico)? 
Ad un calcio sempre più intensivamente sfruttato, ridotto all’osso, tutto volontà e rappresentazione, tutto verticalità, velocità, fisicità, l’arte e il suo sistema, con i suoi curatori-procuratori, rispondono con la selezione di opere altrettanto consunte ed esangui. Opere preservative, devitalizzate, neanche semplici (la semplicità è una complessa forma di conquista), ma semplicistiche. Opere sempre più omogenizzate, per bocche senza denti, per diete a base di scrolling, ridotte se va bene a tema in classe, narrazione, didascalia, a statement come maldestra stampella della premessa. 

Forse, bisognerebbe andarsi a rifare una realtà (simbolico e realtà, d’altra parte, vanno sempre a braccetto) dove c’è odore di carne e sangue. Fatta qualche sparuta eccezione, odore di carne e di mostri, o lezzo di sudore e di lotta ne sento gran poca, se non attraverso pretenziose e didascaliche dichiarazioni d’intenti. È una lotta senza lotta, un po’ come la devitalizzazione delle proprietà ipotizzata oltre trenta anni fa da Jean Baudrillard: caffè senza caffè, alcool senza alcool, zucchero senza zucchero, sesso senza sesso. Baudrillard rincara oltremodo la dose: “se nessuna idea merita più di essere sacrificata, allora è proprio la peggior offesa, il peggior insulto che si possa fare. È l’affermazione fondamentale del nichilismo”. Se è vero che da un’idea dell’arte, come matrice e sorgente, possa germinare un’arte delle idee, non è affatto detto il contrario: dall’idee alle ideologie il passo è evidentemente breve. 

E tu, come la vedi? 
Non vedo né guerrieri né guerriglie, neanche più da salotto, data l’estinzione della possibilità di sentire diffusamente cosa hanno da dire gli artisti alla luce di quanto esula dal proprio orto. Non riesco a ricordare di dimenticarmi quell’ibrido tra fauno e trickster che era C.B. e cosa direbbe oggi, eternamente Nosferatu (non spirato), con la museruola tra il poter dire e non dire, sotto il peso delle nuvolette nere stagliate sui castelli della cancel culture, wokismi vari, e purghe politically correct imperanti. 

Mi faccio ventriloquo, liquiderebbe il tutto con un semplicemente ed icastico “me ne fotto!” per poi chiosare: “Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere”. 

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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