Ridendo del sistema. A Milano una mostra sull’ironia nell’arte italiana tra Anni ‘80 e ‘90
Nel corso del Novecento l’ironia è stata una delle strategie privilegiate con cui gli artisti hanno smontato ideologie, messo in crisi i linguaggi ufficiali e incrinato le certezze estetiche dominanti
A Milano una mostra torna a interrogare uno degli strumenti più sottili e ambigui dell’arte contemporanea: l’ironia. S’intitola Ironia della sorte / Sorte dell’ironia ed è ospitata alla Galleria Stazione Arte Contemporary dal 26 marzo al 19 maggio 2026. Curata da Giovanni Busacca e Roberto Borghi, la mostra, affiancata da un volume di prossima pubblicazione, prova a riaprire una pagina poco esplorata dell’arte italiana tra Anni Ottanta e Novanta: quella del cosiddetto concettualismo ironico.
L’ironia come dispositivo critico nella storia dell’arte
Nel corso del Novecento l’ironia è stata una delle strategie privilegiate con cui gli artisti hanno smontato ideologie, messo in crisi i linguaggi ufficiali e incrinato le certezze estetiche dominanti. Ma è tra la fine degli Anni Settanta e la metà degli Anni Novanta che, soprattutto in Italia, questa attitudine assume un ruolo centrale. Il progetto modernista – l’idea di una società ordinata e razionale proiettata verso il progresso – mostra segni di cedimento già alla fine degli Anni Sessanta. A incrinarlo è anche quella che potremmo definire “l’ironia della sorte”: l’imprevedibilità del reale, la sua resistenza a qualsiasi schema programmatico. Nel clima del postmoderno e del cosiddetto riflusso degli Anni Ottanta, l’ironia diventa così uno strumento di liberazione dalla rigidità ideologica del decennio precedente. Ma è anche un modo per smascherare i nuovi miti della società italiana: la retorica televisiva, le mode culturali trasformate in cliché, la spettacolarizzazione della politica e la crescente finanziarizzazione dell’economia, che finiscono per investire persino i processi creativi.
Nonostante la sua rilevanza, questa linea di ricerca è rimasta sorprendentemente marginale nella narrazione storica dell’arte italiana recente. Negli Anni Novanta il gallerista di origine italiana Angelo Falzone, attivo a Mannheim, aveva tentato di documentarla con alcune mostre dedicate al concettualismo ironico italiano. Poi, per lungo tempo, il tema è rimasto ai margini delle principali ricostruzioni istituzionali. La mostra milanese nasce proprio con l’intenzione di colmare questa lacuna, riportando l’attenzione su una costellazione di artisti che hanno fatto dell’ironia un vero e proprio metodo di indagine critica.
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La mostra “Ironia della sorte / Sorte dell’ironia” alla Galleria Stazione Arte Contemporanea di Milano
Il percorso espositivo ruota attorno a quattro figure della scena artistica italiana: Aldo Spoldi, Corrado Bonomi, Gianni Cella e Francesco Garbelli. La mostra mette in dialogo opere degli esordi con lavori più recenti, evidenziando continuità e trasformazioni di una ricerca che ha attraversato oltre quattro decenni. Per Spoldi, nato a Crema nel 1950, l’ironia è una postura originaria: già nel 1968 le azioni della Banda del Marameo mettono alla berlina tanto la nascente società dei consumi quanto le ortodossie del materialismo storico. Negli anni successivi il discorso si sviluppa lungo traiettorie differenti. Corrado Bonomi e Francesco Garbelli diventano tra i protagonisti di quel concettualismo ironico che combina linguaggio, citazione e paradosso, mentre Gianni Cella, fin dagli Anni Ottanta e dalla sua esperienza nel collettivo Plumcake, si concentra sulla dimensione sociale dell’arte, ironizzando sull’apparente elitarismo del sistema artistico.
L’ironia dal postmoderno a oggi nel catalogo della mostra
Accanto alla mostra, un volume curato da Roberto Borghi – pubblicato al termine dell’esposizione – allargherà lo sguardo oltre le arti visive. L’obiettivo è inserire l’ironia artistica nel contesto più ampio della cultura italiana degli Anni Ottanta e Novanta, tra filosofia, letteratura e cinema. Ma il libro si spingerà anche oltre, interrogando il destino dell’ironia nei decenni successivi: quando la critica alle strutture di potere del sistema dell’arte è stata progressivamente assorbita da quel sistema stesso, fino a diventarne, paradossalmente, uno degli ingranaggi.
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