Si può dire che ci sia una Scuola di pittura contemporanea oggi a Venezia?
In chiusura della mostra curata da Daniele Capra alla Pinacoteca di Bologna, che riunisce 12 pittori provenienti dall’Atelier F dell’Accademia di Venezia, il curatore risponde alle nostre domande sullo stato attuale della pittura veneziana
La mostra More than this è senza dubbio il momento più istituzionale degli ultimi anni per un gruppo di pittori (tra i trenta e i quaranta anni) che sempre più spesso vengono da molti identificati come una nuova “Scuola di Venezia”. Una formula applicabile letteralmente nella misura in cui condividono una comune esperienza di studio, all’Atelier F dell’Accademia di Venezia, ma più problematica se si va effettivamente ad indagare le pratiche, estremamente variegate: dalla pittura materiale e felicemente rugginosa di Francesco Cima e Paolo Pretolani a quella minuziosa di Chiara Calore e Chiara Peruch (che si fa rispettivamente arazzo e mosaico); dalla rarefazione dell’immagine in Nebojša Despotović, Jingge Dong, Maria Giovanna Zanella e Beatrice Gelmetti alla sua ratificazione in Thomas Braida, Aleksander Velišček e Adelisa Selimbašić, fino alla terza via tra frammentazione e integrità della figura in Danilo Stojanović. Di cosa definisce un gruppo, e se si può ancora parlare in questi termini, lo chiediamo a Daniele Capra, curatore della mostra bolognese.

Intervista a Daniele Capra
Gli artisti in mostra provengono da un’esperienza accademica, e in particolare dal gruppo di lavoro dell’Atelier F. Ci puoi spiegare, nel dettaglio, di cosa si tratta?
L’Atelier F è un sodalizio didattico e umano, che ha preso forma nei corsi di pittura all’Accademia di Venezia, grazie al continuo scambio tra docenti (come Carlo Di Raco e Martino Scavezzon), studenti e artisti che hanno già completato il percorso accademico, che tornano di tanto in tanto a dipingere insieme agli autori più giovani nelle aule dell’Accademia o durante i workshop estivi. L’Atelier F si coagula in forma consapevole nella seconda metà degli Anni Duemila, grazie alla presenza di personalità di particolare carisma, che contribuiscono ad alimentare una vera e propria macchina relazionale e didattica: un sistema caratterizzato dal confronto orizzontale tra autori e le rispettive poetiche, in cui la ricerca della propria identità avviene in una prospettiva collettiva.
È possibile oggi parlare di una Scuola di Venezia?
A mio avviso sì, ma a patto di cambiare la definizione stessa di scuola. Da un lato la storia dell’arte ci ha abituati a concepire una scuola a partire dalla vicinanza stilistica tra gli autori, dall’altro in esperienze più recenti la parola viene usata per evidenziare artisti che lavorano nel medesimo contesto socioculturale (si pensi per esempio a Lipsia o a Cluj). L’Atelier F ha invece prodotto una scuola basata non tanto sugli esiti, quanto invece sul metodo di lavoro comunitario e condiviso.
Oltre alla comune appartenenza all’Atelier F, e quindi la condivisione di uno stesso spazio e di una stessa temporalità, cosa ci consente di vedere questi artisti come un gruppo coerente?
Il primo elemento riguarda la relazione tra artista e opera, che viene a maturare come un dialogo costante e talvolta feroce, in cui l’immagine non è il risultato di un processo prestabilito, ma nasce dalla negoziazione con l’agire pittorico. Il secondo aspetto è il metodo collaborativo e non competitivo, elaborato dai docenti e praticato quotidianamente all’interno dell’atelier. Le opere di ciascunautore sono sotto gli occhi di tutti, vengono discusse senza gelosia, e il risultato individuale è in qualche modo un patrimonio condiviso. Si genera in questo modo una vera e propria forma di intelligenza collettiva, anche se manca l’unità di intenti e l’adesione ‘ideologica’ che caratterizza un gruppo in senso novecentesco. Come More Than This testimonia, le poetiche degli artisti che hanno alle spalle questa esperienza formativa sono molto differenti, perfino in opposizione.
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In un mondo sfuggevole come quello contemporaneo, è ancora possibile operare un raggruppamento di artisti – e quindi poi una loro possibile storicizzazione in quanto gruppo?
Penso sia davvero molto difficile. Perché siamo antropologicamente portati a partecipare alla vita sociale, culturale e lavorativa in forma individuale. Ma anche perché oggi continuiamo tutti ossessivamente a muoverci per perseguire i nostri progetti personali, mentre nel secolo scorso i gruppi sono nati principalmente da personalità che frequentavano lo stesso contesto, maturando in questo modo una forte comunanza di visioni o di natura espressiva. Ho talvolta l’impressione che molti degli artisti che si sono formati nell’Atelier F partecipino al mondo dell’arte con un’attitudine più comunitaria, forse meno propensi a farsi abbagliare dal proprio ego, ma questo non basta a fare di loro un gruppo. Il confronto con la storia preferirei lasciarlo a chi verrà dopo di noi. Penso che adesso sia necessario analizzare quanto succede ora.
Una selezione di dodici artisti è necessariamente riduttiva. Su quali criteri ti sei basato?
More Than This è la prima mostra istituzionale su artisti che si sono formati nell’Atelier F e, vista la qualità di questa scuola, per essere esaustivi la mostra avrebbe dovuto averne almeno il doppio. Ma sarebbe stata difficilmente comprensibile, soprattutto per un pubblico di non addetti ai lavori, visto che non sono tutti ugualmente noti. Non nascondo che un paio di artisti hanno declinato l’invito, mossi probabilmente da un rapporto conflittuale con il proprio passato di studenti o, forse, dalla paura di essere identificati in forma riduttiva come parte di questa scuola. In generale ho scartato il taglio analitico e storiografico, perché sono autori giovani che hanno tra trenta e quarant’anni, preferendo un approccio che raccontasse la vitalità di tale fenomeno e consentisse a ciascuno di essere presente con più lavori e di argomentare, sinteticamente, la complessità della propria poetica in un contesto comune.
Venezia continua a conservare un forte attaccamento alla pittura. È una necessaria risposta alla tradizione o c’è dell’altro?
A Venezia, la pittura si è sempre fatta e sempre insegnata. Per questioni sia antropologiche che urbanistiche, la città favorisce lo scambio tra le persone e il confronto intellettuale. In generale penso che l’interesse per la pittura non sia mai venuto meno da parte degli artisti, mentre l’avanguardismo, le mode culturali o il mercato ne hanno alternativamente decretato la morte e la rinascita. Basta entrare in uno dei tanti studi condivisi in terraferma e nell’isola, o all’Accademia di Belle Arti, per capire che la tradizione non è ferma, ma è continuamente disassemblata, rielaborata e vivificata in quella cosa che chiamiamo presente.
Alberto Villa
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